ROBERT McCAMMON.
.
IL VENTRE DEL LAGO.
.
Titolo originale: Boy's Life. 1991.
.
Parte 1.
.
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
.
Correvamo, noi giovani furie
su con gli angeli e ancora pi in l
in foreste pi fonde e pi buie
gi dai diavoli e ancora pi in l.
.
Sbirciavamo sul vetro di Cola
nell'estremo, perduto orizzonte:
a quei magici mondi si vola
non ti basta passare quel ponte.
.
Amavamo quei cani, fratelli,
e le bici eran razzi nel giorno
della corsa agli spazi pi belli
fino a Marte, pi avanti e ritorno.
.
Come Tarzan, saltando tra liane
con la spada di Zorro lucente
come Bond, tra le imprese pi strane,
forza d'Ercole in ogni frangente.
.
Guardavamo al futuro e pi avanti
fino a terre lontane, sui prati
dove senza un'et tutti quanti
eravamo dal tempo graziati.
.
Riempivamo la vita di vita
di risate, ossa rotte e schiamazzi.
Quell'et vedo adesso rapita
ma  per voi questo libro, ragazzi.
.
Voglio dirvi alcune cose importanti prima che iniziamo il nostro viaggio.
.
Io ho vissuto ogni cosa. Questo  uno dei problemi di quando si rac-
contano gli avvenimenti in prima persona. Il lettore sa che il narratore non
 stato ucciso. Cos, qualsiasi cosa mi accada, qualsiasi cosa mi sia accadu-
ta, potete stare sicuri che io l'ho vissuta completamente, anche se posso es-
sere un poco cambiato dall'esperienza, in meglio o in peggio: a voi decidere come.
.
Ci potrebbero essere dei punti in cui direte: "Ehi, come fa a sapere che
questo fatto  accaduto o questa persona ha detto questa o quella cosa, se
lui non c'era?" La risposta a questa domanda  che ho scoperto abbastanza,
in seguito, da riempire i vuoti, o in qualche caso ho dedotto cosa fosse suc-
cesso, o in altri casi ho deciso che doveva essere successo in quel modo
anche se non era stato cos.
Sono nato nel luglio del 1952. Mi sto avvicinando al mio quarantesimo
compleanno. Diamine, sono vecchio, vero? Non sono pi, come dicevano
una volta le recensioni su di me, "un giovane promettente talento". Sono
quello che sono. Scrvo sin da quando ero alle medie, e invento storie da
molto tempo prima di capire esattamente che cosa stessi facendo. I miei
lavori di scrittore sono stati pubblicati a partire dal 1978. O si dice "auto-
re"? Scrittore di paperback, come dicono i Beatles. Autore di libri in bros-
sura, con copertina rigida? Una cosa comunque  certa: di rigido ho di si-
curo la schiena. Ho ricevuto rimproveri e gentilezze proprio come ogni al-
tro fratello o sorella su questa nostra terra. Sono stato fortunato a poter
creare personaggi e parole dal niente. Scrittore? Autore?
Cosa ne dite di narratore?
Volevo mettere i miei ricordi sulla carta, l dove li posso conservare. Sa-
pete, io credo nella magia. Sono nato e cresciuto in anni magici, in una cit-
t magica, tra maghi. Oh, quasi tutti gli altri non si rendevano conto di vi-
vere in quella rete di magia, costituita dai filamenti d'argento della sorte e
delle circostanze. Ma io l'ho sempre saputo. Quando avevo dodici anni, il
mondo era la mia lanterna magica, e mediante la sua verde luminescenza
fantastica io vedevo il passato, il presente e il futuro. Anche voi, probabil-
mente, solo che non ve lo ricordate. Vedete, questo  quello che penso: al-
l'inizio, noi tutti conosciamo la magia. Veniamo al mondo e dentro di noi
ci sono turbini di vento, incendi di boschi e comete. Veniamo al mondo
capaci di cantare con gli uccelli, di vedere nelle nuvole e di leggere il no-
stro destino nei granelli di sabbia. Ma poi, la magia all'interno di noi viene
cancellata dall'educazione e dalla chiesa; viene sculacciata via, lavata via,
pettinata via.
Ci mettono sulla retta via e ci dicono che dobbiamo comportarci in ma-
niera responsabile. Comportarci secondo la nostra et, e crescere, per amor
del cielo! E sapete perch ci dicono questo? Perch la gente che ce lo dice
ha paura del nostro essere giovani e selvaggi, e perch la magia che noi
conosciamo li ha fatti vergognare e li ha resi tristi per ci che loro hanno
lasciato appassire dentro di loro.
Dopo che ci si allontana cos tanto dalla magia, per, non si riesce pi a
riaverla realmente indietro. Solo per qualche secondo. Solo qualche secon-
do di conoscenza e di ricordo. Quando le persone si commuovono al cine-
ma,  perch l, in quel teatro buio, viene sfiorato, anche solo per un breve
attimo, il lago dorato della magia. Poi escono nuovamente, nella crudele
luce della logica e della ragione e il lago si secca; allora provano un senso
di tristezza nel cuore e non sanno spiegarsi il perch. Quando una canzone
risveglia un ricordo, quando dei batuffoli di polvere che rotolano in una
lama di luce distolgono la tua attenzione dal mondo, quando ascolti un tre-
no che corre sui binari lontano nella notte e ti chiedi dove stia andando, al-
lora vai oltre ci che sei e il luogo dove sei. Per il pi breve degli attimi sei
entrato nel regno della magia.
Ecco ci che credo.
La verit  che, ogni anno che passa, noi ci allontaniamo da quel-
l'essenza che  nata con noi. Ci vengono imposti dei fardelli, alcuni buoni,
altri un po' meno buoni. Ci succedono delle cose. I nostri cari muoiono.
Alcuni hanno degli incidenti e restano storpi. La gente si perde, per un mo-
tivo o per l'altro. Non  poi cos difficile, in questo mondo di folli labirinti.
La vita stessa fa del suo meglio per toglierci quel ricordo di magia. Non sai
cosa stia succedendo finch un bel giorno ti accorgi che hai perso qualco-
sa, ma non sei sicuro di cosa.  come quando sorridi a una bella ragazza e
lei ti chiama "signore". Sono cose che succedono.
Questi ricordi di quello che ero e di dove vivevo sono importanti per me.
Contribuiscono in gran parte a creare ci che sar quando il mio viaggio
volger al termine. Avr bisogno del ricordo della magia se mi capiter
nuovamente di esercitare la magia. Ho bisogno di sapere e di ricordare, e
voglio raccontarlo a voi.
Mi chiamo Cory Jay Mackenson. La mia citt natale  un posto chiama-
to Zephyr, nel sud dell'Alabama. Non faceva mai troppo freddo l, n trop-
po caldo. Le strade erano ombreggiate da querce e le case avevano portica-
ti sul davanti e zanzariere alle finestre. C'era un parco con due campi da
baseball, uno per i ragazzini e uno per i grandi. C'era una piscina pubblica
dove l'acqua era azzurra e pulita e i ragazzi si tuffavano fino a toccare il
fondo per qualche penny. Il 4 luglio si faceva un barbecue, e alla fine del-
l'estate una gara di nuoto. Quando io avevo dodici anni, nel 1964, Zephyr
contava circa millecinquecento abitanti. C'era il Bright Star Cafe, un gran-
de magazzino Woolworth's, e un piccolo negozio di alimentari Piggly-
Wiggly. C'era una casa dove vivevano le ragazze di malaffare, sulla Route
10. Non tutte le famiglie avevano la televisione. Nella contea era proibito
l'alcool, il che significava che le distillerie clandestine di whisky prospera-
vano. Le strade andavano a sud, nord, est e ovest e di notte passava un tre-
no merci diretto a Birmingham, che lasciava dietro di s un odore di ferro
bruciato. Zephyr aveva quattro chiese, una scuola elementare e un cimitero
in cima a Poulter Hill. Vicino c'era un lago cos profondo che avrebbe an-
che potuto non avere un fondo. La mia citt era piena di buoni e di cattivi,
gente onesta che conosceva la bellezza della virt, e altri per i quali la bel-
lezza era la menzogna. La mia citt era probabilmente molto simile alla
vostra.
Ma Zephyr era un luogo magico. Gli spiriti passeggiavano al chiaro di
luna. Uscivano dalle loro tombe erbose e si fermavano, in piedi sulla colli-
na, a parlare dei vecchi tempi, di quando la Coca-Cola aveva davvero un
certo sapore e si poteva distinguere un democratico da un repubblicano. Io
lo so perch li ho sentiti. Il vento a Zephyr soffiava attraverso le zanzarie-
re, portando il sentore del caprifoglio a risvegliare l'amore, e i lampi blu
frastagliati si scaricavano sulla terra a risvegliare l'odio. Avevamo tempe-
ste di vento e periodi di siccit e il fiume che correva vicino alla mia citt
aveva la cattiva abitudine di straripare. Quando avevo cinque anni, durante
la primavera, un'inondazione port dei serpenti nelle strade. Poi i corvi ar-
rivarono a centinaia in un nero tornado e raccolsero i serpenti con i loro
becchi assassini, e il fiume sgattaiol nuovamente nel suo letto come un
cane bastonato. Poi usc il sole come uno squillo di tromba, e il vapore sal
turbinando dai tetti chiazzati di sangue della citt.
Avevamo una regina nera di centosei anni. Avevamo un pistolero che
aveva salvato la vita a Wyatt Herp all'O.K. Corral. Avevamo un mostro nel
fiume e un segreto nel lago. Avevamo un fantasma che compariva sulla
strada alla guida di un dragster nero con lingue di fuoco dipinte sul cofano.
Avevamo un Gabriele e un Lucifero, e un ribelle che risorgeva dalla tom-
ba. Avevamo un invasore extraterrestre, un ragazzo con un braccio miraco-
loso, e avevamo un dinosauro che vagava libero per Merchants Street.
Era un luogo magico.
In me ci sono i ricordi della mia vita di ragazzo passata in quel regno di
incanto.
Io ricordo.
Ci sono cose che voglio raccontarvi.
...
.
...
PARTE PRIMA.
.
I fantasmi di primavera.
.
1.
.
Prima del sorgere del sole.
.
- Cory? Svegliati, figliolo.  ora.
Lasciai che mi richiamasse dalle oscure caverne del sonno, aprii gli oc-
chi e lo guardai. Era gi vestito, con la sua uniforme marrone scuro col
nome - Tom - scritto a lettere bianche sul taschino. Sentii l'odore di uova e
prosciutto e la radio accesa a volume basso in cucina. Rumore di una pa-
della che sbatteva e di bicchieri che tintinnavano: la mamma era al lavoro
nel suo elemento, sicura come una trota che si fa portare dalla corrente. -
 ora - disse mio padre e accese la lampada di fianco al letto e mi lasci
l a sbattere gli occhi, mentre le ultime immagini di un sogno svanivano
nella mia mente.
Il sole non era ancora sorto. Era met marzo, e un vento gelido soffiava
attraverso gli alberi oltre la mia finestra. Lo potevo sentire, se mettevo la
mano contro il vetro. La mamma, rendendosi conto che ero sveglio quando
mio padre and a prendersi una tazza di caff, alz un pochino il volume
della radio per sentire le previsioni del tempo. La primavera era iniziata da
un paio di giorni, ma quell'anno l'inverno aveva denti e unghie affilati e re-
stava aggrappato al sud come un gatto bianco. Non avevamo avuto neve,
ma il vento era gelido e soffiava forte dai polmoni del Polo.
- Maglione pesante! - grid la mamma. - Hai sentito?
- Ho sentito! - risposi, e presi il maglione verde pesante dal cas-
settone. Ecco qui la mia stanza, alla luce gialla della lampada e col bronto-
lio del termosifone: un tappeto indiano rosso come il sangue di Cochise,
una scrivania con sette mistici cassetti, una sedia ricoperta con una stoffa
che ricorda il velluto nero-blu del mantello di Batman, un acquario con pe-
sciolini cos chiari che si pu vedere il loro cuore battere, il summenziona-
to cassettone ricoperto di decalcomanie delle scatole di montaggio di aere-
oplani Revell, un letto con una trapunta cucila da una parente di Jefferson
Davis, un armadio e gli scaffali. Ah, s, gli scaffali. I tesori trovati. Su que-
gli scaffali c' impilata una buona parte di me stesso, centinaia di giornali-
ni a fumetti: Lega della Giustizia, Flash, Lanterna Verde, Batman, Spirit,
Falco, Il sergente Rock, Aquaman, e Fantastici Quattro. Ci sono copie di
Boy's Life, decine di numeri di Famous Monsters of Filmland, Screen
Thrills e Popular Mechanics. C' una parete gialla di National Geogra-
phics, e devo ammettere con vergogna che so dove sono tutte le fotografie
degli africani.
Gli scaffali sono lunghi chilometri e chilometri. La mia collezione di bi-
lie brilla da dentro il barattolo da conserva. La mia cicala secca attende di
cantare nuovamente in estate. Il mio yo-yo Duncan che suona, se non fosse
per la corda che  rotta e che pap deve riparare. Il mio piccolo campiona-
rio di tessuti per abiti che ho ricevuto dal signor Parlowe che lavora da
Stagg, il negozio di abbigliamento per uomo. Uso questi campioni di tes-
suto come tappeti dentro ai modellini di aerei, insieme ai sedili ritagliati
nel cartone. Il mio proiettile d'argento, fuso dal Cavaliere Solitario per un
cacciatore di lupi marinari. Il mio bottone della Guerra Civile staccatosi
dall'uniforme di un confederato quando la tempesta spazz Shiloh. Il mio
coltello di gomma per difendermi dagli agguati dei coccodrilli assassini
nella vasca da bagno. Le mie monete canadesi, lisce come le pianure del
nord. Sono ricco oltre misura.
- La colazione  pronta! - grid la mamma. Tirai su la cerniera del
maglione, che era dello stesso verde della camicia strappata del sergente
Rock. I miei blue-jeans avevano delle pezze sulle ginocchia, decorazioni al
valore che commemoravano incontri con filo spinato e ghiaia. La mia ca-
micia di flanella era cos rossa da impressionare un toro, le calze bianche
come ali di colomba e le mie Ked nere come la notte. Mia madre era dal-
tonica e mio padre pensava che lo scozzese stesse bene con i quadri. Ero a
posto.
 ridicolo, a volte, quando guardi le persone che ti hanno messo al mon-
do e ti ritrovi cos chiaramente in loro. Ti rendi conto che ogni persona, a
questo mondo,  un compromesso della natura. Io avevo l'ossatura piccola
di mia madre e i suoi capelli castani scuri e ondulati, mentre mio padre mi
aveva dato i suoi occhi azzurri e il naso affilato. Avevo mani dalle dita
lunghe come mia madre, "mani da artista" mi diceva sempre quando mi
lamentavo che le mie dita erano troppo sottili, e sopracciglia folte come
mio padre, e la stessa fossetta sul mento. Certe volte desideravo andare a
dormire e risvegliarmi il giorno dopo con le fattezze di Stuart Whitman in
Cimarron Strip o di Clint Walker in Cheyenne, ma in realt ero un ragaz-
zino secco e goffo, di aspetto e statura entro la media, e avrei potuto con-
fondermi con la tappezzeria se solo avessi chiuso gli occhi e trattenuto il
respiro. Nelle mie fantasie, per, davo la caccia ai fuorilegge con i cowboy
e gli investigatori che ci sfilavano davanti ogni sera sullo schermo televi-
sivo, e nei boschi dietro a casa nostra aiutavo Tarzan a chiamare i leoni e
uccidevo i nazisti in una guerra solitaria. Avevo un piccolo gruppo di ami-
ci, ragazzi come Johnny Wilson, Davy Ray Callan e Ben Sears, ma non
ero quello che si potrebbe definire un ragazzo popolare. A volte, parlare
con la gente mi rendeva nervoso e mi si ingarbugliava la lingua, cos me
ne stavo zitto. I miei amici e io eravamo pi o meno della stessa et, cor-
poratura e temperamento: evitavamo tutto ci che non riuscivamo a com-
battere, ed eravamo pessimi lottatori.
 da questo che  nata la mia voglia di scrivere. Di "riscrivere", se vole-
te. Riscrivere gli eventi, la concezione del mondo cos come avrebbe dovu-
to essere, se Dio non avesse avuto gli occhi strabici e i denti sporgenti. Nel
mondo reale non avevo alcun potere, ma nel mio mondo ero rcole libero
dalle catene.
Una cosa so di averla presa da nonno Jaybird, il padre di mio padre: la
curiosit per il mondo. Aveva settantasei anni ed era duro come la carne
secca, aveva una linguaccia cattiva e un carattere ancora peggiore, ma era
sempre in giro nei boschi intorno alla sua fattoria. Portava a casa delle cose
che facevano svenire nonna Sarah: pelli di serpente, nidi di calabrone vuo-
ti, persino animali morti. Gli piaceva aprire le cose con un temperino e
guardarci dentro, posando le interiora insanguinate su un foglio di giorna-
le. Una volta appese un rospo morto a un albero e mi invit a guardare le
mosche che se lo mangiavano. A volte portava a casa un sacco pieno di
foglie, le rovesciava per terra nel salotto e le esaminava una per una con
una lente di ingrandimento, segnando le differenze su uno dei suoi taccuini
Nifty che possedeva a centinaia. Collezionava mozziconi di sigaro e sputi
secchi di tabacco da masticare, che teneva in provette di vetro. A volte,
stava seduto per ore al buio a guardare la luna.
Forse era pazzo. Forse pazzo  il nome che danno a chiunque non sia pi
un bambino e conservi in s la magia. Ma nonno Jaybird mi leggeva le vi-
gnette sul giornale della domenica, e mi raccontava le storie della casa in-
festata dagli spettri del piccolo villaggio dove era nato. Nonno Jaybird po-
teva anche essere cattivo, stupido e meschino, ma aveva acceso in me la
candela della meraviglia e alla luce di quella candela io potevo vedere ben
pi in l di Zephyr.
Quella mattina, prima che si alzasse il sole, mentre me ne stavo seduto a
fare colazione con mia madre e mio padre nella nostra casa in Hilltop
Street, correva l'anno 1964. Sulla terra soffiavano forti i venti del cambia-
mento, cose che ignoravo. Tutto quello che sapevo, in quel momento, era
che volevo un altro bicchiere di succo d'arancia, e che avrei dovuto aiutare
mio padre nel suo giro di consegne prima che lui mi accompagnasse a
scuola. Cos, finito di far colazione e sparecchiato, dopo essere uscito nel
freddo a salutare Rebel e a dargli la sua razione di Gravy Train, la mamma
baci pap e me, io mi misi la giacca foderata di pelo, presi i libri di scuola
e via sul vecchio camioncino tossicchiante. Libero ormai dal suo recinto
sul retro, Rebel ci segu per un po', ma, arrivato all'angolo tra Hilltop e
Shawson Street, si trov nel. territorio di Bodog, il doberman dei Ramsey,
e batt in ritirata strategica alla prima salva di latrati.
Ed ecco Zephyr davanti a noi, tranquillamente immersa nei suoi sogni,
la luna come una piccola falce bianca nel cielo.
C'erano alcune luci accese, ma non molte. Non erano ancora le cinque.
La piccola falce di luna si rifletteva nella lenta ansa del Tecumseh River, e
se il Vecchio Mos nuotava l dentro, il suo ventre coriaceo sicuramente
strisciava nel fango. Gli alberi lungo le strade di Zephyr erano ancora spo-
gli e i loro rami si muovevano nel vento. I semafori, tutti e quattro sistema-
ti in quelli che potevano essere chiamati gli incroci principali, ammiccava-
no gialli lampeggiando all'unisono. Verso est, un ponte di pietra con mi-
nacciose garguglie attraversava l'ampia conca in cui scorreva il fiume. Al-
cuni dicevano che le facce delle garguglie, scolpite all'inizio degli anni
Venti, raffiguravano i vari generali confederati, angeli caduti, per cos dire.
Verso ovest, la strada si snodava tra le colline coperte di boschi e verso al-
tre citt. I binari della ferrovia attraversavano Zephyr a nord, proprio nella
zona di Bruton, dove vivevano tutti i neri. A sud c'era il parco pubblico
con un palco per la banda e due diamanti per il baseball intagliati nel terre-
no. Il parco era stato intitolato a Clifford Gray Haines, che aveva fondato
Zephyr, e c'era una statua di lui seduto su una roccia, col mento appoggiato
a una mano. Mio padre diceva che Clifford sembrava perennemente costi-
pato e non potesse n farla, n alzarsi dal trono. Ancora pi a sud, la Route
10 usciva dai confini di Zephyr e si allontanava zigzagando come uno scu-
ro serpente mocassino oltre boschi paludosi, un camping per roulotte, e il
Saxon's Lake, che scendeva a profondit sconosciute.
Pap svolt in Merchants Street e attraversammo il centro di Zephyr,
dove c'erano i negozi. Lungo la via principale, fiancheggiata dal marcia-
piedi, c'era il Dollar's Barbershop, lo Stagg Shop for Men, lo Zephyr Feeds
and Hardware Store, il negozio di alimentari Piggly-Wiggly, i grandi ma-
gazzini Woolworth's, il Lyric Theatre e tante altre attrazioni. Non era mol-
to, per: bastava sbattere le palpebre una o due volte e si era gi passati ol-
tre. Quindi pap attravers i binari della ferrovia, prosegu per altri tre chi-
lometri, e svolt entrando in un cancello su cui c'era un cartello che diceva:
CASEIFICIO GREEN MEADOWS. I camion del latte erano alla piatta-
forma di carico e venivano riempiti. Qui c'era molta attivit, perch il ca-
seificio Green Meadows apriva presto e i lattai avevano i loro giri prestabi-
liti.
A volte, quando pap aveva un giro particolarmente lungo, mi chiedeva
di aiutarlo con le consegne. Mi piaceva il silenzio e l'immobilit del matti-
no. Mi piaceva il mondo prima del sorgere del sole. Mi piaceva scoprire
quello che le persone ordinavano al caseificio. Non so perch, forse era la
curiosit ereditata da nonno Jaybird.
Pap scorse un elenco insieme al capo, un uomo grande e grosso con i
capelli a spazzola, di nome Bowers, quindi pap e io cominciammo a cari-
care il camioncino. C'erano bottiglie di latte, cartoni di uova fresche, con-
tenitori pieni di formaggio da spalmare e della speciale insalata di patate e
fagioli della Green Meadows. Tutto era ancora freddo di frigo e le bottiglie
del latte coperte di brina brillavano sotto le luci della piattaforma di carico.
Sui tappi di carta c'era la faccia sorridente di un lattaio e le parole "Ti fa
bene!". Mentre ci stavamo dando da fare, il signor Bowers si avvicin e
rimase a osservarci con la tavoletta portablocco sotto il braccio e la penna
dietro l'orecchio. - Pensi che ti piacerebbe fare il lattaio, Cory? - mi
chiese e io dissi che forse s. - Il mondo avr sempre bisogno di lattai -
prosegu il signor Bowers. - Giusto, Tom?
- Giusto come la pioggia - disse mio padre; era un'espressione che
usava sempre quando stava ascoltando solo con un orecchio.
- Vieni a fare domanda quando compi i diciott'anni - mi disse il si-
gnor Bowers. - Ti sistemeremo. - Mi diede una pacca sulle spalle che
mi fece quasi battere i denti e che fece tintinnare le bottiglie che stavo por-
tando nel cartone.
Quindi, pap si sedette dietro al volante dalle grosse razze, io salii di
fianco a lui, lui gir la chiavetta, il motore part e noi ci allontanammo in
retromarcia dalla piattaforma col nostro carico cremoso. Davanti a noi, la
luna stava scendendo e le ultime stelle indugiavano sull'orlo della notte. -
Cosa ne pensi? - chiese pap. - Di fare il lattaio, voglio dire. Ti piace-
rebbe?
- Potrebbe essere divertente - dissi io.
- Non particolarmente. S,  bello, ma nessun lavoro  sempre di-
vertente. Mi sembra che non ne abbiamo mai parlato, di quello che vuoi
fare, vero?
- Nossignore.
- Be', io non penso che tu dovresti fare il lattaio solo perch  quello
che faccio io. Il nonno Jaybird voleva che facessi il contadino come lui.
Nonna Sarah voleva che diventassi dottore. Te lo immagini? - Mi lanci
un'occhiata e sorrise. - Io, un dottore! Dottor Tom! Nossignore, non fa-
ceva per me.
- Che cosa avresti voluto essere? - gli chiesi.
Mio pap rest in silenzio per un po'. Sembrava che stesse riflettendo su
questa domanda dentro di s, in profondit. Mi venne in mente che forse
nessuno gliel'aveva mai fatta. Tenne forte il volante con le sue mani grandi
per affrontare la strada che si snodava davanti a noi nella luce dei fari e
disse: - Il primo uomo su Venere. O un cowboy da rodeo. O un uomo che
guarda un'area vuota e nella sua mente riesce a vedere la casa che vuole
costruire proprio l, fino all'ultimo chiodo e all'ultima asse. O un investiga-
tore. - Emise un piccolo suono in fondo alla gola, come una risata. - Ma
al caseificio avevano bisogno di un altro lattaio, e cos eccomi qui.
- A me non dispiacerebbe fare il pilota di macchine da corsa - dissi.
Ogni tanto mio pap mi portava alle corse di macchine sulla pista di terra
battuta vicino a Barnesboro, e ce ne stavamo seduti a mangiare hot dog e a
guardare le scintille che si sprigionavano nell'urto di metallo contro metal-
lo. - Anche fare l'investigatore non sarebbe male. Risolverei misteri e al-
tre cose, come gli Hardy Boys.
- Gi, non sarebbe male - convenne mio padre. - Per la verit  che
non si sa mai come vanno a finire le cose. Tu punti verso una cosa, diritto
come una freccia, ma prima di colpire il bersaglio, il vento ti sposta. Non
credo di aver mai incontrato una persona che sia diventata quello che vole-
va essere alla tua et.
- Io vorrei essere tutti gli uomini di questa terra - dissi. - Vorrei vi-
vere un milione di volte.
- Be' - e qui mio padre mi rivolse uno dei suoi solenni cenni del capo
- questa sarebbe una bella magia, non ti pare? - Fece un cenno col dito.
- Questa  la nostra prima fermata.
Nella prima casa dovevano vivere dei bambini, perch avevano preso
due quarti di latte al cioccolato oltre ai due quarti di latte normale. Poi ri-
partimmo, passando per strade dove gli unici suoni erano il vento e l'ab-
baiare di cani mattinieri, quindi ci fermammo in Shantuck Street per con-
segnare latticello e formaggio da spalmare a qualcuno cui piacevano le co-
se acide. Lasciammo le bottiglie a scintillare sui gradini di quasi tutte le
case di Bevard Lane, mio pap lavorava veloce mentre io spuntavo i nomi
dalla lista e prendevo le consegne seguenti dal retro gelato del camioncino;
formavamo una buona squadra.
Pap disse che aveva dei clienti gi a sud, vicino al Saxon's Lake, dopo
di che sarebbe tornato indietro in modo da finire il resto delle consegne
sulle strade prima che suonasse la campanella della scuola. Oltrepassammo
il parco, lasciammo Zephyr, e la foresta si chiuse su di noi ai due lati della
strada.
Si stavano avvicinando le sei. A est, sopra le colline coperte di pini e
kudzu, il cielo stava cominciando a illuminarsi. Il vento si faceva strada tra
gli alberi, prepotente come il pugno di un bullo. Incrociammo una macchi-
na diretta a nord, l'autista lampeggi con i fari e pap salut con la mano.
-  Marty Barklee che consegna i giornali - mi disse pap. Io pensai al
fatto che c'era tutto un mondo che lavorava prima del sorgere del sole, e le
persone che si stavano svegliando allora non ne facevano parte. Lasciam-
mo la Route 10 e prendemmo una strada sterrata per consegnare latte, latti-
cello e insalata di patate a una piccola casa nascosta tra i boschi, e poi
prendemmo nuovamente a sud, verso il lago. - Universit - disse mio
padre. - Tu dovresti andare all'universit, penso.
- Credo di s - risposi, ma mi sembrava una cosa terribilmente lonta-
na da dove ero allora. Tutto quello che conoscevo dell'universit erano le
squadre di calcio di Auburn e Alabama, e il fatto che alcuni decantavano
Bear Bryant mentre altri adoravano Shug Jordan. Mi sembrava che si sce-
gliesse a che universit andare secondo l'allenatore che si preferiva.
- Bisogna avere dei bei voti per entrare all'universit - disse pap. -
Bisogna essere molto preparati.
- Gli investigatori devono andare all'universit?
- Credo di s, se vogliono essere dei professionisti. Se fossi andato al-
l'universit, io sarei diventato l'uomo che costruisce una casa su un'area
vuota. Non si sa mai cosa ci aspetta, questa  la...
"Verit" stava per dire, ma non fin la frase perch mentre uscivamo da
una curva, una macchina marrone schizz fuori dalla foresta proprio da-
vanti a noi e pap url come se l'avesse punto una vespa e pest il piede
sul freno.
La macchina marrone ci oltrepass mentre pap scartava a sinistra e io
vidi la macchina uscire dalla Route 10 e finire gi per l'argine alla mia de-
stra. Non aveva le luci accese, ma c'era qualcuno seduto al volante. I
pneumatici straziarono il sottobosco, poi la macchina arriv a un piccolo
spuntone di roccia rossa e si tuff gi, nel buio. Ci fu uno spruzzo d'acqua
e io mi resi conto che la macchina era precipitata nel Saxon's Lake.
-  finito in acqua! - esclamai, e pap ferm il camioncino, tir il fre-
no a mano e salt gi tra le erbacce del ciglio della strada. Nel tempo che
io scendevo, pap stava gi correndo verso il lago. Il vento sferzava e tur-
binava intorno a noi, e pap si ferm sullo spuntone di roccia rossa. Nella
debole luce rosata riuscivamo a vedere la macchina nell'acqua, le grosse
bolle che salivano dal cofano. - Ehi! - grid pap con le mani intorno
alla bocca. - Venga fuori di l! - Tutti sapevano che il Saxon's Lake era
profondo come il peccato, e quando una macchina spariva nei suoi abissi
oscuri, era andata per sempre. - Ehi, venga fuori! - grid nuovamente
pap, ma chiunque fosse al volante non rispose. - Penso che sia svenuto!
- mi disse pap, togliendosi le scarpe. La macchina stava cominciando a
inclinarsi sul lato del passeggero, e ci fu un orribile suono lamentoso cau-
sato dall'acqua che irrompeva nell'auto. Pap disse: - Sta' indietro. - Io
obbedii e lui si tuff nel lago.
Era un buon nuotatore. Raggiunse la macchina con poche poderose
bracciate e vide che il finestrino del guidatore era aperto. Sent intorno alle
gambe il risucchio dell'acqua che trascinava la macchina gi verso gli a-
bissi insondati. - Venga fuori! - url, ma il guidatore restava al suo po-
sto. Pap si attacc alla portiera, mise una mano dentro e afferr il guidato-
re per una spalla. Era un uomo, ed era senza camicia. La sua carne era
bianca e fredda, e mio padre si sent accapponare la pelle. La testa del-
l'uomo ciondol all'indietro, con la bocca spalancata. Aveva i capelli bion-
di, tagliati corti, gli occhi chiusi e coperti di lividi neri, la faccia gonfia e
deformata da un brutale pestaggio. Attorno alla gola c'era una corda di
pianoforte di rame annodata cos stretta che il filo sottile aveva tagliato la
carne.
- Cristo - sussurr mio padre, cercando di tenersi a galla.
La macchina ondeggi e sibil. La testa dell'uomo ciondol nuovamente
in avanti, sul petto, come in atteggiamento di preghiera. L'acqua stava sa-
lendo oltre le ginocchia nude del guidatore. Mio padre si accorse che l'uo-
mo era nudo come un verme. Qualcosa luccic sul volante, e lui vide le
manette che assicuravano il polso destro dell'uomo alla razza interna.
Mio padre era un uomo di trentaquattro anni. Aveva gi visto uomini
morti. Hodge Klemson, uno dei suoi migliori amici, era annegato nel Te-
cumseh River quando avevano tutti e due quindici anni, e il suo corpo era
stato ritrovato tre giorni dopo, tutto gonfio e coperto di melma giallastra
come una vecchia mummia incrostata. Aveva visto quanto rimaneva di
Walter e Jeanine Traynor dopo lo scontro frontale di sei anni prima tra la
Buick di Walter e un camion che trasportava tronchi, guidato da un ragaz-
zo sotto l'effetto di sostanze eccitanti. Aveva visto la lucida massa scura di
Little Stevie Cauley dopo che i pompieri avevano spento le fiamme del
dragster nero accartocciato chiamato Midnight Mona. Aveva guardato
spesso dentro le fauci ghignanti della morte, e si era sempre comportato da
uomo, ma questa volta era diverso.
Questa volta la morte aveva il volto dell'assassinio.
La macchina stava andando gi. Mentre il cofano affondava, la parte po-
steriore cominci ad alzarsi. Il corpo dietro al volante si mosse nuovamen-
te e mio padre vide qualcosa sulla spalla dell'uomo. Un segno blu, contro il
bianco della pelle. No, non un livido, un tatuaggio. Era un teschio con le
ali che si aprivano alle tempie.
Dalla macchina provenne una grande esplosione di bolle, mentre entrava
dell'altra acqua. Il lago non sarebbe stato smentito. Avrebbe reclamato il
suo giocattolo e lo avrebbe nascosto in un cassetto segreto. Mentre la mac-
china iniziava a scivolare nell'oscurit, il risucchio afferr le gambe di mio
padre e lo tir sotto. Fermo sullo spuntone di roccia rossa, vidi la sua testa
scomparire e gridai: - Pap! - mentre il panico mi afferrava allo stoma-
co.
Sott'acqua, lui lott contro i muscoli del lago. La macchina si inabiss,
allontanandosi da lui, e mentre le sue gambe si dibattevano alla ricerca di
un appiglio in quella tomba d'acqua altre bolle salirono verso la superficie,
lo liberarono e lui sal i loro gradini d'argento verso l'attico dell'aria.
Vidi la sua testa uscire dall'acqua. - Pap! - urlai di nuovo. - Torna
indietro, pap!
- Tutto bene! - rispose lui, ma aveva la voce scossa. - Sto tornando!
- Cominci a nuotare come un cane verso riva, il corpo improvvisamente
debole come uno straccio strizzato. Il lago continu a eruttare dove la
macchina disturbava i suoi visceri, come se stesse digerendo qualcosa di
cattivo. Pap non riusciva a salire sullo spuntone di roccia rossa e cos
nuot verso un punto in cui poteva arrampicarsi aggrappandosi ai tralci di
kudzu e alle rocce. - Sto bene! - disse nuovamente uscendo dal lago,
mentre le sue gambe affondavano fino alle ginocchia nel fango. Una tarta-
ruga grossa come un piatto gli scivol accanto, e si immerse con uno sbuf-
fo perplesso. Io mi voltai verso il camioncino; non so perch, ma lo feci.
E vidi una figura in piedi nel bosco oltre la strada.
Era l, in piedi, con un lungo cappotto scuro. Le falde si muovevano col
vento. Forse avevo sentito su di me gli occhi di qualcuno che mi stava os-
servando mentre guardavo mio padre nuotare verso la macchina che affon-
dava. Rabbrividii un poco, sentendo un gelo nelle ossa, e poi sbattei le pal-
pebre un paio di volte e, dove c'era stata quella figura, ora c'era solamente
il bosco spazzato dal vento.
- Cory? - chiam mio padre. - Dammi una mano, figliolo!
Scesi sulla riva fangosa e gli diedi l'aiuto che pu dare un ragazzino in-
freddolito e spaventato. Quindi i suoi piedi trovarono un appoggio sul ter-
reno solido e lui si scost i capelli dalla fronte. - Devo trovare un telefo-
no - disse, concitato. - C'era un uomo in quella macchina.  andato gi
a fondo!
- Ho visto... ho visto... - indicai il bosco dall'altra parte della Route
10. - Qualcuno era...
- Su, andiamo! - Mio padre stava gi attraversando la strada a grandi
passi, tutto inzuppato, le scarpe in mano. Io mossi le mie gambe di scatto e
lo seguii vicino come un'ombra e il mio sguardo torn al punto in cui ave-
vo visto quella figura, ma non c'era nessuno, assolutamente nessuno.
Pap mise in moto il camioncino e accese il riscaldamento. Batteva i
denti e, nella luce grigia del mattino, il suo volto era pallido come un cero.
- Dannazione! - disse, e questo mi sorprese perch non imprecava mai
di fronte a me. - Ammanettato al volante, era. Ammanettato. Dio, la fac-
cia di quell'uomo era tutta pesta!
- Chi era?
- Non lo so. - Alz il riscaldamento e quindi part verso sud, verso la
casa pi vicina. - Qualcuno gli ha fatto un bel servizio, questo  sicuro!
Ges, che freddo!
Sulla destra partiva una strada sterrata e mio padre la prese. A cinquanta
metri dalla Route 10 c'era una piccola casa bianca con una veranda chiusa,
sul davanti. Su un lato c'era un giardinetto. C'erano due macchine parcheg-
giate sotto una tettoia di plastica verde, una Mustang rossa e una vecchia
Cadillac tutta chiazzata di ruggine. Pap si ferm davanti alla casa e disse:
- Aspettami qui. - And alla porta con indosso le calze bagnate e suon
il campanello. Dovette suonare due volte prima che la porta si aprisse con
un tintinnare di campanelli, e comparisse una donna dai capelli rossi, che
era tre volte mia madre, con indosso una vestaglia azzurra a fiori neri.
Pap disse: - Signorina Grace, ho bisogno di usare il suo telefono con
la massima urgenza.
- Ma  tutto bagnato! - La voce della signorina Grace ricordava il
suono stridente di una sega arrugginita. Teneva in mano una sigaretta e le
sue dita scintillavano di anelli.
-  successo qualcosa di brutto - le disse pap, e lei sospir come una
nuvola dai capelli rossi e disse: - D'accordo, entri. Ma stia attento al tap-
peto. - Pap entr in casa, la porta si chiuse con un tintinnio e io rimasi
seduto sul camioncino mentre i primi raggi di sole arancione cominciavano
a farsi strada sopra le colline a est. Sentivo l'odore del lago, l nel camion-
cino con me: veniva da una pozzanghera d'acqua sul fondo della macchina,
sotto il sedile di mio padre. Avevo visto qualcuno in piedi nel bosco. Ne
ero sicuro. O no? Perch non era venuto avanti a vedere cos'era successo
all'uomo nella macchina? E chi era l'uomo nella macchina?
Mi stavo scervellando su queste domande, quando la porta si apr di
nuovo e la signorina Grace usc, questa volta con un maglione bianco
sformato sulla vestaglia azzurra. Si era messa un paio di scarpe da ginna-
stica: aveva le caviglie e i polpacci robusti come giovani alberi. In una
mano aveva una scatola di biscotti Lorna Doone e nell'altra la sigaretta ac-
cesa, venne verso il camioncino e mi sorrise. - Salve - disse. - Tu devi
essere Cory.
- S - risposi io.
La signorina Grace non aveva un gran sorriso. Aveva le labbra sottili, il
naso largo e schiacciato, le sopracciglia erano solo due segni di matita nera
sopra gli occhi azzurri infossati. Mi cacci la scatola di biscotti sotto il na-
so. - Vuoi un biscotto?
Non avevo fame, ma i miei mi avevano sempre insegnato a non rifiutare
un dono. Ne presi uno.
- Prendine due - offr la signorina Grace e io presi un altro biscotto.
Ne mangi uno anche lei, quindi aspir il fumo dalla sigaretta e lo soffi
fuori dalle narici. - Tuo pap  il nostro lattaio - disse. - Noi siamo
sulla tua lista, penso. Sei quarti di latte, due di latticello, due di latte al
cioccolato e tre pinte di panna.
Controllai la lista. C'era il suo nome, Grace Stafford, e l'ordine, proprio
come aveva detto lei. Le dissi che le avrei tirato fuori tutto e iniziai a met-
tere insieme la sua consegna. - Quanti anni hai? - mi chiese la signorina
Grace mentre lavoravo. - Dodici?
- No, signora. Li compir a luglio.
- Io ho un figlio. - La signorina Grace fece cadere la cenere dalla si-
garetta con un colpetto. Mordicchi un altro biscotto. - Ne ha compiuti
venti a dicembre. Vive a San Antonio. Sai dov'?
- S, signora.  in Texas. Dove c' l'Alamo.
- Esatto. Ne ha fatti venti, il che significa che io ne ho trentotto. Sono
un vecchio fossile, vero?
Quella era una domanda tranello, pensai. - No, signora - decisi di ri-
spondere.
- Be', tu sei un piccolo diplomatico, vero? - Sorrise nuovamente, e
questa volta il sorriso era negli occhi. - Prendi un altro biscotto. - Mi la-
sci la scatola, and alla porta e grid dentro la casa: - Lainie! Lainie!
Alza il didietro e vieni qua fuori!
Per primo usc mio padre. Sembrava vecchio, nella luce dura del mattino
e aveva gli occhi cerchiati di scuro. - Ho chiamato l'ufficio dello sceriffo
- mi disse, sedendosi sul suo sedile bagnato, e infil i piedi nelle scarpe.
- Dobbiamo aspettare che venga qualcuno dove la macchina  caduta nel
lago.
- Chi diavolo era? - chiese la signorina Grace.
- Non saprei. La sua faccia era... - Mi rivolse una rapida occhiata, poi
guard nuovamente verso la donna. - Era piuttosto malconcio.
- Doveva essere ubriaco. Liquore di contrabbando, sicuramente.
- Non credo. - Al telefono pap non aveva fatto menzione del fatto
che l'uomo nella macchina fosse nudo, strangolato con una corda di piano-
forte e ammanettato al volante. Erano cose per lo sceriffo e non per le o-
recchie della signorina Grace o di qualcun altro. - Ha mai visto un tizio
con un tatuaggio sulla spalla sinistra? Sembrava un teschio con le ali che
partivano dalle tempie.
- Ho visto pi tatuaggi io della Marina Militare - disse la signorina
Grace - ma non mi ricordo niente di simile, in questa zona. Perch? Quel
tizio era senza camicia?
- Gi. E aveva quel teschio con le ali tatuato proprio qui. - Si tocc la
spalla sinistra. Pap rabbrivid nuovamente, e si sfreg le mani. - Non re-
cupereranno pi quella macchina. Mai pi. Saxon's Lake  profondo alme-
no cento metri.
I campanelli tintinnarono. Guardai verso la porta, tenendo sempre tra le
braccia il vassoio con le bottiglie di latte.
Una ragazza con gli occhi gonfi di sonno usc incespicando. Portava un
accappatoio lungo a quadri ed era a piedi nudi. I capelli erano dello stesso
colore della barba del granturco e le cadevano intorno alle spalle; mentre si
avvicinava al camioncino, sbatt gli occhi per la luce e disse: - Mi sento
proprio fottuta.
Devo essere quasi svenuto, perch mai in tutta la mia vita avevo sentito
una donna usare una parola cos sporca. Oh, sapevo cosa voleva dire quella
parola e tutto quanto, ma sentirla uscire da una bocca cos graziosa mi
sciocc a tal punto che rimasi l come uno stupido.
- C' un ragazzo nei dintorni, Lainie - disse la signorina Grace, con
un tono di voce che avrebbe potuto piegare un chiodo. - Modera il lin-
guaggio, per favore.
Lainie mi guard, e il suo sguardo gelido mi ricord quella volta che a-
vevo messo una forchetta nella presa della corrente. Gli occhi di Lainie e-
rano marrone come la cioccolata e sulle sue labbra c'era un'espressione a
met tra il sorriso e il ghigno. C'era un qualcosa di duro e guardingo sul
suo viso, come se avesse esaurito la sua scorta di fiducia nel prossimo.
Aveva un segno rosso rotondo nell'incavo della gola. - Chi  il ragazzo?
- chiese.
-  il figlio del signor Mackenson. Cerca di mostrare un po' di classe,
mi hai sentito?
Io deglutii a fatica e distolsi il mio sguardo da quello di Lainie. Il suo
accappatoio si stava aprendo lentamente. Mi venne in mente di colpo che
genere di ragazze usasse le brutte parole, e che tipo di posto fosse quello.
Avevo sentito sia da Johnny Wilson che da Ben Sears che c'era una casa
piena di puttane da qualche parte vicino a Zephyr. Lo sapevano tutti alla
scuola elementare. Quando dicevi a qualcuno di andare a puttane, era un
insulto ai limiti della rissa. Per mi ero sempre immaginato che un bordel-
lo fosse una grande casa, con salici piangenti e servi neri che portavano
bourbon con ghiaccio e menta ai clienti seduti sotto il portico; in realt, in-
vece, questo bordello non era molto meglio di una roulotte sfasciata. Cio-
nonostante, era l proprio davanti a me, e la ragazza con i capelli del colore
della barba di granturco e il linguaggio sporco si guadagnava da vivere con
i piaceri della carne. Mi sentii un brivido lungo la schiena e non posso dir-
vi il tipo di immagini che mi passarono per la testa, come una lenta e pe-
ricolosa tempesta.
- Porta il latte e l'altra roba in cucina - le disse la signorina Grace.
Il ghigno ebbe la meglio sul sorriso e gli occhi marrone diventarono ne-
ri. - Non sono di servizio in cucina! Questa settimana tocca a Donna
Ann!
- Questa settimana tocca a chi dico io, signorina, e sai anche che dovrei
metterti in cucina per un mese! E ora, fa' come ti dico e chiudi quella boc-
caccia!
Le labbra di Lainie si incurvarono in un'artefatta espressione im-
bronciata. Ma nei suoi occhi il castigo lasci un'impronta pi sincera: due
gelide scintille di rabbia. Mi prese il cartone dalle mani e, con la schiena
rivolta verso pap e la signorina Grace, tir fuori la lingua rosea proprio
davanti al mio naso e poi l'arrotol. Quindi la lingua scivol nuovamente
in bocca, la ragazza si volt e ci lasci con una sculettata violenta come un
colpo di spada. Prosegu ancheggiando fino alla casa e, quando fu entrata,
la signorina Grace disse brontolando: -  selvaggia come un puledro.
- Non lo sono tutte? - chiese pap, e la signorina Grace soffi fuori
un anello di fumo e rispose: - S, ma lei non fa neanche fnta di avere
buone maniere. - Il suo sguardo si pos su di me. - Cory, perch non
prendi tutti i biscotti? D'accordo?
Io guardai pap. Lui si strinse nelle spalle. - Grazie, signora - dissi.
- Bene.  stato un vero piacere conoscerti. - La signorina Grace ri-
port nuovamente la sua attenzione a mio padre e la sigaretta all'angolo
della bocca. - Mi faccia sapere come  andata a finire.
- S, lo far, e grazie per avermi lasciato usare il telefono. - Si sedette
nuovamente al volante. - Ritirer il vassoio di cartone al prossimo viag-
gio.
- Stia attento - disse la signorina Grace, e rientr nel bordello dipinto
di bianco mentre pap avviava il motore e toglieva il freno a mano.
Ritornammo fino al punto in cui era caduta la macchina. Nella luce del
mattino, il Saxon's Lake era striato di blu e di rosso. Pap ferm il camion-
cino all'inizio di una strada sterrata; da quella strada, ci rendemmo conto,
era arrivata la macchina. Rimanemmo l seduti ad aspettare che arrivasse
lo sceriffo, mentre il sole si faceva pi forte e il cielo diventava azzurro.
Mentre me ne stavo l seduto, la mia mente era divisa: una parte pensava
alla macchina e alla figura che credevo di aver visto, e l'altra parte si stava
chiedendo come mai mio pap conosceva cos bene la signorina Grace del
bordello. Ma pap conosceva tutti i suoi clienti; ne parlava con la mamma
a cena. Per non ricordavo di averlo mai sentito parlare della signorina
Grace o del bordello. Be', non era proprio un argomento adatto da discute-
re a cena, no? E, comunque, non avrebbero parlato di queste cose con me
intorno, anche se tutti i miei amici, e chiunque altro a scuola dalla quarta in
su, sapeva che c'era una casa piena di ragazze di malaffare da qualche par-
te vicino a Zephyr.
Io c'ero stato. Io avevo visto una ragazza di malaffare coi miei occhi.
L'avevo vista arrotolare la lingua e dimenare il sedere sotto le pieghe del-
l'accappatoio.
Pensavo che questo mi avrebbe reso incredibilmente famoso.
- Cory? - disse mio padre, calmo. - Sai che tipo di attivit conduce
la signorina Grace in quella casa?
- Io... - Persino un ragazzino di terza l'avrebbe capito. - Sissignore.
- In qualsiasi altra occasione, avrei lasciato il vassoio davanti alla por-
ta. - Guardava fisso verso il lago, come se vedesse ancora la macchina af-
fondare lentamente verso gli abissi con un cadavere ammanettato al volan-
te. - La signorina Grace  sulla mia lista delle consegne da due anni. O-
gni luned e gioved, puntuale come un orologio. E, nel caso ti fosse passa-
to per la mente, tua madre sa che io vado l.
Io non risposi, ma mi sentii molto pi leggero.
- Non voglio che tu parli con nessuno della signorina Grace, n di
quella casa - prosegu mio padre. - Voglio che tu ti dimentichi di esser-
ci stato, di quello che hai visto e sentito. Puoi farlo?
- Perch? - Dovevo chiederglielo.
- Perch la signorina Grace pu anche essere molto differente da te, o
da tua madre, e pu anche essere dura o cattiva, e la sua attivit potrebbe
non essere esattamente il sogno di un predicatore, ma  una brava persona.
Semplicemente non voglio che si cominci a parlarne. Meno si parla della
signorina Grace e di quella casa, meglio . Capisci?
- Credo di s.
- Bene. - Strinse le dita intorno al volante. L'argomento era chiuso.
Io fui di parola. La mia celebrit prese il volo e questo fu tutto.
Stavo per aprire la bocca per dirgli della figura che avevo visto nel bo-
sco, quando una Ford bianca e nera con una grossa luce lampeggiante sul
tetto e lo stemma della citt di Zephyr arriv da dietro la curva e rallent
per venire a fermarsi vicino al camioncino. Lo sceriffo Amory, il cui nome
era J.T. - che stava per Junior Talmage - scese dalla macchina e pap gli
and incontro.
Lo sceriffo Amory era un uomo alto e magro, con il viso dalla mascella
lunga che mi faceva sempre pensare a una figura che avevo visto: Ichabod
Crane che cercava di battere in velocit il Cavaliere Senza Testa. Aveva
mani e piedi grandi e un paio di orecchie che avrebbero fatto invidia a
Dumbo. Se il suo naso fosse stato solo un pochino pi grosso, sarebbe sta-
to una magnifica banderuola segnavento. Portava la sua stella da sceriffo
appuntata sul davanti del cappello e, sotto a questo, la sua zucca era quasi
completamente calva, eccetto che per una corona di capelli castano scuri.
Mentre parlava con mio pap sulla sponda del lago, si spinse il cappello al-
l'indietro sulla fronte lucida e io osservai i gesti della mano di mio padre
mentre mostrava allo sceriffo Amory da dove la macchina era venuta e do-
ve era andata. Quindi, guardarono tutti e due verso la superficie immobile
del lago, e io sapevo cosa stavano pensando.
La macchina avrebbe anche potuto sprofondare al centro della terra. Per-
sino le aggressive tartarughe che vivevano sulla riva del lago non sarebbe-
ro riuscite a spingersi abbastanza in profondit da vedere nuovamente
quella macchina. Chiunque fosse stato al volante, ora era seduto nel buio,
con la bocca piena di fango.
- Ammanettato - disse lo sceriffo Amory, con la sua voce calma. A-
veva delle spesse sopracciglie scure sopra gli occhi profondi del colore del
carbone, e il pallore della sua pelle suggeriva che avesse un'affinit con la
notte. - Ne sei sicuro, Tom? E sei sicuro anche del cavo?
- Sono sicuro. Chiunque abbia strangolato quel tipo, ha fatto un gran
bel lavoro. Gli ha quasi staccato la testa.
- Ammanettato - ripet lo sceriffo. - In modo che il cadavere non
potesse tornare a galla, immagino. - Si diede dei colpetti sul labbro infe-
riore con l'indice. - Be' - disse alla fine - io credo che abbiamo un o-
micidio per le mani, e tu?
- Se non lo era, non so proprio cos'altro possa essere un omicidio.
Mentre parlavano, scesi dal camioncino e arrivai fino al punto in cui
pensavo di aver visto quella figura immobile che mi osservava. Nel punto
in cui l'uomo era fermo non c'erano altro che erbacce, rocce e sporcizia. Se
era un uomo, pensai. Avrebbe potuto essere una donna? Non avevo visto
capelli lunghi, ma d'altra parte non avevo visto molto pi di un cappotto
che svolazzava nel vento. Camminai avanti e indietro lungo la fila di albe-
ri. Oltre a questi, il bosco si faceva pi fitto e il terreno paludoso. Non tro-
vai nulla.
-  meglio che tu venga nel mio ufficio e che io scriva cosa  successo
- disse lo sceriffo a mio padre. - Se vuoi andare a casa a metterti dei ve-
stiti asciutti, fa' pure.
Mio padre annu. - Devo anche finire le consegne e accompagnare
Cory a scuola.
- Va bene. In ogni caso mi sembra che non si possa fare molto per quel
poveraccio nel lago. - Poi disse borbottando, le mani infilate in tasca: -
Un omicidio. L'ultimo omicidio che abbiamo avuto a Zephyr  stato nel
1961. Ti ricordi quando Bo Kallagan ha picchiato a morte sua moglie con
un trofeo di bowling?
Io tornai al camioncino ad aspettare pap. Ora il sole era alto e illu-
minava il mondo. O, per lo meno, il mondo che conoscevo io. Ma alcune
cose pesavano sulla mia mente. Mi sembrava che ci fossero due mondi:
uno prima del sorgere del sole, e uno dopo. E se questo era vero, allora
forse c'erano anche persone che erano cittadini dei due mondi differenti.
Alcuni si muovevano facilmente attraverso il paesaggio della notte, altri si
aggrappavano alle ore diurne. Forse io avevo visto uno di questi cittadini
del buio, del mondo prima del sorgere del sole. E, pensiero agghiacciante,
forse anche lui aveva visto me che lo guardavo.
Mi accorsi che avevo portato del fango all'interno del camioncino. Le
mie Ked erano tutte imbrattate. Guardai sotto alle suole la terra che avevo
raccolto.
Sotto la mia scarpa sinistra c'era una piccola piuma verde.
2
Gi nelle tenebre
La piuma verde fin nella mia tasca. Da l, trov posto in una scatola di
sigari White Bowl, nella mia stanza, insieme alla mia collezione di chiavi
vecchie e insetti secchi. Chiusi il coperchio della scatola, la misi in uno dei
sette cassetti mistici e richiusi il cassetto.
E fu cos che me ne dimenticai.
Pi pensavo al fatto di aver visto quella figura al limitare del bosco, pi
mi convincevo di essermi sbagliato, che i miei occhi fossero ancora spa-
ventati per aver visto pap andare sott'acqua mentre la macchina affonda-
va. Parecchie volte feci per dire a pap ci che avevo visto, ma venni sem-
pre interrotto da qualcos'altro. La mamma and su tutte le furie quando
scopr che pap si era tuffato nel lago. Era cos arrabbiata con lui che urla-
va e piangeva allo stesso tempo, e pap dovette farla sedere al tavolo della
cucina e spiegarle con calma perch l'aveva fatto. - C'era un uomo al vo-
lante - disse pap. - Io non sapevo che fosse gi morto, pensavo fosse
svenuto. Se fossi rimasto l a guardare senza fare niente, che cosa avrei
pensato di me stesso quando tutto fosse finito?
- Avresti potuto annegare! - gli grid lei, con le guance rigate di la-
crime. - Avresti potuto battere la testa su uno scoglio e annegare!
- Ma non sono annegato. E non ho battuto la testa su uno scoglio. Ho
fatto quello che dovevo. - Le porse un tovagliolo di carta e lei ci si asciu-
g gli occhi, poi spar un'ultima raffica: - Il lago  pieno di serpenti mo-
cassini! Avresti potuto finire diritto in un nido!
- Non  successo - disse lui, e lei sospir e scosse la testa come se vi-
vesse con il pi grosso stupido di questa terra.
- Farai meglio a toglierti quei vestiti bagnati di dosso - gli disse alla
fine, con la voce nuovamente sotto controllo. - Ringrazio il cielo che non
c' anche il tuo cadavere in fondo al lago. - Si alz e lo aiut a sbottonar-
si la camicia tutta inzuppata. - Sai chi era?
- Non l'ho mai visto prima.
- Chi farebbe mai una cosa simile a un altro essere umano?
- Sta a J.T. scoprirlo. - Si lev la camicia e la mamma gliela tolse di
mano prendendola con due dita come se l'acqua del lago portasse la lebbra.
- Devo andare nel suo ufficio per aiutarlo a scrivere il rapporto. Ti assi-
curo, Rebecca, che quando ho guardato la faccia di quell'uomo il mio cuo-
re ha quasi smesso di battere. Non ho mai visto prima niente di simile, e
prego Dio di non vederlo mai pi.
- Ges! - disse la mamma. - E se ti fosse venuto un attacco di cuo-
re? Chi avrebbe salvato te?
Preoccuparsi era nella natura di mia madre. Si crucciava per il tempo,
per il costo degli alimentari, per la lavatrice che si rompeva, per il Tecum-
seh River che veniva inquinato dalla cartiera di Adams Valley, per il prez-
zo degli abiti nuovi, e per ogni altra cosa sotto la luce del sole. Per mia
madre, il mondo era un enorme patchwork i cui punti minacciavano sem-
pre di cedere. Il suo preoccuparsi funzionava in un certo qual modo come
un ago, che assicurava tutti quei punti pericolosi. Se riusciva a immaginare
il corso degli eventi fino al loro pi tragico epilogo, allora le pareva di ave-
re un qualche controllo su di essi. Come dicevo, era nella sua natura. Mio
padre poteva anche lanciare una moneta per aria per prendere una decisio-
ne, ma mia madre passava per un travaglio che durava ore. Immagino che
uno bilanciasse l'altro, come dovrebbe essere sempre tra due persone che si
amano.
I genitori di mia madre, nonno Austin e nonna Alice, vivevano circa di-
ciannove chilometri pi a sud in una citt chiamata Waxahatchee, ai limiti
della Robbins Air Force Base. In quanto a preoccuparsi, nonna Alice era
ancora peggio di mamma; qualcosa dentro di lei bramava manna tragica,
mentre nonno Austin, che era stato un taglialegna e aveva una gamba di
legno a causa della svista di una sega a nastro, la minacciava di svitarsi la
gamba e di dargliela sulla testa se non chiudeva il becco e non lo lasciava
in pace. Chiamava quella gamba di legno il suo "calumet della pace", ma
per quanto ne so io non la us mai se non per lo scopo per il quale era stata
fatta. Mia madre aveva anche un fratello maggiore e una sorella, ma mio
padre era figlio unico.
Comunque, quel giorno andai a scuola e alla prima occasione raccontai a
Davy Ray Callan, a Johnny Wilson e a Ben Sears quello che era successo.
Quando la campanella della scuola suon e io tornai a casa, la notizia si
stava propagando per Zephyr con la stessa velocit di un incendio crepitan-
te. Assassinio era la parola del momento. I miei genitori furono sommersi
di telefonate. Tutti volevano sapere i dettagli pi macabri. Io uscii con la
mia vecchia bicicletta arrugginita per portare Rebel a fare una corsa nei
boschi, e mi venne in mente che forse una di quelle persone che avevano
chiamato conosceva gi i dettagli. Forse uno di loro stava solo cercando di
scoprire se era stato visto, o che cosa sapeva lo sceriffo Amory.
E mi resi conto in quel momento, mentre pedalavo sulla mia bicicletta
attraverso la foresta e Rebel mi correva dietro, che qualcuno nella mia citt
poteva essere un killer.
I giorni passarono, diventando sempre pi caldi mentre ci si avviava ver-
so il cuore della primavera. Una settimana dopo che pap si era gettato nel
Saxon's Lake, le cose stavano a questo punto: lo sceriffo Amory non aveva
avuto notizia di alcuna persona scomparsa da Zephyr o da qualcuna delle
comunit vicine. Un articolo in prima pagina sul Journal, il settimanale
della Adams Valley, non rivel ninte di nuovo. Lo sceriffo Amory e due
dei suoi vice, alcuni pompieri e una mezza dozzina di volontari perlustra-
rono il lago avanti e indietro su barche a remi, trascinando delle reti, ma ne
ricavarono solo una retata inferocita di tartarughe e serpenti mocassini.
Saxon's Lake, negli anni Venti, era una cava, la Saxon's Quarry, prima
che le scavatrici a vapore liberassero un fiume sotterraneo che non si pot
pi ricoprire n deviare. Le stime della sua profondit andavano da cento a
centosessanta metri. Non c'era al mondo rete capace di riportare in superfi-
cie la macchina affondata.
Una sera lo sceriffo venne da noi per parlare con pap e mamma, e loro
mi permisero di restare. - Chiunque sia stato - spieg lo sceriffo A-
mory, con il cappello in grembo e il naso che faceva ombra
- deve aver portato la macchina in retromarcia su quella stradina sterra-
ta che sta davanti al lago. Abbiamo trovato i segni dei pneumatici, ma le
impronte delle scarpe erano tutte cancellate. Il killer deve aver puntato
qualcosa contro il pedale dell'acceleratore. Subito prima che voi spuntaste
dalla curva ha liberato il freno a mano, ha chiuso la portiera, si  tirato in-
dietro, e la macchina  partita attraversando la Route 10. Naturalmente,
non sapeva che voi sareste stati l. Se non foste passati, la macchina sareb-
be finita nel lago e nessuno avrebbe mai saputo che era successo. - Si
strinse nelle spalle. - Questa  la migliore spiegazione che sono riuscito a
trovare.
- Hai parlato con Marty Barklee?
- S, gli ho parlato. Marty non ha visto niente. Da come  messa quella
strada sterrata, ci puoi passare davanti anche andando piano senza neanche
vederla.
- E cos, cos'abbiamo?
Lo sceriffo medit sulla domanda di pap. La stella d'argento sul suo
cappello rifletteva la luce della lampada. Fuori, Rebel stava abbaiando e al-
tri cani, sparsi per Zephyr, raccolsero il suo grido tribale. Lo sceriffo allar-
g le sue grosse mani e si guard le dita. - Tom - disse - abbiamo una
situazione veramente strana, qui. Abbiamo impronte di pneumatici, ma
niente macchina. Tu dici di aver visto un uomo ammanettato al volante,
con un cavo di metallo stretto intorno alla gola, ma non abbiamo un cada-
vere ed  probabile che non l'avremo mai. Nessuno  scomparso dalla mia
citt. Nessuno  scomparso dalla nostra zona, tranne una ragazza, e sua
madre pensa che sia scappata con il suo ragazzo e che sia a Nashville. E, a
proposito, il ragazzo non ha tatuaggi. Non sono riuscito a trovare nessuno
che abbia visto un tipo con un tatuaggio come quello che hai descritto. -
Lo sceriffo Amory guard mia madre e poi me, quindi mio pap con i suoi
occhi color del carbone. - Conosci quell'enigma, Tom? Quello dell'albe-
ro: se cade nel bosco e non c' nessuno intorno, fa rumore? Be', se non c'
un cadavere e nessuno  scomparso, che io sappia, almeno, allora c' stato
un omicidio o no?
- Io so quello che ho visto - disse pap. - Stai mettendo in dubbio la
mia parola, J.T.?
- No, non ho detto questo. Sto solo dicendo che non posso fare altro
finch non abbiamo una vittima di omicidio. Ho bisogno di un nome, Tom.
Ho bisogno di una faccia. Senza un'identificazione, non so da dove comin-
ciare.
- E cos, nel frattempo, qualcuno che ha ucciso un altro uomo se ne va
in giro libero come gli pare e non deve aver timore di essere preso, per lo
meno per un po'.  cos?
- Gi - ammise lo sceriffo. - Pi o meno la situazione si pu rias-
sumere cos.
Naturalmente lo sceriffo Amory promise che avrebbe continuato a inte-
ressarsene, e che avrebbe fatto delle telefonate in tutto lo stato per avere
informazioni sulle persone scomparse. Prima o poi, disse, qualcuno avreb-
be fatto ricerche sull'uomo che era finito nel lago. Quando lo sceriffo se ne
and, mio padre usc a sedersi sotto il portico davanti alla casa, tutto solo e
con la luce spenta, e rimase l seduto anche dopo che la mamma mi disse
di prepararmi per andare a letto.
Quella fu la notte in cui l'urlo di mio padre mi svegli nel buio.
Mi misi a sedere sul letto, i nervi scossi. Sentii la mamma che parlava
con pap, dall'altra parte del muro. - Va tutto bene - stava dicendo. - 
stato un brutto sogno, solo un brutto sogno, va tutto bene.
Pap rimase a lungo in silenzio. Sentii l'acqua scorrere in bagno. Poi lo
scricchiolio delle molle del loro letto. - Vuoi parlarmene? - gli chiese la
mamma.
- No. Ges, no.
-  stato solo un brutto sogno.
- Non mi importa. Era abbastanza reale.
- Riesci a riaddormentarti?
Lui sospir. Me lo immaginavo, nel buio della sua stanza, con le mani
premute sul viso. - Non lo so - disse lui.
- Lascia che ti massaggi la schiena.
Le molle scricchiolarono di nuovo, mentre il peso dei loro corpi si spo-
stava. - Sei terribilmente teso - disse la mamma. - Anche tutto il collo.
- Mi fa un male d'inferno. Proprio qui, dove c' il tuo pollice.
-  un crampo. Devi esserti stirato un muscolo.
Silenzio. Anche il mio collo e le mie spalle erano state confortate dalle
mani agili di mia madre. Di quando in quando le molle cantavano, annun-
ciando un movimento. Poi nuovamente la voce di mio padre: - Ho avuto
un altro incubo sull'uomo nella macchina.
- Me l'ero immaginato.
- Io lo guardavo in quella macchina, con la faccia spappolata e la gola
strangolata con il filo. Ho visto le manette al suo polso e il tatuaggio sulla
sua spalla. La macchina stava affondando e poi... poi i suoi occhi si sono
aperti.
Io rabbrividii. Riuscivo quasi a vederlo anch'io e la voce di mio padre
era quasi un rantolo.
- Ha guardato verso di me, diritto verso di me. L'acqua gli usciva dalle
orbite. Ha aperto la bocca e la sua lingua era nera come la testa di un ser-
pente. E poi ha detto: Vieni con me.
- Non pensarci - lo interruppe la mamma. - Chiudi gli occhi e ripo-
sa.
- Non posso riposare. Non posso. - Mi immaginavo il corpo di pap,
steso sul letto come un punto interrogativo mentre la mamma gli massag-
giava i muscoli irrigiditi della schiena. - Il mio incubo - prosegu lui. -
L'uomo nella macchina ha allungato una mano e mi ha afferrato per il pol-
so. Aveva le unghie blu. Le sue dita affondavano nella mia pelle e lui ha
detto: Vieni con me, gi nelle tenebre. La macchina... la macchina ha
cominciato ad affondare, sempre pi velocemente, e io cercavo di liberar-
mi, ma lui non voleva lasciarmi andare e diceva: Vieni con me, vieni con
me, gi nelle tenebre. E poi il lago si chiudeva sulla mia testa e io non
riuscivo a sfuggire e ho aperto la bocca per gridare, ma si  riempita d'ac-
qua. Ges, Rebecca. Ges!
- Non era reale. Stammi a sentire! Era solo un brutto sogno, ora va tut-
to bene.
- No - rispose pap. - Non va tutto bene. Questa cosa mi sta lo-
gorando e diventa sempre peggio. Pensavo di poterla dimenticare. Voglio
dire, Dio santo, ho visto persone morte altre volte. Da vicino. Ma questo...
questo  diverso. Quel filo di metallo intorno alla sua gola, le manette, la
faccia che qualcuno gli aveva ridotto in poltiglia...  diverso. E non sapere
n chi fosse, n altro di lui... mi sta logorando, giorno e notte.
- Passer - disse la mamma. -  quello che mi dici sempre tu ogni
volta che mi preoccupo per un nonnulla. Tieni duro, mi dici sempre. Passe-
r.
- Forse. Spero in Dio che passi. Ma ora ce l'ho in testa e non riesco a
mandarlo via a nessun costo. E questa  la cosa peggiore, Rebecca, questo
 quello che mi rode. Chiunque sia stato, deve essere uno di qui. Per forza.
Chiunque sia stato sapeva quanto  profondo il lago. Sapeva che, una volta
che la macchina fosse finita nel lago, il corpo sarebbe scomparso. Rebec-
ca... chiunque abbia fatto questa cosa potrebbe essere qualcuno a cui io
porto il latte. Potrebbe essere qualcuno che siede sulla nostra stessa panca
in chiesa. Qualcuno da cui compriamo il cibo o i vestiti. Qualcuno che co-
nosciamo da sempre... o pensavamo di conoscere. Questo mi spaventa co-
me non mi  mai successo prima. E sai perch? - Rimase in silenzio per
un attimo e io mi immaginavo la pulsazione sulla sua tempia. - Perch se
non si  al sicuro qui non si  al sicuro da nessuna parte, in questo mondo.
- La voce gli si incrin appena nel pronunciare l'ultima parola. Ero con-
tento di non essere in quella stanza, e di non poter vedere il suo viso.
Passarono due o tre minuti. Penso che mio padre se ne stesse l sdraiato,
lasciando che la mamma gli massaggiasse la schiena. - Pensi di poter
dormire, adesso? - gli chiese lei, dopo un po' e lui le rispose: - Ci pro-
ver.
Le molle cigolarono ancora qualche volta. Sentii mia madre che gli
mormorava qualcosa all'orecchio. Lui disse: - Lo spero - e poi rimasero
in silenzio. Qualche volta mio padre russava, ma quella notte non lo fece.
Mi chiesi se fosse rimasto sveglio dopo che la mamma si era riaddormen-
tata, e se vedeva il cadavere nella macchina che lo afferrava per trascinarlo
sotto. Le sue parole mi perseguitavano: Se non si  al sicuro qui non si  al
sicuro da nessuna parte, in questo mondo. Questa cosa aveva ferito mio
padre, in un punto molto pi profondo di Saxon's Lake. Forse era state la
velocit di quanto era successo, o la violenza, o la crudelt. Forse era sape-
re che c'erano terribili segreti dietro alle porte chiuse, persino nella miglio-
re delle citt.
Penso che mio padre abbia sempre creduto che tutti fossero buoni, anche
nel pi profondo dell'animo. Quanto era accaduto aveva minato le sue fon-
damenta, e mi resi conto che l'assassino aveva ammanettato mio padre a
quel terribile momento, proprio come aveva ammanettato la vittima al vo-
lante. Chiusi gli occhi e pregai per pap, perch potesse trovare una via
d'uscita dalle tenebre.
Marzo fin, mite come un agnello, ma il lavoro dell'assassino non era an-
cora terminato.
3
L'invasore
Le cose si calmarono, come sempre succede.
Il primo sabato pomeriggio di aprile, con gli alberi coperti di gemme e i
fiori che sbocciavano dalla terra tiepida, me ne stavo seduto tra Ben Sears
e Johnny Wilson, circondato da orde urlanti mentre Tarzan, Gordon Scott,
il miglior Tarzan mai esistito, affondava il suo coltello nella pancia di un
coccodrillo e il sangue sgorgava in uno scarlatto colore Eastman.
- Hai visto? Hai visto? - continuava a dirmi Ben, prendendomi a go-
mitate nelle costole. Certo che avevo visto, gli occhi ce li avevo, no? Le
mie costole non sarebbero durate fino alla comica dei Three Stooges tra un
film e l'altro, questo era certo.
Il Lyric era l'unico cinematografo di Zephyr. Era stato costruito nel
1945, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i figli di Zephyr tornaro-
no a casa marciando o zoppicando e volevano un divertimento per scacciar
via l'incubo della svastica e del sole nascente. Qualche benefattore cittadi-
no diede mano alla borsa e si procur un architetto di Birmingham che but-
t gi un progetto e tracci dei quadrati su un lotto libero dove prima sor-
geva un capannone per il tabacco. Sorse un palazzo con angeli di stucco e
al sabato pomeriggio noi, diavoletti di carne e ossa, ci sprofondavamo in
quei sedili con popcorn, caramelle e Yoo-Hoo e i nostri genitori avevano
qualche ora di respiro.
Comunque, io e i miei due amici eravamo seduti a guardare Tarzan, un
sabato pomeriggio. Non ricordo perch Davy Ray non fosse con noi, penso
che fosse in castigo per aver colpito Molly Lujack sulla testa con una pi-
gna. Ma i satelliti potevano anche salire in alto e sputare scintille nello
spazio. Un uomo con la barba e il sigaro poteva blaterare in spagnolo su
un'isola al largo della Florida, mentre il sangue tingeva di rosso la baia dei
porci. Il russo calvo poteva sbattere la sua scarpa. I soldati potevano prepa-
rare il loro equipaggiamento per un viaggio in una giungla chiamata Viet-
nam. Le bombe atomiche potevano esplodere nel deserto e far saltare in a-
ria manichini dai salotti di case finte. A noi non interessava niente di tutto
questo. Non era magico. La magia era all'interno del Lyric in quei sabato
pomeriggio, nella doppia programmazione, e noi ne approfittavamo pie-
namente per perderci nell'incanto.
Ricordo che guardavo un programma alla tiv, 77 Sunset Strip, in cui l'e-
roe entrava in un teatro chiamato "Lyric" e cominciai a riflettere su questa
parola. Cercai nel mio enorme dizionario di 2483 pagine che nonno Ja-
ybird mi aveva regalato per il mio decimo compleanno. Sotto "lyric" dice-
va: "Melodico. Adatto a essere cantato, un poema lirico. Della lira." Non
mi sembrava avesse molto senso riferito a un cinematografo, fino a quando
andai a guardare sotto "lira" nel dizionario. "Lira" mi port alle storie in
poesia cantate dai menestrelli erranti ai tempi in cui c'erano re e castelli. Il
che mi riport a quella magnifica parola: "storia". Mi sembrava, alla mia
giovane et, che tutta la comunicazione umana, fosse televisione, cinema o
libri, cominciasse con qualcuno che vuole raccontare una storia. Quel biso-
gno di raccontare, di collegarsi a una presa universale,  probabilmente
uno dei nostri desideri pi grandi. E il bisogno di ascoltare storie, di vivere
vite diverse dalle nostre anche solo per il pi breve degli attimi,  la chiave
della magia che  nata con noi.
Il Lyric.
- Colpiscilo, Tarzan! Colpiscilo! - grid Ben, mentre il suo gomito
faceva gli straordinari. Ben Sears era un ragazzo grassottello con i capelli
castani tagliati corti, aveva una voce stridula da bambina e portava occhiali
cerchiati di tartaruga. Non era ancora stata inventata una camicia che po-
tesse restargli infilata nei pantaloni. Era cosi maldestro che avrebbe potuto
strangolarsi con le stringhe delle scarpe. Aveva il mento grosso e le guance
rotonde e da grande non sarebbe mai diventato simile al Tarzan che sogna-
no le ragazze, ma era mio amico. In contrasto con la paffuta sovrabbon-
danza di Ben, Johnny Wilson era magro, tranquillo e amante dei libri. Nel-
le sue vene scorreva anche sangue indiano che si rivelava negli occhi neri e
luminosi. La sua pelle, sotto il sole dell'estate, diventava marrone come
una pigna. Anche i suoi capelli erano quasi neri e lisciati all'indietro con
Vitalis, tranne un ciuffo ribelle che schizzava su come una cipollina sel-
vatica dalla scriminatura. Suo padre, che era un caposquadra alla fabbrica
di cartongesso tra Zephyr e Union Town, portava i capelli esattamente alla
stessa maniera. La madre di Johnny era l'insegnante addetta alla biblioteca
alla scuola elementare di Zephyr, e credo che fosse per questo che lui ave-
va sviluppato un interesse per la lettura. Johnny divorava enciclopedie co-
me altri bambini divoravano Red Hots o Lemonhead. Aveva un naso come
un'accetta Cherokee e una piccola cicatrice gli deformava leggermente il
sopracciglio destro nel punto in cui suo cugino Philbo lo aveva ferito con
un bastone nel 1960, quando giocavano alla guerra. Johnny Wilson sop-
portava il dileggio dei compagni di scuola che lo chiamavano "pellerossa"
o gli dicevano che aveva "sangue negro", ed era nato con un piede defor-
me, il che raddoppiava gli insulti al suo indirizzo. Si comportava gi da
stoico prima ancora che io conoscessi il significato della parola.
Il film giunse lentamente alla conclusione come un fiume attraversa la
giungla diretto al mare. Tarzan sconfisse i cattivi bracconieri di elefanti,
restitu la Stella di Salomone alla sua trib e spar nel tramonto volteg-
giando da un albero all'altro. Arriv il turno della breve comica dei Three
Stooges, in cui Moe strappava i capelli di Larry a manciate e Curly se ne
stava seduto in una vasca da bagno piena di aragoste. Ci divertimmo tutti
un mondo.
E poi, senza troppe presentazioni, inizi il secondo film.
Era in bianco e nero, il che caus immediati mormorii di disappro-
vazione da parte del pubblico. Tutti sapevano che il colore era la vera real-
t. Apparve il titolo sullo schermo: Gli invasori spaziali. Il film sembrava
vecchio, come se fosse stato girato negli anni Cinquanta. - Vado a pren-
dere del popcorn - annunci Ben. - Volete qualcosa? - Rispondemmo
di no e lui affront da solo l'irrequieto corridoio.
I titoli di testa finirono e inizi il film.
Ben ritorn con il suo contenitore di popcorn imburrato giusto in tempo
per vedere quello che il giovane eroe vedeva con il suo telescopio, puntato
verso il cielo notturno in burrasca: un disco volante che si posava su una
collinetta di sabbia dietro alla sua casa. Di solito, il pubblico del sabato
pomeriggio rideva e schiamazzava quando non c'era lotta sullo schermo,
ma quella volta la sola vista di quel minaccioso veicolo che scendeva zitt
la platea.
Credo che durante l'ora e mezza che segu il chiosco dei dolciumi non
fece affari, anche se erano molti i ragazzi che lasciavano i loro posti e cor-
revano a prendersi una vista del giorno. Il ragazzo nel film non riusc a
convincere nessuno del fatto che aveva visto scendere un disco volante e
col suo telescopio vide un poliziotto che veniva risucchiato in un vortice di
sabbia come da un grottesco aspirapolvere extraterrestre. Poi il poliziotto
arrivava a casa del ragazzo e lo rassicurava dicendogli che assolutamente
nessun disco volante era atterrato. Nessun altro aveva visto atterrare questo
disco volante, no? Ma il poliziotto si comportava... in modo strano. Come
se fosse un robot, con gli occhi spenti in un volto di plastica. Il ragazzo a-
veva notato una strana ferita a forma di croce sulla nuca del poliziotto.
Questo, un tipo molto gioviale prima della sua passeggiata sulla duna di
sabbia, ora non sorrideva pi. Era cambiato.
La ferita a forma di croce inizi a comparire sulla nuca di altre persone.
Nessuno credeva al ragazzo, che cercava di far capire ai suoi genitori che
c'era un covo di marziani sottoterra, dietro alla loro casa. Allora i suoi ge-
nitori andarono fuori per vedere con i loro occhi.
Ben si era completamente dimenticato del contenitore di popcorn che te-
neva in grembo. Johnny sedeva con le ginocchia tirate su contro il petto. Io
trattenevo il fiato.
Sei solo uno sciocco gli dissero i genitori, severi e scuri in volto, di ri-
torno dalla loro passeggiata. Non c' niente di cui preoccuparsi, niente.
Va tutto bene. Vieni con noi, andiamo dove dici di aver visto atterrare quel
disco volante. Facci vedere che sciocco sei.
- Non andare - sussurr Ben. - Non andare, non andare! - Sentii le
sue unghie graffiare il bracciolo della poltrona.
Il ragazzo si mise a correre. Corse via da casa, lontano dagli estranei
senza sorriso. Ovunque guardasse, vedeva le ferite a forma di croce. Il ca-
po della polizia ne aveva una sulla nuca. Persone che il ragazzo conosceva
da sempre erano cambiate all'improvviso, e volevano trattenerlo finch i
suoi genitori non fossero venuti a prenderlo. Che sciocco che sei gli di-
cevano. Dei marziani sotto terra, pronti a prendere il comando del mondo.
Chi avrebbe mai creduto a una storia del genere?
Alla fine di questo orrore, l'esercito scese in un alveare di gallerie che i
marziani avevano scavato nel terreno. I marziani avevano una macchina
laggi, che ti faceva un'incisione sulla nuca e ti trasformava in uno di loro.
Il capo dei marziani, una testa con tentacoli in una ampolla di vetro, ricor-
dava un qualcosa uscito da una fossa settica. Il ragazzo e l'esercito lottaro-
no contro i marziani, che si spostavano a fatica lungo le gallerie come se
dovessero combattere con la forza di gravita. Al momento dello scontro tra
le macchine marziane e i carri armati dell'esercito, con in gioco la Terra...
...il ragazzo si svegli.
 stato solo un sogno gli disse il padre. La madre gli sorrise. Solo un
sogno. Niente per cui spaventarsi. Rimettiti a dormire, a domani matti-
na.
Allora il ragazzo si alzava, al buio, e guardava nel suo telescopio e ve-
deva un disco volante che atterrava nella notte tempestosa su una duna di
sabbia dietro la casa.
Fine?
Si accesero le luci. Il sabato pomeriggio al cinema era terminato.
- Cosa c' che non va? - sentii che diceva il signor Stellko, il direttore
del Lyric, a uno degli uscieri mentre gli sfilavamo davanti per uscire. -
Perch sono cos maledettamente tranquilli?
Il terrore puro non ha voce.
In un modo o nell'altro riuscimmo a salire sulle nostre biciclette e ci
mettemmo a pedalare. Alcuni ragazzi andarono a casa a piedi, altri attesero
che i loro genitori li venissero a prendere. Noi tutti eravamo legati dall'e-
vento cui avevamo appena assistito e quando Ben, Johnny e io ci fermam-
mo alla stazione di servizio in Ridgeton Street per far gonfiare la gomma
anteriore della bicicletta di Johnny, colsi Ben che osservava la nuca del si-
gnor White, nel punto in cui la pelle bruciata dal sole faceva alcune pieghe.
Ci lasciammo all'angolo tra la Bonner e la Hilltop. Johnny fil a casa,
Ben dava delle gran pedalate con le sue gambe tozze, mentre io lottai fino
a casa con la catena arrugginita. La mia bicicletta aveva visto tempi mi-
gliori. Era gi vetusta quando arriv a me, passando per il mercatino delle
pulci. Io continuavo a chiedere che me ne regalassero una nuova, ma mio
padre diceva che dovevo arrangiarmi con quella che avevo oppure farne a
meno. Da alcuni mesi il denaro era scarso e andare al cinema al sabato era
gi un lusso. Scoprii, qualche tempo dopo, che il sabato pomeriggio era
l'unico momento in cui le molle in camera da letto dei miei potevano suo-
nare la loro sinfonia senza che io mi chiedessi cosa stava succedendo.
- Ti sei divertito? - mi chiese mia madre quando fui di ritorno, dopo
aver giocato con Rebel.
- Sissignora - dissi. - Il film di Tarzan era forte.
- Era un doppio spettacolo, vero? - chiese pap, seduto sul divano
con i piedi sul tavolino. La televisione era sintonizzata su una partita di ba-
seball; ci stavamo avviando verso la stagione del baseball.
- Sissignore. - Passai loro davanti, diretto verso la cucina alla ricerca
di una mela.
- Be', e su che cosa era l'altro film?
- Oh... niente - risposi io.
I genitori riescono a fiutare qualcosa che non va pi in fretta di quanto
un gatto affamato fiuti un topo. Lasciarono che prendessi la mela, la lavas-
si sotto il rubinetto, l'asciugassi e me la portassi in soggiorno. Lasciarono
che vi affondassi i denti, quindi mio padre alz gli occhi dalla Zenith e dis-
se: - Cos'hai?
Io continuai a masticare la mela. La mamma era seduta di fianco a pap
e tutti e due mi fissavano. - Come? - chiesi.
- Un sabato s e uno no piombi in casa come un tornado impaziente di
raccontarci i film che hai visto. Riusciamo a malapena a trattenerti dal reci-
tarceli scena per scena. Cosa ti succede oggi?
- Hmmm... io... io non lo so.
- Vieni qui - disse la mamma. Quando le andai vicino, mi mise la
mano sulla fronte. - Non avrai per caso la febbre, Cory? Ti senti bene?
- No, no. Sto bene.
- E allora, un film era su Tarzan - prosegu mio padre, cocciuto come
un mulo. - E di che cosa trattava l'altro?
Pensai che avrei potuto dir loro il titolo. Ma come potevo raccontare di
che cosa trattava realmente? Come potevo raccontare loro che il film che
avevo appena visto faceva leva sulla paura primordiale di ogni bambino al
mondo, e cio che i suoi genitori potessero, in un irreversibile momento,
essere spazzati via per sempre e sostituiti da freddi estranei senza sorriso?
- Era... un film di mostri - decisi di dire.
- Allora deve essere stato proprio di tuo gusto. - L'attenzione di pap
torn alla partita di baseball proprio mentre una mazza colp la palla come
un colpo di pistola. - Dai! Corri, Mickey!
Squill il telefono. Io corsi a rispondere prima che i miei genitori potes-
sero rivolgermi qualche altra domanda. - Cory? Ciao, sono la signora Se-
ars. Posso parlare con tua madre, per favore?
- Subito. Mamma? - chiamai. - Telefono per te!
La mamma prese il ricevitore e a me venne voglia di andare in bagno.
Pip, per fortuna. Non ero sicuro di essere pronto a sedermi sulla tazza con
in mente ancora il ricordo di quella testa di marziano con i tentacoli.
- Rebecca? - disse la signora Sears. - Come stai?
- Bene, Lizbeth. Hai preso i biglietti della lotteria?
- Certo. Quattro, e spero che almeno uno sia quello fortunato.
- Bene.
- Dunque, senti, il motivo per cui ti ho chiamato  che Ben  tornato
dal cinema poco fa e mi domandavo come sta Cory.
- Cory? Cory... - Fece una pausa, e dentro di s riflett sul mio strano
stato. - Dice che sta bene.
- Anche Ben, per si comporta come se fosse... non saprei... forse "tur-
bato"  il termine giusto. Di solito perseguita Sim e me fino alla nausea
con il racconto dettagliato dei film che ha visto, ma oggi non riusciamo a
farlo parlare. Ora  uscito di nuovo. Ha detto che vuole controllare una co-
sa, ma non ha voluto dirci cosa.
- Cory  in bagno - disse mia madre, come se anche questo fatto fa-
cesse parte del puzzle. Lo disse a bassa voce, in caso io riuscissi a sentirla
al di sopra dello scroscio della mia cascatella. - Si comporta in modo
strano. Pensi che sia successo qualcosa tra loro, al cinema?
- S, ci ho pensato. Forse hanno litigato.
- Be', sono amici da tanto tempo, ma ogni tanto capita.
- Be',  successo tra me e Amy Lynn McGraw. Siamo state amiche in-
time per sei anni e poi non ci siamo pi parlate per un intero anno, a causa
di un pacchetto di aghi andato perso. Per pensavo che forse i ragazzi do-
vrebbero riappacificarsi. Se anche hanno litigato, be', forse dovrebbero far
subito pace.
- Giusto.
- Volevo chiedere a Ben se gli piacerebbe che Cory passasse la notte
da noi. Saresti d'accordo?
- Io s, ma dovr chiederlo a Tom e a Cory.
- Aspetta un minuto - disse la signora Sears - Ben sta tornando. -
Mia madre sent il rumore di una porta che sbatteva. - Ben? C' la mam-
ma di Cory al telefono. Ti piacerebbe se Cory dormisse da noi, stanotte?
- Mia madre rimase in ascolto, ma non riusc a capire la risposta di Ben
per via del rumore del nostro sciacquone. - Dice che gli piacerebbe -
disse la signora Sears.
Io emersi dal bagno e fui circondato dalla loro complicit piena di buone
intenzioni. - Cory, ti piacerebbe andare a dormire a casa di Ben, stasera?
Io ci pensai su. - Non lo so - dissi, ma non potevo dirle perch. L'ul-
tima volta che ero andato a dormire da Ben, in febbraio, il signor Sears non
era rientrato a casa la notte e la signora Sears aveva continuato a cammina-
re su e gi, preoccupandosi di dove potesse essere. Ben mi aveva detto che
suo padre faceva molti viaggi di notte e mi aveva chiesto di non dire nulla.
- Ben vuole che tu vada - mi spron mia madre, interpretando male la
mia riluttanza.
Io alzai le spalle. - Va bene.
- Va' da tuo padre e assicurati che per lui vada bene. - Mentre andavo
in soggiorno, mia madre disse alla signora Sears. - So quanto sia impor-
tante l'amicizia. Se hanno qualche problema, noi gli faremo far pace.
- Pap dice che va bene - le dissi, di ritorno. Quando mio padre guar-
dava una partita di baseball, avrebbe acconsentito a tutto, persino a usare
filo spinato al posto del filo interdentale.
- Lizbeth? Verr. Verso le sei? - Copr il ricevitore con una mano e
mi disse: - Hanno pollo fritto per cena.
Io annuii e cercai di mettere insieme un sorriso, ma i miei pensieri erano
in quelle gallerie in cui i marziani progettavano la distruzione della razza
umana, citt dopo citt.
- Rebecca? Come vanno le cose? - chiese la signora Sears. - Sai a
cosa mi riferisco.
- Su, Cory, va' - mi disse e io obbedii, anche se sapevo che stavano
per discutere di cose importanti. - Be' - disse a Lizbeth Sears - Tom
dorme un po' meglio, ora, ma ha ancora gli incubi. Vorrei poter fare qual-
cosa per aiutarlo, ma credo che sia una cosa che deve risolvere da solo.
- Ho sentito che lo sceriffo ha intenzione di rinunciare.
- Sono passate ormai tre settimane, senza la minima traccia. Venerd
J.T. ha detto a Tom che ha mandato un comunicato in tutto lo stato, e an-
che in Gergia e in Mississippi, ma non  saltato fuori niente.  come se
l'uomo su quella macchina venisse da un altro pianeta.
- Mmm, che pensiero agghiacciante.
- E c' dell'altro - disse mia madre, con un sospiro. - Tom ... cam-
biato. Non si tratta solo degli incubi, Lizbeth. - And verso la dispensa e
allung il cavo del telefono pi che pot, cos che pap non potesse sentir-
la. - Sta attento a chiudere bene tutte le porte e le finestre, mentre prima
non se ne curava. Prima che succedesse questa cosa, il pi delle volte la-
sciavamo le porte aperte, come fanno tutti. Ora Tom si alza due o tre volte
per notte a controllare le serrature. E la scorsa settimana  tornato dal suo
giro di consegna con del fango rosso sotto le scarpe, e non aveva piovuto.
Io credo che sia tornato al lago.
- Ma per che cosa?
- Non lo so. Per camminare, e per pensare, immagino. Ricordo che
quando avevo nove anni, avevo un gatto giallo che fu travolto da un ca-
mion davanti a casa nostra. Il sangue di Calico rimase sull'asfalto a lungo.
Quel posto mi attirava. Lo odiavo, ma dovevo andare l a vedere dove Ca-
lico era morto. Continuavo a pensare che c'era qualcosa che avrei potuto
fare per tenerlo in vita. O forse, fino ad allora avevo pensato che ogni esse-
re vivesse per sempre. - Fece una pausa, gli occhi fissi sui segni a penna
rossa sul retro della porta che indicavano il continuo progresso della mia
crescita. - Credo che Tom abbia tante cose in testa.
La loro conversazione prosegu a proposito di questo e quello, anche se
sempre incentrata su quanto era accaduto al Saxon's Lake. Io guardai la
partita di baseball con pap e notai che continuava ad aprire e chiudere la
mano destra come se stesse cercando di afferrare qualcosa o liberarsi da
una stretta. Poi, venne l'ora di prepararsi per andare e io raccolsi il mio pi-
giama e lo spazzolino da denti, un altro paio di calze e un cambio di bian-
cheria, e infilai tutto nel mio zaino militare. Pap mi disse di stare attento e
la mamma di divertirmi, ma di essere di ritorno in tempo per la dottrina.
Diedi una grattatina sulla testa a Rebel e gli lanciai un bastone perch lo
andasse a raccogliere, quindi saltai sulla mia bici e pedalai via.
Ben non viveva molto distante, pi o meno a sette, ottocento metri da
casa mia, in fondo a Deerman Street. Arrivato in Deerman Street pedalai
piano, perch a guardia dell'angolo tra la Deerman e la Shantuck c'era la
tetra casa di pietra grigia dei famigerati fratelli Branlin. I Branlin, uno di
tredici anni e l'altro di quindici, avevano i capelli biondi ossigenati e si di-
lettavano a distruggere ogni cosa. Spesso scorrazzavano per il circondario
sulle loro biciclette nere gemelle come avvoltoi in cerca di carne fresca.
Avevo saputo da Davy Ray Callan che a volte i Branlin cercavano di far
uscire di strada le macchine sulle loro biciclette da corsa nere, e che aveva
sentito Gotha Branlin, il maggiore, dire a sua madre di andare in quel po-
sto. Gotha e Gordo erano come la Peste Nera: speravi che non ti prendes-
sero, ma, una volta che ti avevano messo le mani sopra, non c'era modo di
scappare.
Fino a quel momento io ero passato inosservato alla loro imperversante
cattiveria. E desideravo che le cose restassero cos.
La casa di Ben era molto simile alla mia. Ben aveva un cane marrone di
nome Tumper, che si tir su, sul portico davanti alla casa, per abbaiare al
mio arrivo. Ben usc e mi venne incontro, la signora Sears mi salut e mi
chiese se volevo una gassosa. Aveva i capelli neri e un bel viso, ma i fian-
chi grossi come angurie. Dentro la casa, il signor Sears sal dal suo labora-
torio di falegnameria in cantina per venire a salutarmi. Anche lui era gros-
so e rotondo, con una faccia rubiconda dalle guance pesanti e i capelli ca-
stani tagliati corti. Il signor Sears era un tipo gioviale con un sorriso dai
denti sporgenti; aveva dei trucioli ancora attaccati alla camicia a righe e mi
raccont una barzelletta su un predicatore battista e un gabinetto all'aperto
che non capii, ma lui rise per darmi l'imbeccata e Ben disse: - Oh, pap!
-come se avesse sentito quella barzelletta scema decine di volte.
Io svuotai il mio zaino nella stanza di Ben, dove lui teneva le sue splen-
dide collezioni di figurine del baseball, tappi di bottiglie e nidi di vespe.
Mentre io mi sistemavo, Ben si sedette sul suo copriletto con Batman e
disse: - Hai detto ai tuoi del film?
- No. E tu?
- Uh, uh. - Strapp un filo che usciva dalla faccia di Superman. -
Come mai non gliel'hai detto?
- Non lo so. E come mai tu non gliel'hai detto?
Ben fece spallucce, ma il suo cervello stava lavorando. - Immagino -
disse - perch  troppo orribile da raccontare.
- Gi.
- Sono uscito qui dietro - disse Ben. - Niente sabbia. Solo roccia.
Convenimmo tutti e due che i marziani avrebbero avuto del bello e del
buono a scavare nella roccia rossa delle colline intorno a Zephyr, ammesso
che arrivassero. Quindi, Ben apr una scatola di cartone e mi mostr la sua
raccolta di figurine della gomma da masticare, tutte con sanguinose imma-
gini della Guerra Civile: gente uccisa a fucilate, a colpi di baionetta o fatta
a pezzi dalle palle di cannone, e ce ne restammo l seduti a inventare una
storia per ogni figurina, finch una campanella non suon per dirci che era
ora di mangiare il pollo fritto.
Dopo la cena - e la meravigliosa torta di cioccolato della signora Sears
innaffiata da un bicchiere di latte freddo della Green Meadows - giocammo
tutti a Scarabeo. I genitori di Ben giocavano assieme e il signor Sears con-
tinuava a cercare di far passare parole inventate che persino io sapevo non
erano sul dizionario, come "appincolare" e "struzzicare". La signora Sears
diceva che era matto come una scimmia col prurito, ma rideva alle sue buf-
fonate come facevo io. - Cory? - disse lui. - La sai quella dei tre pre-
dicatori che cercano di entrare in paradiso? - e ancora prima che io potes-
si rispondere "No" si era gi lanciato a raccontare la sua barzelletta. Sem-
brava che gli piacessero le barzellette sui predicatori e io mi chiesi che co-
sa ne avrebbe pensato il reverendo Lovoy della chiesa metodista.
Erano le otto passate e avevamo iniziato la seconda partita, quando
Tumper si mise ad abbaiare sotto il portico e dopo pochi secondi si ud
bussare alla porta. - Vado io - disse il signor Sears. Apr la porta a un
uomo asciutto dal volto scavato, vestito con un paio di jeans e una camicia
a quadri rossa. - Ehi, Donny! - esclam il signor Sears. - Vieni dentro,
vecchio mio!
La signora Sears guardava fisso il marito e l'uomo di nome Donny. Vidi
che aveva i muscoli della mascella tesi.
Donny disse qualcosa a voce bassa al signor Sears e questi ci disse:
- Io e Donny andiamo un po' fuori sul portico. Voi continuate pure a
giocare.
- Caro? - La signora Sears cerc di mettere insieme un sorriso, ma si
vedeva che stava per sfuggirle. - Ho bisogno di un compagno.
La zanzariera si richiuse alle spalle del signor Sears.
La signora Sears rimase immobile per un lungo momento a fissare la
porta. Il suo sorriso era scomparso.
- Mamma? - disse Ben. - Tocca a te.
- Dunque. - Cerc di dedicare nuovamente la propria attenzione alle
tessere dello Scarabeo. Io vedevo che stava tentando con tutte le sue forze,
ma gli occhi continuavano a sfuggirle verso la porta. Fuori, sul portico, il
signor Sears e l'uomo asciutto di nome Donny erano seduti sulle poltronci-
ne pieghevoli e parlavano a voce bassa, seri. - Dunque - disse di nuovo
la mamma di Ben. - Fatemi pensare... solo un minuto.
Pass ben pi di un minuto. Fuori, in lontananza, un cane prese ad ab-
baiare. Poi altri due. Tumper raccolse il richiamo. La signora Sears stava
ancora scegliendo le sue lettere quando la porta si apr di colpo.
- Ehi, Lizbeth! Ben! Venite fuori, presto!
- Cosa c', Sim? Cosa...
- Venite fuori! - grid lui, e naturalmente ci alzammo tutti per andare
a vedere.
Donny era in piedi nel cortile e guardava verso ovest. I cani del vicinato
stavano veramente facendo una gran cagnara. Si accesero luci alle finestre
e altre persone uscirono per vedere cosa fosse tutto quel baccano. Il signor
Sears indic il punto verso cui stava guardando Donny. - Avete mai visto
una cosa simile?
Io alzai gli occhi e cos pure Ben e lo sentii boccheggiare come se gli
avessero dato un pugno nello stomaco.
Stava venendo gi nel cielo della notte, scendendo dalla volta di stelle.
Era una cosa rossa incandescente, con delle frecce di fuoco dietro, che la-
sciava una scia bianca di fumo contro il nero della notte.
In quell'istante quasi mi scoppi il cuore. Ben fece un passo indietro e
sarebbe caduto se non si fosse scontrato con il fianco di sua madre. Io sa-
pevo, nel mio cuore martellante e in tumulto, che in tutta Zephyr i ragazzi
che erano stati al Lyric quel pomeriggio stavano guardando in su verso il
cielo e sentivano il terrore scendere lungo la schiena come un brivido geli-
do.
Io fui l l per farmela addosso. In qualche modo riuscii a trattenermi, ma
ci andai molto vicino.
Ben cominci a frignare. Emetteva suoni strozzati. Ansimava. - ... ...
...
- Una cometa! - grid il signor Sears. - Guardate come viene gi!
Donny fece un borbottio e si spost lo stuzzicadenti nell'angolo della
bocca. Io gli lanciai un'occhiata e alla luce del portico vidi le sue unghie
sporche.
Stava cadendo in una lunga, lenta spirale con nastri di scintille che si
staccavano nella sua scia. Non faceva alcun rumore, ma le persone grida-
vano ad altre persone di guardare e i cani avevano iniziato a mugolare in
quel modo che ti fa rabbrividire.
- Sta cadendo tra noi e Union Town - osserv Donny. Teneva la testa
piegata di lato, il suo viso era scarno e i capelli scuri lucidi di brillantina.
- Guardate come viene gi quella figlia di puttana.
Tra Zephyr e Union Town ci sono tredici chilometri di colline, boschi e
paludi attraversate dal Tecumseh River. Se c'era un territorio perfetto per i
marziani, pensai, era proprio quello e sentii tutti i circuiti del cervello par-
tire come tanti allarmi antincendio. Guardai Ben. Gli occhi sembravano
schizzargli fuori dalle orbite per la pressione del terrore puro. L'unica cosa
a cui riuscii a pensare quando guardai nuovamente la palla di fuoco era la
testa con i tentacoli nella boccia di vetro, con quella faccia serenamente
malvagia e vagamente orientale. Mi reggevo in piedi a fatica, tanto le mie
ginocchia erano deboli.
- Ehi, Sim! - La voce di Donny era bassa e pacata e lui masticava il
suo stuzzicadenti. - Cosa ne dici di andarle dietro, a quell'accidente? -
Rivolse il viso verso il signor Sears. Aveva il naso piatto come se gliel'a-
vessero schiacciato con un gran pugno. - Cosa ne dici, Sim?
- Dai! - rispose l'altro. - S, andiamole dietro! Andiamo a vedere
dove cade!
- No, Sim! - disse la signora Sears. Nella sua voce c'era un tono di
supplica. - Resta con me e i ragazzi, questa notte!
- E una cometa, Lizbeth! - spieg lui, ridendo. - Quante volte, in
una vita, ti capita di andar dietro a una cometa?
- Ti prego, Sim. - Lo prese per un braccio. - Stai con noi. Va bene?
- Vidi le sue dita serrarsi.
- Sta per cadere. - I muscoli della mascella di Donny si tesero mentre
masticava. - Stiamo perdendo tempo.
- Gi, stiamo perdendo tempo, Lizbeth! - Il signor Sears si liber dal-
la stretta della moglie. - Vado a prendere la giacca! - Corse su per i
gradini del portico ed entr in casa. Prima ancora che la porta si chiudesse,
Ben corse dietro a suo padre.
Il signor Sears and nella stanza che divideva con la moglie. Apr l'ar-
madio, prese la sua giacca marrone di popeline e se la infil. Quindi allun-
g una mano verso il ripiano pi alto dell'armadio e frug sotto a una co-
perta rossa. Mentre il signor Sears ritirava la mano, Ben entr nella stanza
dietro di lui e scorse un bagliore di metallo tra le dita di suo padre.
Ben sapeva cos'era. Sapeva a cosa serviva.
- Pap - disse - resta a casa, ti prego.
- Ehi, ragazzo! - Suo padre si volt verso di lui, con un gran sorriso,
si fece scivolare l'oggetto di metallo dentro la giacca e tir su la cerniera.
- Vado con il signor Blaylock a vedere dov' caduta la cometa. Star via
poco.
Ben rimase sulla porta, tra suo padre e il mondo esterno. Aveva gli occhi
umidi e spaventati. - Posso venire con te, pap?
- No, Ben. Questa volta no. Ora devo andare.
- Fammi venire con te, va bene? Non far rumore, d'accordo?
- No, figliolo. - La mano del signor Sears si pos sulla spalla di Ben.
- Tu devi stare qui con tua madre e Cory. - Nonostante la resistenza di
Ben, la mano di suo padre lo spost di lato. - Su, fai il bravo ragazzo -
disse il signor Sears, avviandosi verso la porta a passi pesanti.
Ben fece un ultimo tentativo attaccandosi alle dita di suo padre e cercan-
do di trattenerlo. - Non andare, pap! - disse. - Non andare, ti prego!
- Ben, non comportarti come un bambino. Su, lasciami andare.
- Nossignore - rispose Ben. Le lacrime che gli riempivano gli occhi
erano straripate sulle guance tonde. - Non ti lascio.
- Sto solo andando a vedere dov' caduta la cometa. Star via poco.
- Se vai... se vai... - la gola di Ben era strozzata dall'emozione e riu-
sciva a malapena a far uscire le parole - tornerai... cambiato.
- Sim, andiamo! - lo sollecit Donny Blaylock dal portico.
- Ben - disse il signor Sears con voce severa - io vado con il signor
Blaylock. Ora comportati da uomo. - Si liber e Ben rimase l in piedi a
guardarlo con un'espressione angosciata. Suo padre gli pass una mano tra
i capelli corti. - Te ne porter un pezzo, d'accordo Tigre?
- Non andare - gemette piangendo la tigre.
Suo padre gli volt la schiena e usc sul portico, dove lo aspettava
Donny Blaylock. Io ero sempre in cortile con la signora Sears a guardare
gli ultimi istanti di caduta di quella cosa infuocata. La signora Sears disse:
- Non farlo, Sim - ma la sua voce era cos debole che non si ud quasi.
Il signor Sears non rispose a sua moglie e segu l'altro uomo verso una
Chevrolet blu scuro parcheggiata l davanti. All'antenna della radio erano
appesi dei dadi di gomma piuma rossa e la parte posteriore destra dell'auto
era tutta ammaccata. Donny Blaylock si sedette al volante e il signor Sears
sal dall'altra parte. La Chevy si mise in moto come un colpo di cannone,
sputando fumo nero. Mentre la macchina partiva, sentii il signor Sears ri-
dere come se stesse raccontando un'altra barzelletta sui predicatori. Donny
Blaylock doveva aver pestato sul pedale dell'acceleratore perch le gomme
di dietro fischiarono mentre la Chevy partiva a razzo su per Deerman
Street.
Guardai nuovamente verso ovest e vidi la cosa infuocata scomparire die-
tro le colline coperte di boschi. Il suo bagliore pulsava contro il buio come
un cuore palpitante. Era arrivata sulla terra in un qualche punto nella cam-
pagna incolta.
Non c'era sabbia laggi. I marziani, pensai, avrebbero dovuto procedere
a fatica tra il fango e le piante acquatiche infestanti.
Sentii la porta chiudersi con un colpo, mi voltai e vidi Ben, fermo sul
portico. Si asciug gli occhi col dorso della mano. Guardava fisso in dire-
zione di Deerman Street, come se volesse seguire il percorso della Chevy,
ma ormai la macchina aveva gi girato a destra sulla Shantuck ed era
scomparsa.
In lontananza, probabilmente a Bruton, i cani stavano ancora ululando.
La signora Sears emise un lungo, debole sospiro. - Su, rientriamo - dis-
se.
Ben aveva gli occhi gonfi, ma non piangeva pi. Nessuno sembrava aver
voglia di finire la partita a Scarabeo. La signora Sears disse: - Perch non
andate a giocare nella tua stanza, Ben? - e lui annu lentamente, lo sguar-
do fisso come se avesse preso una gran botta sulla testa. La signora Sears
and in cucina, dove fece scorrere l'acqua. Nella stanza di Ben, io mi se-
detti sul pavimento con le figurine della Guerra Civile, mentre Ben se ne
stava in piedi davanti alla finestra.
Vedevo che stava soffrendo. Non lo avevo mai visto cos, prima, e do-
vevo dirgli qualcosa. - Non ti preoccupare - gli dissi. - Non sono i
marziani. Era solo una meteora, tutto l.
Lui non rispose.
- Una meteora  solo una grossa roccia incandescente - dissi. - Non
ci sono marziani dentro. - Ben rimase in silenzio, tutto preso dai suoi
pensieri.
- Non succeder niente a tuo padre - dissi.
Con una voce terribile, tanto era calma, Ben disse: - Torner cambiato.
- No, non succeder. Stammi a sentire... era solo un film. Era in-
ventato. - Mi resi conto che, mentre dicevo cos, mi stavo liberando di
qualcosa ed era doloroso e piacevole allo stesso tempo. - Vedi, non esiste
veramente una macchina che fa incisioni dietro al collo delle persone. Non
esiste una testa di marziano in una boccia di vetro.  tutto inventato. Non
devi avere paura, capisci?
- Torner cambiato - ripet Ben.
Io tentai ancora, ma non c'era niente che potesse fargli cambiare idea.
Entr la signora Sears, e anche lei aveva gli occhi gonfi. Ma riusc a rivol-
gerci un sorriso coraggioso che mi fer il cuore, e disse: - Cory, vuoi fare
tu il bagno per primo?
Il signor Sears non era ancora tornato a casa alle dieci, quando sua mo-
glie spense le luci nella stanza di Ben. Io ero coricato sotto il fresco len-
zuolo bianco di fianco a Ben, e ascoltavo la notte. Un paio di cani conver-
savano ancora, dandosi botta e risposta, e di quando in quando Tumper
borbottava la sua opinione. - Ben? - sussurrai. - Sei sveglio? - Lui
non rispose, ma dal modo in cui respirava capii che non stava dormendo.
- Non ti preoccupare - dissi. - Okay?
Lui si gir e premette il viso contro il cuscino.
Alla fine mi addormentai. Sorprendentemente, non sognai marziani e fe-
rite a forma di croce sulla nuca dei miei cari. Nei miei sogni, mio padre
nuotava verso la macchina che stava affondando, e, una volta sott'acqua, la
sua testa non emergeva pi. Io restavo l in piedi sullo spuntone di roccia
rossa, a chiamarlo, finch Lainie veniva verso di me, come una nebbia
bianca, e mi prendeva la mano in una stretta umida. Mentre mi portava via
dal lago, sentivo mia madre che mi chiamava da lontano, e una figura era
ferma al margine del bosco, con indosso un lungo cappotto che sbatteva
nel vento.
Un terremoto mi svegli.
Aprii gli occhi, col cuore che mi batteva forte. Era caduto qualcosa e il
rumore era rimasto imprigionato nella mia testa. La luce era ancora spenta
e regnava ancora la notte. Allungai una mano e toccai Ben al mio fianco.
Lui fece un respiro brusco, come se il mio gesto l'avesse spaventato a mor-
te. Sentii il rombo di un motore, guardai fuori dalla finestra verso Deerman
Street e vidi i fanalini di coda della Chevy di Donny Blaylock che si allon-
tanavano.
Era stata la porta, capii. Il rumore della porta che sbatteva mi aveva sve-
gliato di colpo.
- Ben? - dissi, con la bocca impastata di sonno. - Tuo pap  tornato
a casa!
Qualcos'altro cadde a terra nel soggiorno. Mi parve che tremasse tutta la
casa.
- Sim? - Era la voce stridula della signora Sears. - Sim?
Io scesi dal letto, ma Ben rimase sdraiato. Credo che stesse fissando il
soffitto. Io percorsi il corridoio al buio, con i piedi che facevano scricchio-
lare le assi. Mi scontrai con la signora Sears, ferma nel punto in cui il cor-
ridoio si congiungeva al soggiorno, con tutte le luci spente.
Sentii il rumore terribile di un respiro affannoso. Era, pensai, il rumore
che potrebbe fare un marziano se i suoi polmoni alieni si sforzassero di re-
spirare aria della Terra.
- Sim? - disse la signora Sears. - Sono qui.
- Sono qui - rispose una voce. - Qui... qui... dannazione...
S, era la voce del signor Sears. Ma era diversa. Cambiata. Non c'era
umorismo, non c'era divertimento, niente che facesse pensare alle barzel-
lette sui predicatori. Era greve come il giudizio universale, e altrettanto
cattiva.
- Sim, ora accendo la luce.
Clic.
Ed eccolo l.
Il signor Sears era sul pavimento, a quattro zampe, la testa piegata verso
il basso e la guancia contro il tappeto. La sua faccia sembrava gonfia e ba-
gnata, gli occhi come affossati nelle pieghe della carne. Aveva la spalla
destra della giacca tutta macchiata e le stesse macchie erano anche sui je-
ans, come se fosse caduto nei boschi. Sbatt gli occhi alla luce e un filo ar-
genteo di saliva gli scese dal labbro inferiore. - Dov'? - disse. - La
vedi?
- ... sotto la tua mano destra.
Lui annasp con la sinistra. - Sei una maledetta bugiarda - disse.
- L'altra mano, Sim - gli disse lei con voce stanca.
La mano destra si mosse verso l'oggetto di metallo che stava per terra.
Era una fiaschetta da whisky, e le sue dita l'afferrarono e la tirarono verso
di lui.
Si tir su sulle ginocchia e guard fisso sua moglie. Il suo viso fu per-
corso da un'espressione fiera, sgradevole nella sua rapidit. - Non fare la
sapientona con me - disse. - Non aprire quella boccaccia petulante.
Io feci un passo indietro nel corridoio. Avevo visto un mostro che era
uscito dalla sua pelle.
Il signor Sears cerc di rimettersi in piedi. Si attacc al tavolo su cui si
trovavano ancora le tessere dello Scarabeo e questo si capovolse in un'e-
splosione di vocali e consonanti. Finalmente riusc a rialzarsi, svit il tap-
po della fiaschetta e lecc l'imboccatura.
- Vieni a letto, Sim - disse lei; pronunci le parole senza convinzione,
come se sapesse fin troppo bene quale sarebbe stato il loro risultato.
- Vieni a letto! - ripet lui, facendole il verso. - Vieni a letto! - Le
labbra di lui si piegarono all'ingi. - Io non voglio venire a letto, brutta
vacca dal culo grosso!
Vidi la signora Sears tremare come se fosse stata colpita da una frusta.
Si port una mano alla bocca. - Oh... Sim - gemette, e fu un suono orri-
bile da sentire.
Io arretrai ancora un poco e in quel mentre Ben mi pass a fianco nel suo
pigiama giallo, il viso senza espressione, ma con le guance rigate di lacri-
me.
Ci sono cose peggiori dei film di mostri. Ci sono orrori che oltrepassano
i confini dello schermo e della pagina e entrano in casa, contorti e ghignan-
ti dietro al volto di qualcuno che ami. In quel momento seppi che Ben a-
vrebbe preferito guardare la testa del marziano con i tentacoli dentro a
quella boccia di vetro piuttosto che gli occhi di suo padre rossi di alcool.
- Ehi, Benny, ragazzo! - disse il signor Sears. Barcoll e si attacc a
una sedia. - Ehi, lo sai cosa ti  successo? Lo sai? La parte migliore di te
 rimasta in quel preservativo scoppiato, ecco cosa  successo!
Ben si ferm di fianco a sua madre. Qualsiasi emozione lo torturasse
dentro, non comparve sul suo viso. Mi resi conto che sapeva che questo sa-
rebbe accaduto. Quando suo padre era uscito con Donny Blaylock, Ben
sapeva che sarebbe tornato cambiato non dai marziani ma dal contenuto di
quella fiaschetta, distillato in casa.
- Siete proprio una bella vista. Tutti e due! - Il signor Sears tent di
riavvitare il tappo, ma non riusciva a centrare il collo della bottiglia. - L
in piedi con le vostre facce da saccentoni. Pensi che sia divertente, vero ra-
gazzo?
- No.
- S che lo pensi. Non vedi l'ora di riderci sopra e di andare a rac-
contarlo a tutti, vero? E dov' il piccolo Mackenson? Ehi, tu! - Mi vide,
nascosto nel corridoio, e io mi feci pi indietro. - Puoi dire a quel fottuto
lattaio di tuo padre di andare all'inferno. Mi hai sentito?
Io annuii e la sua attenzione si allontan da me. Questo non era il signor
Sears che parlava. No. Questa era la voce di qualcosa dentro la sua anima
che la fiaschetta aveva messo a nudo e lasciato sanguinante, di qualcosa
che si agitava e scalciava e torturava finch la voce doveva urlare per farlo
uscire.
- Cosa hai detto? - Guard la signora Sears con le pupille gonfie e
pesanti. - Che cosa hai detto?
- Io... io non ho detto nulla...
Si gett su di lei come un toro che carica. La signora Sears lanci un ur-
lo e si ritrasse, ma lui afferr il davanti della sua camicia da notte con una
mano e tir indietro l'altra mano, che reggeva la fiaschetta, come per col-
pirla sul viso. - S che l'hai fatto! - grid. - Non osare rispondermi ma-
le!
- Pap, non farlo! - supplic Ben e si gett con tutte e due le braccia
intorno alla coscia di suo padre e la tenne stretta. L'istante si dilat, con il
signor Sears che stava per colpire sua moglie, io fermo in corridoio in stato
di choc, Ben attaccato alla gamba di suo padre.
Le labbra della signora Sears tremarono. Con la fiaschetta pronta a col-
pire il suo viso, lei disse: - Ho detto... ho detto che noi ti vogliamo bene e
che... che vogliamo che tu sia felice. Solo questo. - Le lacrime le sgorga-
rono dagli occhi e le scesero lungo le guance. - Solo felice.
Lui non parl. Gli si chiusero gli occhi e lui li riapr con uno sforzo.
- Felice - sussurr. Ora Ben stava singhiozzando, il viso premuto
contro la gamba di suo padre, le nocche bianche dove le sue dita si incro-
ciavano. Il signor Sears abbass la mano e lasci andare la camicia da not-
te di sua moglie. - Felice. Vedete, sono felice. Guardate il mio sorriso.
Il suo volto non cambi.
Rimase l, respirando forte, la mano con la fiaschetta abbandonata lungo
un fianco. Fece un passo in una direzione, poi in un'altra, ma sembrava non
riuscire a decidersi da che parte andare.
- Perch non ti siedi, Sim? - chiese la signora Sears. Tir su col naso
e si asciug il naso che le colava. - Vuoi che ti aiuti?
Lui annu. - S, aiutami.
Ben lo lasci andare e la signora Sears guid il marito verso una sedia.
Lui vi croll sopra, come un mucchio di panni sporchi. Rimase a fissare il
muro di fronte a s, con la bocca spalancata. Lei tir a s un'altra sedia per
sedersi vicino a lui. Nella stanza c'era un'atmosfera come di una tempesta
passata. Poteva anche tornare, una qualche altra notte, ma per quella volta
era passata.
- Io non credo... - Si ferm, come se avesse dimenticato quello che
stava per dire. Sbatt gli occhi, cercando di ricordare. - Io non credo di
cavarmela molto bene - disse.
La signora Sears attir delicatamente contro la sua spalla la testa del ma-
rito. Lui strinse gli occhi, il suo petto si sollev e lui cominci a piangere.
Io corsi fuori di casa nell'aria fresca della notte, in pigiama, perch non mi
sembrava giusto rimanere l, un estraneo in un dolore cos privato.
Mi sedetti sui gradini del portico. Tumper arriv con passi rumorosi, si
sedette vicino a me e mi lecc una mano. Mi sentii terribilmente lontano
da casa.
Ben lo sapeva. Quanto coraggio gli ci era voluto per restare sdraiato in
quel letto, facendo finta di dormire. Sapeva che, quando la porta si sarebbe
richiusa sbattendo, molto dopo la mezzanotte, l'invasore che abitava la
carne di suo padre sarebbe entrato nella casa. Il sapere e l'aspettare dove-
vano essere stati un tormento disperato.
Dopo un po', Ben usc e anche lui venne a sedersi sui gradini. Mi chiese
se stavo bene, e io dissi di s. Gli chiesi se lui stava bene e mi disse di s.
Gli credevo. Aveva imparato a convivere con quella cosa, e, anche se era
orribile, lui lottava con essa meglio che poteva.
- Mio padre ha degli attacchi - mi spieg Ben. - A volte dice delle
brutte cose, ma non pu farci niente.
Annuii.
- Quello che ha detto di tuo pap, lui non lo intendeva veramente. Non
lo odi, vero?
- No - dissi. - Non lo odio.
- E non odi me, vero?
- No - gli dissi. - Non odio nessuno.
- Sei un vero amico - disse Ben e mi mise un braccio intorno alle
spalle.
La signora Sears usc e ci port una coperta. Era rossa. Restammo seduti
l mentre le stelle compivano lentamente il loro corso, e presto gli uccelli
del mattino cominciarono a far capolino.
A colazione mangiammo scodelle di porridge e panini dolci ai mirtilli.
La signora Sears ci disse che suo marito stava dormendo e che avrebbe
dormito per buona parte della giornata e che, se volevo, potevo chiedere a
mia madre di chiamarla e avrebbero fatto una lunga chiacchierata. Dopo
essermi vestito e aver riposto tutte le mie cose nello zaino, ringraziai la si-
gnora Sears per avermi ospitato e Ben disse che ci saremmo visti a scuola
l'indomani. Mi accompagn fuori alla bicicletta e restammo a parlare per
qualche minuto della nostra squadra di baseball della Little League che a-
vrebbe iniziato presto ad allenarsi. Si stava avvicinando la stagione.
Non avremmo mai pi menzionato il film in cui i marziani progettavano
di invadere la terra, citt dopo citt, padre dopo madre dopo figlio. Ave-
vamo visto tutti e due il volto dell'invasore.
Era domenica mattina. Pedalai verso casa, e quando mi voltai indietro a
guardare la casa in fondo a Deerman Street, il mio amico mi salut agitan-
do la mano.
4
Vespe di Pasqua
La meteora, si scopr, doveva essersi ridotta in cenere durante la sua
fiammeggiante discesa dallo spazio. Alcuni pini avevano preso fuoco, ma
domenica notte si era messo a piovere e le fiamme si erano spente. Quando
suon la campana della scuola, luned mattina, pioveva ancora e continu a
piovere per tutta la giornata, lunga e grigia. La domenica seguente era Pa-
squa e la mamma disse che sperava che la pioggia, le previsioni davano
piogge intermittenti per tutta la settimana, non avrebbe rovinato la parata
di Pasqua lungo Merchants Street, al sabato.
La mattina del venerd santo, di buon'ora, intorno alle sei, c'era sempre
un'altra specie di parata a Zephyr. Partiva da Bruton, da una piccola casa di
legno dipinta di porpora, arancione, rosso e giallo sole. Una processione di
neri vestiti con abiti neri, camicia bianca e cravatta partiva da questa casa,
seguita da un gran numero di donne e bambini vestiti con abiti scuri. Due
degli uomini portavano dei tamburi e battevano un ritmo, lento e costante,
per dare l'andatura. La processione si snodava oltre i binari della ferrovia e
lungo Merchants Street, il centro della citt, e nessuno parlava. Poich
questo era un evento che si ripeteva ogni anno, molti dei bianchi di Zephyr
uscivano di casa per restare sulla strada a guardare. Mia madre era una di
questi, anche se mio pap era gi al lavoro a quell'ora del mattino. Di solito
andavo con lei, poich comprendevo il significato dell'avvenimento, pro-
prio come tutti gli altri.
I tre uomini che aprivano la strada portavano sacchi di iuta. Intorno al
loro collo, sopra alle cravatte, pendevano collane di ambra, ossa di pollo e
conchiglie di piccoli mitili di fiume. Questo venerd santo, in particolare,
e strade erano bagnate e piovigginava, ma i partecipanti alla parata dei ne-
ri non portavano ombrelli. Non parlavano con nessuna delle persone sui
marciapiedi, n rispondevano alle persone che erano cos ineducate da ri-
volgere loro la parola. Vidi il signor Lightfoot camminare pi o meno al
centro della parata, e, bench conoscesse tutti i bianchi della citt, non
guardava n a destra n a sinistra, ma diritto davanti a s, verso la nuca
dell'uomo che lo precedeva. Bene prezioso delle due comunit collegate di
Bruton e Zephyr, Marcus Lightfoot era un tuttofare che riusciva a riparare
qualsiasi oggetto concepito dalla mente umana, anche se a volte lavorava
al ritmo dell'erba che cresce. Vidi anche il signor Dennis, che faceva il cu-
stode alle scuole elementari. Vidi la signora Velvadine, che aiutava in cu-
cina, nella nostra chiesa, e vidi la signora Pearl, sempre allegra e sorridente
al Bake Shoppe di Merchants Street. Oggi, per, era seria e portava un
cappuccio di plastica trasparente per ripararsi dalla pioggia.
Proprio in fondo alla processione, persino dietro alle donne e ai bambini,
veniva uno spilungone, vestito con uno smoking nero e un cappello a ci-
lindro. Portava un piccolo tamburo, su cui batteva il ritmo con le mani
guantate di nero. Era proprio quest'uomo, e sua moglie, che molti erano
venuti a vedere in questa mattinata fredda e piovosa. La moglie sarebbe ar-
rivata dopo; lui camminava solo, il volto rivolto verso il basso.
Lo chiamavamo l'Uomo Luna, perch non conoscevamo il suo vero no-
me. Era molto vecchio, ma era impossibile dire esattamente quanto vec-
chio. Lo si vedeva raramente fuori da Bruton, tranne che in questa occa-
sione, e cos pure sua moglie. Un difetto di nascita o una malattia della pel-
le aveva attaccato un lato della sua faccia lunga e magra, facendolo diven-
tare giallo pallido, mentre l'altro lato era rimasto di un profondo color eba-
no, e le due met si fondevano in una guerra di macchie lungo la fronte, il
naso elegante e il mento coperto dalla barba bianca. L'Uomo Luna, un e-
nigma, aveva due orologi a ogni polso e un crocifisso dorato, grosso come
un osso di prosciutto, che gli pendeva da una catena intorno al collo. Era,
credevamo, colui che dava il tempo ufficiale alla parata e anche uno dei
suoi personaggi regali.
La parata prosegu, passo dopo passo, attraverso Zephyr e verso il ponte
con le garguglie sopra al Tecumseh River. Poteva anche durare un po', ma
valeva la pena di fare tardi a scuola per vederla, e per questo motivo la
scuola non iniziava mai realmente prima delle dieci, il venerd santo.
Una volta che i tre uomini con i sacchi raggiunsero il centro del ponte, si
fermarono e restarono l in piedi come statue nere. Il resto della processio-
ne si sistem il pi vicino possibile senza bloccare il ponte, anche se lo
sceriffo Amory aveva sistemato dei cavalietti con le luci lampeggianti lun-
go il percorso.
Un attimo dopo una Pontiac Bonneville completamente coperta di strass
di plastica luccicanti avanz lentamente lungo Merchants Street, prove-
niente da Bruton, seguendo il percorso della parata. Quando giunse al cen-
tro del ponte, l'autista scese e apr la portiera posteriore, e l'Uomo Luna
prese la mano avvizzita della moglie e l'aiut a scendere.
La Signora era arrivata.
Era sottile come un'ombra e altrettanto nera. Aveva una nuvola di capelli
bianchi, il collo lungo e aristocratico, le spalle fragili ma diritte. Non por-
tava un costume di foggia e colore esotici, ma un semplice abito nero con
una cintura d'argento, scarpe bianche e un cappellino bianco con il velo.
Portava un paio di guanti bianchi che le coprivano le braccia scure fino al
gomito. Mentre l'Uomo Luna l'aiutava a scendere dalla macchina, l'autista
apr un ombrello e lo tenne sopra il suo vetusto capo regale.
La Signora, si diceva, era nata nel 1858. Quindi aveva centosei anni.
Mia mamma diceva che la Signora era stata una schiava in Louisiana, ed
era scappata con sua madre nelle paludi prima della Guerra Civile. La Si-
gnora era cresciuta in una colonia di lebbrosi, forzati evasi e schiavi nel
bayou sotto New Orleans, ed  l che aveva imparato tutto quello che sape-
va.
La Signora era una regina e Bruton era il suo regno. Nessuno fuori da
Bruton, e neanche a Bruton, per quello che ne sapevo, la chiamava con un
nome diverso da "La Signora". Le stava bene: era l'eleganza fatta persona.
Qualcuno le diede un campanello. Lei rimase in piedi a guardare gi
verso il fiume lento e scuro e cominci a dondolare lentamente il campa-
nello avanti e indietro.
Sapevo cosa stava facendo. Anche la mia mamma lo sapeva. Tutti lo sa-
pevano.
La Signora stava chiamando il mostro del fiume dalla sua dimora di fan-
go.
Io non avevo mai visto la bestia che veniva chiamata Vecchio Mos.
Una sera, quando avevo nove anni, pensai di aver udito il Vecchio Mos
chiamare dopo una forte pioggia, e l'aria era fitta di gocce come l'acqua.
Era un brontolio sordo, come la nota di basso pi profonda di un organo di
chiesa, cos bassa che la sentivi nelle ossa prima ancora che nelle orecchie.
Sal in un rauco ruggito che fece impazzire i cani della citt, e poi scom-
parve. Non era durato pi di cinque o sei secondi. Il giorno dopo, tutti a
scuola parlavano di quel rumore. Secondo Ben e Davy Ray era il fischio
del treno. Johnny non ci disse la sua opinione. A casa, i miei dissero che
doveva essere stato il treno che passava, ma solo pi tardi venimmo a sa-
pere che la pioggia aveva portato via un tratto di binari a pi di venti mi-
glia da Zephyr e quindi il merci per Birmingham quella notte non era pas-
sato.
Queste cose ti fanno pensare.
Una volta, una mucca tutta maciullata era affiorata sotto al ponte delle
garguglie. Senza testa e interiora, aveva detto il signor Dollar a mio padre
quando io e lui andammo a farci rapare. Due uomini che andavano per
granchi lungo l'argine del fiume subito sotto Zephyr sparsero la notizia che
avevano visto passare il cadavere di un uomo, trascinato via dalla corrente,
con il torace aperto come il coperchio di una scatola di sardine e le braccia
e le gambe strappate, ma a valle non fu mai trovato alcun cadavere. Una
notte di ottobre, qualcosa era andata a sbattere contro uno dei pali som-
mersi del ponte delle garguglie e l'urto aveva aperto delle crepe nelle co-
lonne portanti, che dovettero essere riempite di cemento. Un grosso tron-
co d'albero era stata la spiegazione ufficiale del sindaco Swope sul
Journal della Adams Valley.
La Signora continuava a suonare il campanello e il suo braccio si muo-
veva come un metronomo. Cominci a salmodiare e cantare, con una voce
sorprendentemente chiara e forte. Le parole del canto erano tutte africane,
e mi erano chiare quanto la fisica nucleare. Si fermava per un po', la testa
leggermente piegata da una parte come se guardasse o ascoltasse qualcosa,
e poi riprendeva ad agitare il campanello. Non disse mai, neanche una vol-
ta, il nome Vecchio Mos. Continuava a dire: "Damballah, Damballah,
Damballah" e poi la sua voce saliva nuovamente in un canto africano.
Alla fine, smise di suonare la campanella e l'abbass lungo il fianco. Fe-
ce un cenno con la testa e l'Uomo Luna la prese. Lei guardava fisso verso
il fiume, ma che cosa ci vedesse, proprio non lo so. Quindi fece un passo
indietro e i tre uomini con i sacchi vennero avanti verso la sponda del pon-
te. Aprirono i sacchi e tirarono fuori oggetti fasciati con carta da macellaio
e chiusi con lo scotch. La carta di alcuni pacchetti era sporca di sangue e si
sentiva l'odore quasi metallico della carne cruda. Cominciarono a sfasciare
il sanguinolento banchetto e a gettare le bistecche, i pezzi di punta di petto
e le costolette nell'acqua scura e vorticosa. Anche un intero pollo spennato
fin nell'acqua, insieme a degli intestini di pollo tolti da un contenitore di
plastica. Cervella di vitello scivolarono gi da una ciotola verde della Tup-
perware, mentre da uno dei pacchetti bagnati uscirono rognoni e fegato di
bue, rossi e umidi. Fu aperto un vaso di zampini di porco in salamoia e an-
che il suo contenuto fin nell'acqua con uno spruzzo. Musetto e orecchie di
maiale seguirono gli zampini. Per ultimo, un cuore di manzo pi grosso del
pugno di un pugile. Cadde nell'acqua come una pietra rossa e quindi i tre
uomini piegarono i loro sacchi e la Signora si fece di nuovo avanti, attenta
a non calpestare il sangue che era colato sul marciapiede.
Mi venne in mente che erano finiti nel fiume un bel po' di pranzi dome-
nicali.
- Damballah, Damballah, Damballah! - salmodi ancora una volta la
Signora. Rimase l in piedi ancora per quattro o cinque minuti, immobile, a
guardare il fiume che scorreva sotto il ponte. Quindi emise un lungo sospi-
ro e io vidi il suo volto dietro al velo mentre tornava verso la Pontiac co-
perta di strass. Era accigliata: qualsiasi cosa avesse o non avesse visto, non
ne era troppo soddisfatta. Sal sulla macchina, seguita dall'Uomo Luna,
l'autista chiuse la portiera e si mise al volante. La Pontiac and in retro-
marcia fino a un punto in cui pot fare inversione e quindi part in direzio-
ne di Bruton. La processione ritorn per la stessa strada da cui era venuta.
Di solito, a questo punto si sentiva ridere e chiacchierare, e la gente si fer-
mava a parlare con i bianchi lungo la strada. Ma, questo venerd santo, l'u-
more cupo della Signora aveva contagiato gli altri e nessuno sembrava a-
ver voglia di ridere.
Sapevo esattamente che cos'era questo rituale. Tutti in citt lo sapevano.
La Signora aveva dato al Vecchio Mos il suo banchetto annuale. Non sa-
pevo quando questa cosa fosse iniziata, ma andava gi avanti da molto
tempo prima che io nascessi. Voi potrete pensare, come pensava il reve-
rendo Blessett della chiesa battista della libert, che fosse un'usanza paga-
na e satanica e che dovesse essere dichiarata fuori legge dal sindaco e dal
consiglio comunale, ma c'erano abbastanza bianchi che credevano al Vec-
chio Mos da far passare in secondo piano le obiezioni del predicatore. Era
come tenere una zampa di coniglio o gettare del sale dietro alle spalle se se
ne rovesciava un po': queste cose erano parte del tessuto stesso della vita
ed era meglio farle piuttosto che no, nel caso le vie del Signore fossero sta-
te pi misteriose di quanto noi cristiani potessimo comprendere.
Il giorno seguente, la pioggia cadde pi forte e grosse nubi tempo-
ralesche arrivarono su Zephyr. La parata di Pasqua di Merchants Street fu
annullata, con la massima costernazione del Circolo Artistico e dell'Asso-
ciazione dei Commercianti. Il signor Vandercamp Junior, la cui famiglia
era proprietaria del negozio di ferramenta e mangimi, si era vestito da co-
niglio pasquale e aveva sfilato sull'ultima macchina della parata ormai da
sei anni, avendo ereditato questo compito dal signor Vandercamp Senior
che era diventato troppo vecchio per saltare. Quest'anno la pioggia spense
ogni speranza di acchiappare le uova dolci gettate dalle macchine dai vari
commercianti e dalle loro famiglie, le signore del Sunshine Club non pote-
rono sfoggiare i loro vestiti pasquali, i loro mariti e i loro figli, i membri
della sezione di Zephyr del VFW, l'associazione dei veterani delle guerre
d'oltremare, non poterono sfilare marciando dietro alla bandiera, e le Con-
federate Sweethearts, le ragazze che frequentavano la Adams Valley High
School, non poterono indossare le loro gonne a crinolina e far roteare i loro
parasoli.
Arriv la mattina di Pasqua, ammantata di scuro. Mio padre e io erava-
mo alleati nel brontolare quando si trattava di farci agghindare, indossare
camicie bianche inamidate, vestiti e scarpe lucidate. La mamma aveva una
risposta generica alle nostre lamentele, un po' come pap con la sua "Giu-
sto come la pioggia". Lei diceva: " solo per un giorno", come se questo
rendesse meno scomodi il colletto duro e il nodo della cravatta. La Pasqua
era un giorno dedicato alla famiglia e la mamma telefon a nonno Austin e
nonna Alice, dopodich pap prese il telefono per chiamare nonno Jaybird
e nonna Sara. Come facevamo ogni Pasqua ci saremmo trovati alla First
Methodist Church di Zephyr, per sentir parlare del sepolcro vuoto.
La chiesa bianca in Cedarvine Street, tra la Bonner e la Shantuck, si sta-
va gi riempiendo quando parcheggiammo il nostro vecchio camioncino.
Ci avviammo nella nebbiolina umida verso la luce che filtrava dalle fine-
stre di vetro colorato della chiesa, e le nostre scarpe lucide si bagnarono
subito. La gente si toglieva gli impermeabili e chiudeva gli ombrelli da-
vanti alla porta, sotto la gronda sporgente. Era una vecchia chiesa, costrui-
ta nel 1939, e la calce si staccava, scoprendo delle chiazze grigie. Di solito
la chiesa veniva rimessa in ordine per Pasqua, ma quest'anno la pioggia
aveva avuto la meglio sul pennello e sulla falciatrice e cos le erbacce ave-
vano il sopravvento sul prato davanti alla chiesa.
- Vieni, Bello! Avanti, Fiore! Attenta al gradino. Coniglietto! Buona
Pasqua, Raggio di sole! - Era il dottor Lezander, il cui compito era quello
di accogliere le persone in chiesa. Non aveva mai mancato una domenica,
per quanto ne sapevo io. Il dottor Frans Lezander era il veterinario di
Zephyr, ed era stato lui a curare Rebel dai vermi l'anno prima. Era un o-
landese e, anche se aveva ancora un forte accento, lui e sua moglie Veroni-
ca erano arrivati dall'Olanda molto tempo prima che io nascessi, mi aveva
detto pap. Era sui cinquantacinque anni, alto circa un metro e settanta,
calvo e aveva le spalle larghe e una curatissima barba grigia. Portava ele-
ganti abiti tre pezzi, sempre con un farfallino e un garofano all'occhiello, e
si inventava appellativi per le persone che entravano in chiesa. - Buon
giorno, Dolcezza! - disse a mia madre che gli sorrideva e a mio padre,
con una poderosa stretta di mano: - Piove abbastanza forte per te, Tuono?
- A me, con una pacca sulla spalla e un sorriso che mandava bagliori per
via di un dente anteriore ricoperto d'argento, disse: - Vieni dentro, Bron-
co!
- Sentito come mi ha chiamato il dottor Lezander? - chiesi a pap,
una volta entrati in chiesa. - Bronco! - Ricevere un nuovo nome era
sempre la parte migliore dell'andare in chiesa.
La chiesa era piena di condensa, sebbene i ventilatori di legno a soffitto
fossero in funzione. Le sorelle Glass erano in cima alla navata, e suonava-
no un duetto di organo e piano. Erano la perfetta definizione della parola
"strano". Bench non fossero gemelle identiche, le due sorelle zitelle erano
abbastanza simili da essere due immagini speculari leggermente asimme-
triche. Erano tutt'e due alte e secche, Sonia aveva capelli raccolti di un co-
lor bianco-biondo e Katharina aveva i capelli raccolti color biondo-bianco.
Tutt'e due portavano occhiali con le lenti spesse e la montatura nera. Sonia
suonava l'organo ma non il piano, Katharina viceversa. Secondo a chi lo si
chiedeva, le sorelle Glass, che sembravano sempre punzecchiarsi a vicen-
da, ma vivevano insieme in Shantuck Street in una casa che sembrava fatta
di marzapane, avevano cinquantotto, sessantuno o sessantacinque anni. La
stranezza era completata dal loro guardaroba: Sonia vestiva solo di blu, in
tutte le sue sfumature, mentre Katharina era schiava del verde. Il che por-
tava all'inevitabile. Sonia era chiamata da noi ragazzi signorina Blue Glass,
mentre Katharina... be', ve lo potete immaginare. Ma, strane o no, di sicuro
le due sorelle quando suonavano ce la mettevano tutta per trascinare la
congregazione.
I banchi erano zeppi. Il posto faceva pensare a una serra fumante in cui
fossero fioriti cappellini esotici. Altre persone tentavano di trovare posto a
sedere e uno degli uscieri, il signor Horace Kaylor, che aveva i baffi bian-
chi e l'occhio sinistro cos storto che ti faceva accapponare la pelle quando
lo guardavi, venne avanti lungo la navata per aiutarci.
- Tom! Sono qui! Per Dio, sei cieco?
C'era un'unica persona al mondo che poteva muggire come un alce in
chiesa.
Era in piedi e agitava le braccia al di sopra delle teste che si voltavano.
Sentii mia madre farsi piccola piccola, e mio padre le mise un braccio in-
torno alle spalle come per impedirle di gettarsi a terra per la vergogna.
Nonno Jaybird faceva sempre qualcosa per "mettere in mostra le chiappe",
come diceva pap quando pensava che io non stessi ascoltando, e oggi non
faceva eccezione.
- Vi abbiamo tenuto il posto! - url il nonno, e fece steccare le sorelle
Glass, una la prese in diesis, l'altra in bemolle. - Venite, prima che qual-
cuno ve lo porti via!
Nonno Austin e nonna Alice erano nella stessa fila. Nonno Austin indos-
sava un abito di tela indiana, cos striminzito che sembrava che la pioggia
l'avesse ristretto di due taglie, il collo avvizzito strozzato da un colletto
bianco inamidato e un farfallino blu, i radi capelli bianchi lisciati all'indie-
tro e gli occhi colmi di disagio, seduto con la gamba di legno infilata dritta
sotto la panca davanti. Era seduto di fianco a nonno Jaybird, che ormai era
riuscito a contenere la sua agitazione: i due andavano d'accordo come il
diavolo e l'acqua santa. Nonna Alice, per, era il ritratto della felicit. Por-
tava un cappellino coperto di piccoli fiori bianchi, guanti bianchi e un abi-
to verde lucente, del color del mare inondato di sole. Il suo viso ovale era
raggiante: era seduta di fianco a nonna Sarah e loro due andavano d'accor-
do come due margherite in un mazzo di fiori. In quel momento, per, non-
na Sarah stava tirando nonno Jaybird per la manica del vestito, lo stesso
vestito nero che portava estate o inverno, Pasqua o funerale, cercando di
farlo sedere e smettere di dirigere il traffico. Diceva alle persone nelle va-
rie file di stringersi un po' e poi gridava: - C' spazio per altri due, qui!
- Siediti, Jay! Siediti! - Dovette ricorrere all'estremo rimedio di dargli
un pizzicotto sul sedere ossuto, e lui la guard male e si sedette.
I miei genitori e io ci infilammo con difficolt. Nonno Austin disse a pa-
p: - Sono contento di vederti, Tom - e si diedero una stretta di mano.
- Se potessi vederti. - I suoi occhiali erano tutti appannati e lui se li tol-
se per pulire le lenti con un fazzoletto. - Direi che questa  la folla pi
grossa da cinque o sei Pas...
- Questo posto  pieno come un casino il giorno di paga, vero Tom? -
si intromise nonno Jaybird e nonna Sarah gli diede una gomitata nelle co-
stole cos forte da fargli sbattere la dentiera.
- Vorrei tanto che mi lasciassi finire una sola frase - gli disse nonno
Austin, con le guance che si accaloravano. - Da quando sono seduto qui,
non sono ancora riuscito a inserirmi nella conver...
- Ragazzo, mi sembri in forma! - prosegu nonno Jaybird e si allung
davanti a nonno Austin per darmi una pacca sulle ginocchia. - Rebecca,
gli dai da mangiare come si deve, vero? Lo sai che un ragazzo quando cre-
sce ha bisogno di carne per farsi i muscoli!
- Ma non riesci a sentire? - gli chiese nonno Austin, le guance in
fiamme.
- Sentire cosa? - ribatt nonno Jaybird.
- Accendi l'apparecchio acustico, Jay - disse nonna Sarah.
- Cosa? - le chiese lui.
- L'apparecchio! - gli grid lei, esasperata. - Accendilo!
Sarebbe stata una Pasqua da non dimenticare.
Tutti intorno a noi si salutavano, e altre persone bagnate fradice entrava-
no in chiesa mentre la pioggia iniziava a martellare sul tetto. Nonno Ja-
ybird, il viso lungo e scarno e i capelli come una spazzola di setola bianca,
voleva parlare con pap dell'omicidio, ma pap scosse la testa e si rifiut di
entrare in argomento. Nonna Sarah mi chiese se avrei giocato a baseball
quest'anno e io dissi di s. Aveva un viso gentile, con le guance tonde, oc-
chi azzurri chiari in una rete di rughe, ma sapevo che spesso i modi di
nonno Jaybird la facevano andare su tutte le furie.
A causa della pioggia, le finestre erano chiuse e l'aria stava realmente
diventando soffocante. Le assi del pavimento erano bagnate, i muri sgoc-
ciolavano e i ventilatori, girando, gemevano. La chiesa odorava di cento
tipi diversi di profumo, lozione dopobarba e tonico per capelli, oltre ai dol-
ci aromi dei boccioli che adornavano cappelli e giacche. Entr il coro, ve-
stito con le lunghe tonache rosse. Prima ancora che terminasse il primo in-
no, stavo gi sudando sotto la camicia. Ci alzammo, cantammo un inno e
ci sedemmo. Due donne impettite, la signora Garrison e la signora Pra-
thmore, andarono davanti all'altare per parlare delle donazioni a favore
delle famiglie povere della Adams Valley. Poi ci alzammo, cantammo un
altro inno e ci sedemmo di nuovo. Le voci dei miei due nonni sembravano
quelle di due rospi che battagliavano in uno stagno paludoso.
Il reverendo Richmond Lovoy, grasso e con la faccia tonda, and dietro
al pulpito e inizi a parlarci di che giorno glorioso fosse questo, con Ges
risorto dalla tomba, eccetera, eccetera. Il reverendo Lovoy aveva una vir-
gola di capelli castani che gli cadeva sopra l'occhio sinistro, mentre ai lati
della testa i capelli erano diventati grigi: ogni domenica, senza eccezioni, i
capelli lisciati all'indietro si liberavano dagli ormeggi impomatati e si ri-
versavano sulla faccia come un'inondazione marrone, mentre lui predicava
e gesticolava. Sua moglie si chiamava Esther e i loro tre figli Matthew,
Luke e Joni.
Mentre il reverendo Lovoy parlava e la sua voce gareggiava con i tuoni
dal cielo, mi resi conto di chi fosse seduto esattamente davanti a me.
Il Demonio.
Lei riusciva a leggere nel pensiero. Questo era un fatto assodato. E pro-
prio mentre mi rendevo conto che lei era l, la sua testa si gir e lei mi fiss
con quegli occhi neri che erano capaci di gelare una strega a mezzanotte. Il
nome del Demonio era Brenda Sutley. Aveva dieci anni, i capelli rossi
lunghi e radi e una faccia pallida cosparsa di lentiggini marroni. Le sue so-
pracciglia erano spesse come bruchi, e la disordinata disposizione dei suoi
tratti faceva pensare che qualcuno avesse cercato di spegnere un fuoco sul-
la sua faccia con la parte piatta di una pala. L'occhio destro sembrava pi
grosso del sinistro, il naso era un becco con due buchi spalancati e la bocca
dalle labbra sottili sembrava vagare da una parte all'altra della faccia. Ma
non poteva smentire la sua eredit: sua madre sembrava un idrante con i
capelli rossi e i baffi scuri, suo padre, un tipo con la barba rossa, avrebbe
fatto apparire muscoloso un palo, al suo confronto. Con tutte quelle stra-
nezze rosse in famiglia, non c'era da meravigliarsi che Brenda Sutley aves-
se un aspetto cos sinistro.
Il Demonio si era meritato quell'appellativo perch una volta, alla lezio-
ne di disegno, aveva fatto un ritratto di suo padre con le corna e una coda
biforcuta, e aveva detto alla signora Dixon, l'insegnante di materie artisti-
che, e ai suoi compagni che il suo pap teneva, in fondo all'armadio, una
pila di riviste che ritraevano dei diavoli maschi che infilavano le loro code
nei buchi dei diavoli femmina. Ma il Demonio aveva fatto di pi che svela-
re i segreti familiari custoditi negli armadi: aveva portato a scuola, per u-
n'esercitazione, un gatto morto in una scatola da scarpe con delle monetine
appiccicate sugli occhi; aveva fatto un cimitero con il pongo bianco e ver-
de per l'esercitazione di materie artistiche, con i nomi dei suoi compagni di
scuola e le date della loro morte sulle pietre tombali, cosa che fece s che
pi di un bambino avesse una crisi isterica nell'accorgersi che non sarebbe
arrivato ai sedici anni; aveva una predilezione per strani scherzi che spesso
implicavano escrementi di cane schiacciati tra due fette di pane. Inoltre
correva voce che fosse lei la colpevole dell'esplosione dei tubi nel bagno
delle ragazze alla scuola elementare il novembre prima, quando tutti i ga-
binetti rimasero intasati con carta di bloc-notes.
In una parola, era strana.
E ora Sua Stranezza Reale stava guardando proprio me.
Un lento sorriso le pass sulla bocca storta. Non riuscii a distogliere lo
sguardo da quegli occhi neri e penetranti e pensai: "Mi ha preso". Il pro-
blema, con gli adulti,  che ogni volta che tu vuoi che ti prestino attenzione
e intervengano, la loro mente  lontana mille chilometri, mentre quando
vorresti che fossero lontani mille chilometri, loro ti alitano sul collo. Io vo-
levo che il mio pap o la mia mamma o qualcuno dicesse a Brenda di vol-
tarsi e di ascoltare il reverendo Lovoy, ma naturalmente era come se il
Demonio fosse riuscito a rendersi invisibile. Nessuno riusciva a vederla,
tranne me, la vittima del momento.
La sua mano destra si lev come la testa di un piccolo serpente bianco
con le zanne sporche. Lentamente, con grazia perversa, allungo l'indice e
lo diresse verso uno dei due buchi spalancati del naso. Il dito vagli in pro-
fondit la narice e io pensai che avrebbe continuato a spingerlo dentro fin-
ch non fosse scomparso completamente. Ma poi il dito fu ritirato e sulla
sua punta c'era una massa verde luccicante, grossa come un chicco di gran-
turco.
Gli occhi neri rimasero impassibili. Cominci ad aprire la bocca.
"No" la pregai mentalmente. "Non farlo, ti prego!"
Il Demonio fece scivolare il dito sporco di verde verso l'umida lingua ro-
sea.
Io non potei fare altro che restare a fissarla, mentre lo stomaco mi si
chiudeva in un nodo duro.
Verde su rosa. Unghie sporche. Una ciocca di capelli appiccicaticcia.
Il Demonio si lecc il dito, dove prima c'era la cosa verde. Credo di aver
sussultato violentemente, perch mio padre mi strinse il ginocchio e mi
sussurr: - Sta' attento! - ma naturalmente non aveva visto il Demonio
invisibile, n il suo straziante supplizio. Il Demonio mi sorrise, gli occhi
neri acquietati, quindi volt la testa. Il tormento era finito. Sua madre alz
una mano dalle nocche pelose e accarezz gli infuocati riccioli del Demo-
nio come se fosse la ragazzina pi dolce di questa terra.
Il reverendo Lovoy chiese a tutti di pregare. Io chinai la testa e chiusi gli
occhi.
Stavo pregando da circa cinque secondi, quando qualcosa di duro mi
colp alla nuca.
Mi voltai.
L'orrore mi tolse il fiato. Seduti proprio dietro di me, gli occhi di peltro
color delle lame affilate, c'erano Gotha e Gordo Branlin. Al loro fianco,
uno per lato, i loro genitori erano assorti nella preghiera. Immaginai che
stessero pregando affinch Dio li liberasse della loro progenie. I due fratel-
li Branlin indossavano abiti blu e camicie bianche, e le loro cravatte erano
simili, tranne che quella di Gotha aveva righe nere su fondo bianco, e quel-
la di Gordo le aveva rosse. Gotha, maggiore del fratello di un anno, aveva i
capelli pi chiari, quasi bianchi; Gordo li aveva un po' pi giallicci. Le loro
facce sembravano due minacciose sculture di roccia marrone e persino la
loro ossatura - la mascella inferiore sporgente in avanti, gli zigomi che
sembravano voler lacerare la pelle, la fronte come una lastra di granito -
suggeriva una furia repressa. Nell'attimo fugace in cui osai alzare gli occhi
su quei volti astuti, Gordo mi ficc il dito medio alzato sotto il naso e Go-
tha caric la cerbottana con un altro pisello secco.
- Cory, voltati! - bisbigli mia madre, tirandomi per la giacca. -
Chiudi gli occhi e prega!
Obbedii. Il secondo pisello mi rimbalz sulla nuca. Quei cosi fanno un
male da morire. Durante il resto della preghiera, sentii i fratelli Branlin
dietro di me bisbigliare e ridacchiare come perfidi gnomi. La mia testa era
diventata il bersaglio del giorno.
Quando la preghiera termin, cantammo un altro inno. Vennero fatti gli
annunci e venne dato il benvenuto ai visitatori. Quindi fu fatto circolare il
piatto delle offerte. Io vi misi il dollaro che pap mi aveva dato per l'occa-
sione. Poi il coro cant, accompagnato dalle sorelle Glass al piano e all'or-
gano. Dietro di me, i fratelli Branlin ridacchiavano. Quindi il reverendo
Lovoy si alz nuovamente in piedi per pronunciare il sermone di Pasqua e
fu allora che la vespa mi atterr sulla mano.
Tenevo la mano appoggiata sul ginocchio. Non la mossi, anche se la
paura mi guizz lungo la schiena come un lampo. La vespa si infil tra
pollice e indice e rimase l, con il suo pungiglione nero pulsante.
Lasciate che vi dica qualcosa delle vespe.
Non sono come le api. Le api sono grasse e felici e volano di fiore in fio-
re senza curarsi della carne umana. I calabroni sono curiosi e lunatici, ma
anche loro sono abbastanza prevedibili e possono essere evitati. Le vespe,
specialmente quelle scure e magre che assomigliano a uno stiletto con una
testa, sono nate per affondare il loro pungiglione nell'epidermide di noi
mortali e farci urlare come un conoscitore che stappa una bottiglia di vino
d'annata. Mi hanno detto che fregare la testa contro un nido di vespe pu
dare la stessa sensazione che essere colpiti da una gragnuola di proiettili.
Ho visto la faccia di un ragazzo che era stato punto sulle labbra e sulle pal-
pebre mentre esplorava una vecchia casa in estate: non augurerei una tortu-
ra simile neppure ai Branlin. Le vespe sono pazze: le loro punture sono
senza senso. Ti pungerebbero fino al midollo se riuscissero ad arrivare cos
in profondit. Sono accecate dalla furia, come i Branlin. Se il diavolo ha
mai avuto un famiglio, non era certo un gatto nero, o una scimmia, o una
lucertola dalla pelle lucida: era e sempre sar la vespa.
Un terzo pisello mi colp sulla nuca. Mi fece molto male, ma io guardai
la vespa infilata tra il pollice e l'indice, il cuore che mi batteva forte, la pel-
le che mi si accapponava. Qualcosa mi sfior il viso, io guardai in su e vidi
una seconda vespa volare in cerchio intorno alla testa del Demonio e po-
sarsi sul suo cocuzzolo. Il Demonio dovette sentire un formicolio. Allung
una mano e scacci la vespa senza sapere cosa fosse. Questa si lev con un
inferocito frullio di ali scure. Io pensai che sicuramente il Demonio sareb-
be stato punto, ma la vespa probabilmente doveva aver riconosciuto un suo
simile perch vol via verso il soffitto.
Ora il reverendo Lovoy stava predicando alla grande, di Ges crocifisso
e di Maria piangente e della pietra tombale che era stata rimossa.
Io alzai gli occhi verso il soffitto.
Vicino a uno dei ventilatori c'era un piccolo foro non pi grande di una
moneta da un quarto di dollaro. Mentre guardavo ne emersero tre vespe
che discesero verso la congregazione. Qualche attimo dopo ne uscirono al-
tre due che presero a volteggiare nell'aria umidiccia e dolciastra.
Un tuono esplose sopra la chiesa. Il rumore della pioggia quasi sof-
focava gli alti e bassi della voce del reverendo Lovoy. Non capivo cosa
stesse dicendo: io guardavo ora la vespa che avevo tra le dita, ora il buco
nel soffitto.
Ne uscivano sempre di pi, e scendevano in lente spirali nella chiesa
gremita, piena di vapore e bagnata di pioggia. Le contai. Otto... nove...
dieci... undici. Alcune restavano attaccate alle lente pale del ventilatore e si
facevano portare come su una giostra. Quattordici... quindici... sedici... di-
ciassette. Un pugno nero e pulsante di vespe esplose dal buco. Venti... ven-
tuno... ventidue. Smisi di contare a venticinque.
Ce ne doveva essere un nido intero su nel solaio, pensai. Ce ne doveva
essere un nido grosso come una palla da baseball, pulsante nel buio umido.
Mentre guardavo, trasfigurato dalla visione, come doveva essere stata Ma-
ria quando uno sconosciuto sulla strada le aveva mostrato il fianco ferito,
un'altra decina di vespe riboll fuori dal buco. Nessuno parve notarle. Era-
no forse invisibili come lo era stato il Demonio quando si era tolto quel
chicco dal naso? Le vespe volteggiavano lentamente intorno al soffitto, i-
mitando il moto dei ventilatori. Ce n'erano abbastanza da formare una nu-
vola scura, come se la burrasca all'esterno avesse trovato un modo per en-
trare.
La vespa che avevo tra le dita si stava muovendo. La guardai e sussultai
quando un altro pisello mi colp dove i capelli erano pi corti. La vespa
strisci lungo l'indice e si ferm alla nocca. Il pungiglione era puntato con-
tro la mia carne e io ne sentivo la punta frastagliata come una minuta
scheggia di vetro rotto.
Il reverendo Lovoy ormai era nel suo elemento, le braccia gesticolanti e i
capelli che iniziavano a cadrgli sulla faccia. Fuori i tuoni si susseguivano
e la pioggia martellava il tetto. Sembrava il giorno del giudizio, l fuori, il
momento giusto per iniziare a spaccare un po' di legna e chiamare a raccol-
ta gli animali, a due a due. Tutti, tranne le vespe, pensai; questa volta s
che avremmo potuto rimediare all'errore di No. Continuai a guardare il
buco nel soffitto con un misto di incanto e di terrore. Mi pass per la testa
che Satana aveva trovato un modo per infilarsi nel servizio di Pasqua e che
stava volteggiando sopra le nostre teste, alla ricerca di carne viva.
Due cose accaddero nello stesso momento.
Il reverendo Lovoy alz la mano e disse, nella sua altisonante cadenza
da predicatore: - E quella gloriosa mattina, dopo il pi buio dei giorni,
gli angeli scesero e aaahhhh! - Aveva alzato la mano verso gli angeli e
improvvisamente li aveva incontrati, brulicanti, con le loro piccole ali scu-
re.
La mamma pos la sua mano sulla mia, proprio dove si trovava la vespa,
e la premette in una stretta affettuosa. Lei url. Lui url. Era il segnale che
le vespe stavano aspettando.
La nuvola nera, pi di cento pungiglioni, cal come una rete sulle teste
delle bestie in trappola.
Sentii nonno Jaybird che gridava: - Porca merda! - mentre veniva
punto. Nonna Alice emise una tremula nota acuta da melodramma. La ma-
dre del Demonio gemette mentre le vespe le attaccavano la nuca. Il padre
del Demonio prese a sventolare l'aria con le sue braccia secche. Il Demo-
nio si mise a ridere. Dietro di me, i Branlin gracchiavano, sopraffatti dal
dolore, la cerbottana ormai dimenticata. Per tutta la chiesa si udivano urla
e grida, mentre persone in abiti pasquali saltavano su e gi, fendendo l'aria
come per afferrare diavoli invisibili. Il reverendo Lovoy stava danzando in
un parossismo di dolore, agitando le mani punte pi volte come se volesse
staccarsele dai polsi. Tutto il coro era in piedi e cantava, non inni questa
volta, ma urla di dolore mentre le vespe si accanivano su guance, menti e
nasi. L'aria era piena di scure correnti vorticose che volavano verso i volti
delle persone e si avvolgevano intorno alle loro teste come corone di spine.
- Fuori! Fuori! - stava gridando qualcuno. - Scappiamo! - url qual-
cun altro, dietro di me. Le sorelle Glass cedettero e corsero verso l'uscita
con le vespe nei capelli. Improvvisamente, tutti erano in piedi e quella che
fino a dieci secondi prima era stata una pacifica congregazione, ormai era
una mandria impaurita in fuga.
Le vespe fanno questo effetto.
- Maledizione, mi si  incastrata la gamba! - url nonno Austin.
- Jay! Aiutalo! - grid nonna Sarah, ma nonno Jaybird stava gi fa-
cendosi strada a gomitate nella massa agitata di gente che ostruiva la nava-
ta.
Pap mi prese in braccio. Sentii un ronzio malvagio nell'orecchio sini-
stro e un istante dopo ricevetti una puntura sul bordo dell'orecchio che mi
fece venire le lacrime agli occhi. - Ahia! - mi sentii esclamare, anche se
con tutte quelle urla e grida un piccolo "ahia" era di nessuna importanza.
Per, mi udirono altre due vespe. Una mi colp sulla spalla destra, attraver-
sando giacca e camicia, l'altra si scagli contro il mio viso come una lancia
africana e mi impal il labbro superiore. Diedi un urlo confuso, un "ahioi-
haah", del tipo che esprime il dolore pi col volume che con le sillabe e,
anch'io, mi misi a sbattere l'aria. Sentii una risata stridula e quando guardai
verso il Demonio, attraverso le lacrime, la vidi saltare su e gi sulla panca,
la bocca lacerata in un ghigno e la faccia coperta di macchie rosse.
- Tutti fuori! - url il dottor Lezander. Tre vespe si attaccarono, pun-
genti e pulsanti al suo cranio calvo mentre dietro di lui la moglie - una
donna coi capelli grigi, la faccia austera e il cappello coperto di boccioli
blu messo tutto di sghimbescio - cercava di scacciare le vespe che le cam-
minavano sulle larghe spalle. Teneva la Bibbia in una mano e la borsetta
nell'altra e con tutt'e due menava colpi tremendi verso lo sciame che li at-
taccava, digrignando i denti di giusta ira.
La gente si stava precipitando verso la porta, dimentica di impermeabili
e ombrelli, nel tentativo di sfuggire al tormento gettandosi nel diluvio. En-
trando in chiesa, la folla pasquale era stata un modello di educata civilt
cristiana; uscendo era barbara fino al midollo. Donne e bambini scivolava-
no a terra nel cortile fangoso, uomini inciampavano su di loro e cadevano a
faccia in gi nelle pozzanghere battute dalla pioggia. Cappellini volavano
via e rotolavano come ruote fradicie finch il torrente non li schiacciava.
Io aiutai pap a liberare la gamba di legno di nonno Austin da sotto la
panca. Le vespe si gettavano sulle mani di mio padre e, ogni volta che una
lo colpiva, lo sentivo soffiare. La mamma, nonna Alice e nonna Sarah cer-
cavano di uscire nella navata, dove le persone scivolavano a terra e si ag-
grovigliavano l'una con l'altra. Il reverendo Lovoy, con le dita gonfie come
salsicce, stava cercando di nascondere il volto dei suoi bambini tra s e la
singhiozzante Esther. Il coro si era disintegrato e alcuni dei coristi avevano
lasciato a terra dietro di s vuote tuniche rosse. Pap e io aiutammo nonno
Austin a uscire nella navata centrale. Le vespe gli stavano attaccando la
nuca e aveva le guance bagnate. Pap le scacci via, ma molte di pi scia-
marono intorno a noi in un cerchio vendicativo, come Comanche intorno a
un carro. I bambini piangevano e le donne strillavano, le vespe si lanciava-
no in picchiata e pungevano. - Fuori! Fuori! - gridava il dottor Lezan-
der alla porta, spingendo fuori le persone quando queste si accalcavano.
Sua moglie Veronica, una donna grande e grossa, afferr un pover'uomo in
difficolt e quasi lo fece volare attraverso la porta.
Eravamo quasi fuori. Nonno Austin vacillava, ma pap lo aiutava. La
mamma stava togliendo le vespe dai capelli di nonna Sarah come se fosse-
ro foglie d'ortica viventi. Due spilli incandescenti mi punsero sul collo, a
distanza di un millesimo di secondo uno dall'altro, e sentii un dolore come
se la testa stesse per scoppiarmi. Poi pap mi prese per un braccio e mi tra-
scin e la pioggia inizi a pestarmi sulla testa. Uscimmo tutti, ma pap
scivol in una pozzanghera e cadde in ginocchio nel fango. Io mi afferrai il
dietro del collo e mi misi a correre in circolo, urlando per il dolore, ma do-
po un po' i piedi mi scivolarono da sotto e anche il mio vestito di Pasqua
incontr il fango di Zephyr.
Il reverendo Lovoy fu l'ultimo a uscire. Chiuse la porta della chiesa die-
tro di s con un colpo e rimase l, appoggiato con la schiena contro di essa,
come per contenere il male all'interno.
I tuoni rimbombavano. La pioggia veniva gi martellante e ci in-
stupidiva. Alcune persone erano sedute nel fango, altre vagavano, rintrona-
te; altre ancora se ne stavano l in piedi lasciando che la pioggia si rove-
sciasse su di loro e li aiutasse a calmare l'atroce sofferenza.
Anch'io soffrivo. E mi immaginavo, nel mio delirio di dolore, che dietro
alle porte chiuse della chiesa le vespe gioissero. Dopo tutto, era Pasqua an-
che per loro. Erano risorte dal freddo dell'inverno, la stagione che asciuga i
nidi delle vespe e mummifica i loro infanti addormentati. Avevano alzato
la loro pietra tombale ed erano uscite, rinate, in una nuova primavera, e
avevano pronunciato un pungente sermone sulla tenacia della vita che a-
vremmo ricordato ben pi a lungo di qualsiasi cosa il reverendo Lovoy a-
vesse potuto dire. Dopotutto, avevamo sperimentato in un modo molto per-
sonale le spine e i chiodi.
Qualcuno si inginocchi vicino a me. Sentii che mi metteva del fango
fresco contro le punture sulla nuca. Vidi la faccia di nonno Jaybird tutta
bagnata di pioggia, con i capelli ritti sulla testa come se avesse preso una
scossa.
- Stai bene, ragazzo? - mi chiese.
Ci aveva voltato le spalle e aveva pensato solo a mettere in salvo la pel-
le. Si era comportato da codardo e da Giuda e non c'era conforto nel suo
gesto di offrirmi il fango.
Non gli risposi. Guardai attraverso di lui. - Starai meglio - disse e si
alz per andare a vedere come stava nonna Sarah, che si stringeva alla
mamma e a nonna Alice. Mi guard come un topo scheletrico mezzo an-
negato.
Lo avrei preso a pugni se fossi stato grande come mio padre. Non potevo
fare a meno di vergognarmi di lui. Provavo una vergogna profonda, pun-
gente. E non potei fare a meno di chiedermi se un po' della codardia di
nonno Jaybird potesse essere anche dentro di me. Non lo sapevo ancora,
ma l'avrei scoperto molto presto.
Le campane di un'altra chiesa suonarono, dalla parte opposta di Zephyr,
e il suono ci giunse attraverso la pioggia come in un sogno. Io mi alzai in
piedi, con il labbro, la spalla e la nuca doloranti. Il fatto  che il dolore ti
insegna a essere umile. Persino i Branlin stavano frignando come bambini.
Non ho mai visto nessuno fare il galletto dopo una buona dose di punture.
E voi?
Le campane di Pasqua risuonarono per tutta la citt sotto l'acqua. La
messa era finita.
Alleluja.
5
Morte di una bicicletta
La pioggia continu a cadere.
Nubi grigie incombevano su Zephyr, e dal loro ventre gonfio scese il di-
luvio. Io andavo a dormire con la pioggia che batteva sul tetto e mi sve-
gliavo con il fragore del tuono. Rebel tremava e si lamentava nel suo cani-
le. Sapevo come si sentiva. Le mie punture di vespa si erano ridotte a ve-
sciche rosse, ma giorno dopo giorno non un raggio di sole cadde sulla mia
citt: dal cielo scendeva solo la pioggia incessante, e quando avevo finito
di fare i compiti, me ne restavo seduto nella mia stanza a leggere vecchi
numeri di Famous Monsters e la mia scorta di fumetti.
La casa odorava di pioggia, e un odore di assi umide e sporcizia bagnata
saliva dalla cantina. Il rovescio di pioggia fece s che venisse cancellato il
matine del sabato al Lyric, perch nel tetto del teatro si erano aperte delle
perdite. Persino l'aria era viscida, come la muffa verde che cresceva sulle
rocce bagnate. Una settimana dopo Pasqua, a cena, pap pos coltello e
forchetta, lanci uno sguardo alle finestre appannate e disse: - Se conti-
nua cos, ci cresceranno le branchie.
Continu. L'aria era fradicia d'acqua, le nuvole riducevano la luce a un
grigiore debole e molle. I cortili si trasformarono in stagni, le strade in tor-
renti. A scuola ci facevano andar via pi tardi, in modo che tutti potessero
andare subito a casa, e mercoled pomeriggio alle tre e diciassette la mia
vecchia bicicletta rese l'anima.
Un attimo prima stavo cercando di pedalare contro un torrente in Deer-
man Street, un attimo dopo la ruota anteriore della mia bicicletta affond
in un cratere dove l'asfalto aveva ceduto, e il colpo si ripercosse sul telaio
mangiato dalla ruggine. Parecchie cose accaddero tutte assieme: il manu-
brio collass, i raggi della ruota anteriore si spezzarono, il sedile si ruppe,
il telaio cedette alle vecchie e stanche giunture e, improvvisamente, mi
trovai a pancia in gi nell'acqua che inond il mio impermeabile di plastica
gialla. Rimasi l, stordito, cercando di capire come mai ero caduto. Mi tirai
su a sedere, mi asciugai l'acqua dagli occhi, guardai la mia bicicletta e ca-
pii subito che era morta.
La mia bicicletta, che era gi vecchia prima di giungere a me attraverso
un mercatino delle pulci, non era pi in vita. Me lo sentivo, seduto sotto la
pioggia battente. Qualsiasi cosa fosse a dare un'anima a un oggetto costrui-
to dall'uomo, quella cosa si era rotta ed era volata verso i cieli bagnati. Il
telaio si era piegato e spezzato, il manubrio pendeva, attaccato per una sola
vite, il sedile era girato all'indietro come una testa su un collo rotto. La ca-
tena era saltata via dagli ingranaggi, la gomma davanti era uscita dal cere-
hione, con i raggi rotti che spuntavano fuori. Alla vista di quella carnefici-
na quasi mi misi a piangere, ma anche se il mio cuore sanguinava, sapevo
che piangere non sarebbe servito a nulla. La mia bicicletta si era sempli-
cemente consumata, era arrivata alla fine dei suoi giorni, tutto l. Io non
ero stato il suo primo proprietario e forse anche questo rendeva le cose dif-
ferenti. Forse una bicicletta, una volta gettata via, si strugge anno dopo an-
no per la prima mano che l'ha guidata, e diventando vecchia sogna, al suo
modo di bicicletta, strade giovani. Non era mai stata realmente mia, quin-
di; viaggiava con me, ma il suo manubrio e i suoi pedali conservavano il
ricordo di un altro proprietario. Forse, in quel piovoso mercoled, si era
uccisa perch sapeva che io desideravo ardentemente una bicicletta co-
struita per me e me solo. Forse. L'unica cosa che sapevo di sicuro in quel
momento era che dovevo andare a casa a piedi e non potevo trascinare la
carcassa con me.
La spinsi in un cortile e la lasciai sotto una quercia gocciolante, quindi
proseguii con il mio zaino fradicio e le scarpe che gemevano piene d'ac-
qua.
Quando mio padre, che era a casa dal lavoro, scopr cosa era successo al-
la bicicletta, mi caric sul camioncino e andammo a recuperare la carcassa
in Deerman Street. - Si pu riparare - mi disse, mentre i tergicristalli ar-
rancavano avanti e indietro sul parabrezza. - Troveremo qualcuno che la
saldi o faccia qualcosa. Di sicuro sar meno costoso che comperarne una
nuova.
- Va bene - risposi, ma sapevo che la bicicletta era morta. Non c'era
saldatura che avrebbe potuto farla resuscitare. - Si  rotta anche la ruota
davanti - aggiunsi, ma pap era concentrato nella guida.
Arrivammo dove avevo trascinato la carcassa sotto la quercia. - Dov'?
- chiese pap. -  questo il posto?
Lo era, ma la carcassa era sparita. Pap ferm il camioncino, scese e
buss alla porta della casa davanti alla quale ci trovavamo. La porta si apr
e una donna con i capelli bianchi mise fuori la testa. Lei e pap parlarono
per uno o due minuti, e vidi la donna indicare in direzione della strada. Pa-
p torn verso di me, con l'acqua che gli colava dal berretto, le spalle curve
nella sua uniforme di lattaio fradicia. Si mise al volante, chiuse la portiera
e disse: -  uscita per prendere la posta, ha visto la bicicletta sotto l'albe-
ro e ha chiamato il signor Sculley perch se la venisse a prendere. - Il si-
gnor Emmett Sculley era il rigattiere di Zephyr, e se ne andava in giro su
un camioncino dipinto di verde brillante con SCULLEY'S ANTIQUES e
un numero di telefono scritto in rosso sulle fiancate. Pap avvi il motore e
mi guard. Conoscevo quello sguardo: era duro e arrabbiato e non promet-
teva niente di buono. - Perch non sei andato a bussare alla porta di quel-
la signora e non le hai detto che saresti tornato a prendere la bicicletta?
Non ci hai pensato?
- Nossignore - dovetti ammettere. - Non ci ho pensato.
Bene, pap si stacc dal marciapiedi e ripartimmo. Non verso casa, bens
diretti a ovest. Sapevo dove stavamo andando. Il deposito di rigattiere del
signor Sculley era a ovest, oltre i confini boscosi della citt. Sulla strada
dovetti sopportare il discorso di mio padre, quello che cominciava cos: -
Quando avevo la tua et, se volevo andare da qualche parte, dovevo andar-
ci a piedi. Avrei voluto avere una bicicletta, allora, anche una usata. Dia-
mine, se i miei amici e io dovevamo camminare per tre o quattro chilome-
tri, non ci pensavamo neanche. Ed eravamo anche pi sani. Sole, vento o
pioggia, non importava. Andavamo dove dovevamo andare con le nostre
gambe... - e cos via, voi conoscete il tipo di discorso cui mi riferisco, il
peana generazionale della fanciullezza.
Ci lasciammo alle spalle i confini della citt. La strada scintillante si i-
noltrava nella foresta. La pioggia continuava a cadere, mentre lembi di
nebbia si staccavano dalle cime degli alberi e si lasciavano trasportare at-
traverso la strada. Pap doveva guidare con attenzione perch la strada, in
quel punto, era pericolosa anche quando l'asfalto era asciutto. Stava ancora
parlando della dubbia gioia di non possedere una bicicletta, che, mi stavo
rendendo conto, era il suo modo di dirmi che avrei dovuto abituarmi ad
andare a piedi, se la mia bicicletta non fosse stata recuperabile. Il tuono
rombava oltre le colline nebbiose, la strada davanti a noi era deserta, men-
tre si curvava sotto i pneumatici come un cavallo selvaggio resiste alla sel-
la. Non so perch scelsi quel momento per voltarmi indietro a guardare,
ma lo feci.
E vidi la macchina che si stava avvicinando velocemente dietro di noi.
Mi si rizzarono i capelli sulla nuca, e la pelle fremette come percorsa da
formiche in fuga. La macchina era una pantera nera, bassa, dall'aria minac-
ciosa con scintillanti denti cromati ed entr come un razzo nella lunga cur-
va che mio padre aveva appena affrontato con un sofferto compromesso di
freno e acceleratore. Il motore del camioncino tossicchiava, e non riuscii a
sentire alcun rumore proveniente dalla macchina nera che si avvicinava.
Vedevo solo una forma e un volto pallido dietro al volante. Scorsi fiamme
rosse e arancioni dipinte sulle curve del cofano d'ebano, e in quella la mac-
china ci fu dietro e non diede alcun segno di voler rallentare o scartarci e io
guardai mio padre e urlai: - Pap!
Fece un salto sul suo sedile e diede uno strattone al volante. Le gomme
del camioncino virarono verso sinistra, sulla riga di mezzeria sbiadita, e
mio padre ce la mise tutta per non farci finire tra gli alberi. I pneumatici ri-
trovarono la presa, il camioncino si raddrizz e pap aveva gli occhi fiam-
meggianti quando si volt verso di me. - Sei pazzo? - disse brusco. -
Vuoi che ci ammazziamo?
Io mi voltai indietro.
La macchina nera era scomparsa.
Non ci aveva sorpassato. Non aveva svoltato. Era semplicemente scom-
parsa.
- Ho visto... ho visto...
- Visto cosa? Dove? - mi chiese.
- Credevo... di aver visto... una macchina - dissi. - Stava... per ve-
nirci addosso, pensavo...
Lui guard nello specchietto retrovisore. Naturalmente vide solo la stes-
sa pioggia e la stessa strada vuota che vedevo io. Allung una mano, me la
pos sulla fronte e disse: - Ti senti bene?
- Sissignore. - Non avevo la febbre. Di quello, almeno, ero sicuro.
Mio padre, soddisfatto che non stessi covando l'influenza, ritrasse la mano
e la riport sul volante. - Stai seduto fermo - disse e io gli obbedii. Ri-
port la sua attenzione alla strada pericolosa, ma aveva i muscoli della ma-
scella serrati e io immaginai che stava decidendo se doveva portarmi a far
visitare dal dottor Parrish o se doveva sculacciarmi.
Non dissi altro della macchina nera, perch sapevo che pap non mi a-
vrebbe creduto. Ma avevo gi visto quella macchina, per le strade di
Zephyr. Si annunciava con un rombo, sfrecciava con un brontolio rabbioso
e dopo che era passata si sentiva odore di bruciato e si vedeva luccicare l'a-
sfalto. -  la macchina pi veloce che c' in citt - mi aveva detto Davy
Roy mentre lui, io e gli altri ragazzi bighellonavamo davanti alla fabbrica
del ghiaccio in Merchants Street, godendoci le ondate di freddo provenien-
ti dai blocchi di ghiaccio, in un afoso giorno d'agosto. - Mio pap - mi
aveva confidato Davy Ray - dice che nessuno pu andare pi veloce di
Midnight Mona.
Midnight Mona. Era questo il nome della macchina. Il suo proprietario
era un tipo di nome Stevie Cauley. Lo chiamavano "Little Stevie" perch
era alto solo un metro e mezzo, anche se aveva vent'anni. Fumava sigarette
Chesterfield una dopo l'altra, e forse era questo che aveva arrestato la sua
crescita.
Ma il motivo per cui non dissi a pap che Midnight Mona era sfrecciata
dietro di noi sulla strada lucida di pioggia era che ricordavo quello che era
successo una notte dell'ottobre precedente. Mio pap, che era stato volon-
tario nei pompieri, aveva ricevuto una telefonata. Era il Comandante Mar-
chette, aveva detto alla mamma. Una macchina aveva avuto un'incidente
sulla Route 16, e si era incendiata tra gli alberi. Pap era corso in aiuto, ed
era tornato a casa un paio d'ore pi tardi con i capelli coperti di cenere e gli
abiti che puzzavano di legna bruciata. Dopo quella notte, e quello che ave-
va visto, non aveva pi voluto fare il pompiere.
Ora eravamo sulla Route 16. E la macchina che aveva avuto l'incidente e
si era incendiata era Midnight Mona, con Little Stevie Cauley al volante.
Il corpo di Little Stevie Cauley - quello che ne era rimasto, intendo dire -
giaceva in una bara nel cimitero su Poulter Hill. Anche Midnight Mona era
al cimitero, ovunque fosse il cimitero delle macchine bruciate.
Ma io l'avevo vista spuntare dietro di noi dalla nebbia. Avevo visto
qualcuno seduto al volante.
Tenni la bocca chiusa. Ero gi abbastanza nei guai.
Pap lasci la Route 16 e svolt, rallentando, su una stradina laterale co-
perta di fango che si inoltrava tra i boschi. Arrivammo in un posto dove
vecchi cartelli arrugginiti con descrizioni di ogni sorta erano stati attaccati
agli alberi. Ce n'erano almeno un centinaio, con pubblicit di ogni genere,
dalla Green Spot Orange Soda, alla B.C. Headache Powder e al Grand Ole
Opry. Dietro la foresta di cartelli, la strada portava a una casa di legno gri-
gio con un portico cascante sul davanti e nel cortile anteriore, e qui intendo
un "mare di erba" invece del cortile che hanno le persone normali, un'ete-
rogenea collezione di oggetti mangiati dalla ruggine: strizzatoi, cucine e-
conomiche, lampade, scheletri di letti, ventilatori elettrici, frigoriferi e altri
piccoli elettrodomestici erano sparsi tutto intorno in mucchi disordinati.
C'erano rotoli di filo metallico alti come mio padre e secchi pieni di botti-
glie, e tra tutto questo ciarpame c'era un cartello con un poliziotto sorriden-
te con le parole FERMO! NON RUBARE pitturate sul petto. In testa ave-
va tre buchi di proiettile.
Non credo che i furti fossero un problema per il signor Sculley, perch
non appena mio padre ferm il camioncino e apr la portiera, due cani da
caccia rossi che se ne stavano coricati sul porticato si tirarono su e comin-
ciarono ad abbaiare all'impazzata. Dopo alcuni secondi, la porta con la
zanzariera si apr e dalla casa usc una donna dall'aria fragile con una trec-
cia di capelli bianchi e una carabina in mano.
- Chi ? - url con una voce degna di un boscaiolo. - Cosa volete?
Mio padre alz le mani. - Sono Tom Mackenson, signora Sculley. So-
no di Zephyr.
- Tom chi?
- Mackenson! - Doveva urlare per farsi sentire sopra al latrare dei ca-
ni. - Di Zephyr!
La signora Sculley ringhi: - Zitti! - Prese una paletta per le mosche
da un gancio sotto il portico e la sbatt un paio di volte sulla schiena dei
cani che si calmarono notevolmente.
Io scesi dal camioncino e rimasi vicino a pap, con le scarpe che si im-
pantanavano tra le erbacce fradicie. - Devo parlare con suo marito, signo-
ra Sculley - le disse pap. - Ha preso per errore la bicicletta di mio fi-
glio.
- Hmm - rispose lei. - Emmett non fa errori.
-  qui intorno?
- Dietro la casa - disse lei, e fece un cenno con la carabina. - In una
delle baracche l dietro.
- Grazie. - Si avvi e io lo seguii. Non avevamo fatto forse neanche
cinque passi, quando la signora Sculley disse: - Ehi! Se inciampate e vi
rompete una gamba, noi non siamo responsabili, capito?
Se quello che si trovava di fronte alla casa era una gran confusione,
quello che si trovava dietro era un incubo. Le due "baracche" erano costru-
zioni di lamiera ondulata, grandi come depositi per il tabacco. Per arrivar-
ci, bisognava seguire un tracciato che serpeggiava tra montagne di rifiuti:
giradischi, statue rotte, gomme per annaffiare il giardino, sedie, falciatrici,
porte, mensole di caminetto, pentole e padelle, mattoni vecchi, tegole, ferri
da stiro, radiatori, bacinelle, solo per menzionarne alcuni. - Misericordia!
- esclam pap, tra s e s, mentre avanzavamo in quella valle formata
dalle colline incombenti. La pioggia cadeva e picchiettava su tutti quegli
oggetti e in alcuni punti scendeva dalle vette metalliche in ruscelletti gor-
goglianti. Quindi giungemmo davanti a un cumulo contorto e aggrovigliato
di cose che mi fecero fermare su due piedi, perch sapevo di aver trovato
un luogo veramente mistico.
Davanti a me c'erano centinaia di telai di bicicletta, legati assieme con
tralci di ruggine, senza gomme, sfasciati.
Dicono che in Africa, da qualche parte, gli elefanti hanno un cimitero
segreto dove vanno a morire, a liberarsi dei loro corpi grigi raggrinziti, per
volare via, finalmente spiriti leggeri. In quel momento io pensai di aver
trovato il cimitero delle biciclette, dove le carcasse si sfaldano anno dopo
anno, sotto la pioggia e il sole rovente, dopo che lo spirito della loro vita
errante se n' volato via. In alcuni punti di quell'enorme cumulo le biciclet-
te si erano fuse una nell'altra e assomigliavano a foglie rosse e color rame,
in attesa di essere bruciate in un pomeriggio di autunno. Qui e l spuntava-
no fanali rotti, ciechi ma spavaldi nella loro morte. Alcuni manubri contor-
ti avevano ancora le manopole di gomma, e da alcune di queste pendevano
striscie di plastica colorata, come fiamme sbiadite. Mi immaginai tutte
quelle biciclette, vibranti nella loro vernice nuova, con gomme nuove e
pedali nuovi e catene che scorrono sugli ingranaggi, su letti di grasso nuo-
vo e pulito. Mi rattrist, in maniera incomprensibile, perch capivo che c'e-
ra una fine a tutte le cose, a prescindere dal nostro desiderio di restarvi at-
taccati.
- Ehi, voi! - disse qualcuno. - Mi  sembrato di sentir partire l'al-
larme. .
Pap e io guardammo l'uomo che spingeva una grossa carriola davanti a
s nel fango. Portava una tuta e stivali sporchi di fango, aveva la pancia
grossa e una testa coperta di macchie di fegato con in cima un ciuffo di ca-
pelli bianchi. Il signor Sculley aveva una faccia piena di rughe e un naso
bulboso con tanti piccoli capillari rossi, e portava occhiali dalle lenti tonde
dietro alle quali si vedevano gli occhi grigi. Ci stava sorridendo con un
ghigno squadrato dai denti scuri e sul mento grigio aveva un neo in rilievo
sul quale erano cresciuti tre peli bianchi. - Cosa posso fare per voi?
- Sono Tom Mackenson - disse pap, tendendogli la mano. - Il fi-
glio di Jay.
- Ah, s! Scusa se non ti ho riconosciuto subito! - Il signor Sculley
portava un paio di guanti da lavoro tutti sporchi e se ne tolse uno per strin-
gere la mano a mio padre. - E questo  il nipote di Jay?
- S. Si chiama Cory.
- Devo averti gi visto in giro da qualche parte - disse il signor Scul-
ley, rivolto a me. - Ricordo quando tuo pap aveva la tua et. Tuo nonno
e io ci conosciamo da tanto tempo.
- Signor Sculley, credo che lei abbia ritirato una bicicletta questo po-
meriggio - gli disse pap. - Davanti a una casa in Deerman Street?
- Sicuro. Non era gran che, per. Tutta a pezzi.
- Be', era la bicicletta di Cory. Credo di riuscire a ripararla, se possia-
mo riaverla indietro.
- Oh, oh - disse il signor Sculley. Il suo grosso sorriso si spense. -
Tom, temo di non poterlo fare.
- Perch no?  qui, vero?
- S,  qui. Era qui, voglio dire. - Il signor Sculley fece un cenno in
direzione di una delle baracche. - L'ho portata l dentro pochi minuti fa.
- Allora possiamo riaverla indietro e portarcela via, no?
Il signor Sculley si succhi il labbro inferiore, mi guard, poi guard
nuovamente pap. - Non credo, Tom. - Spinse da parte la carriola, vici-
no al cumulo di biciclette morte e disse: - Venite a dare un'occhiata. -
Lo seguimmo. Camminava zoppicando, come se la sua anca lavorasse su
un perno, invece che su una articolazione.
- Vedete,  andata cos - disse. -  da pi di un anno che volevo li-
berarmi di quelle vecchie biciclette. Vedete, cerco di ripulire un po' questo
posto. Devo fare posto per l'altra roba che arriva. Cos ho detto a Belle -
Belle  mia moglie - ho detto: Belle, la prossima bicicletta che raccolgo
lo faccio. Ancora una bicicletta. - Ci fece strada attraverso l'apertura,
nell'interno fresco della costruzione. Lampadine appese a un filo gettavano
ombre su altri cumuli di ciarpame. Qui e l nel buio spuntavano oggetti pi
grossi, come macchine marziane, offrendo una fugace visione di curve e
spigoli. Qualcosa pigol e fugg: topi, o forse pipistrelli, non so. Certo il
posto sembrava una caverna, dove Injun Joe si sarebbe sentito a casa. -
State attenti a dove mettete i piedi - ci avvert il signor Sculley, mentre
passavamo attraverso un'altra apertura. Quindi, si ferm vicino a un grosso
macchinario rettangolare pieno di leve e ingranaggi. - Questa pressa qui
si  mangiata la tua bicicletta circa quindici minuti fa.  stata la prima ad
andare. - Frug in un barile pieno di pezzi di metallo contorti e accartoc-
ciati. Altri barili aspettavano di essere riempiti. - Vedete, questi li posso
rivendere come rottame. Stavo aspettando un'ultima bicicletta per iniziare
a distruggerle ed  arrivata la tua. - Mi guard - una lampadina sulla sua
testa faceva scintillare la sua pelata bagnata di pioggia - e nei suoi occhi
c'era comprensione. - Mi dispiace, Cory. Se avessi saputo che qualcuno
sarebbe venuto a chiedermela, l'avrei tenuta. Ma era morta.
- Morta? - chiese mio padre.
- Sicuro. Tutto muore. Si consuma e non pu essere pi riparato, n
con amore, n col denaro. La bicicletta era cos. Sono tutte cos quando
qualcuno le porta qui o mi chiama perch le vada a prendere. Tu sai che la
tua bicicletta era gi morta prima che la mettessi sotto quella pressa, vero,
Cory?
- Sissignore - dissi. - Lo so.
- Non ha sofferto - mi disse il signor Sculley e io annuii.
Mi parve che il signor Sculley comprendesse il nucleo stesso del-
l'esistenza, e che avesse mantenuto il suo cuore e i suoi occhi giovani, an-
che se il suo corpo era diventato vecchio. Vedeva chiaramente nell'ordine
cosmico delle cose e sapeva che la vita non si trova solo nella carne e nelle
ossa, ma anche in quegli oggetti - un buon, comodo paio di scarpe, una
macchina affidabile, una penna che funziona sempre, una bicicletta che ti
ha portato per tanti chilometri - nei quali riponiamo la nostra fiducia e che
ci danno in cambio la sicurezza e la gioia del ricordo.
Qui i vecchi cuori di pietra possono anche ridere e dire:  ridicolo!
Ma lasciate che faccia loro una domanda: non desiderate mai, anche solo
per un fugace momento, poter riavere la vostra prima bicicletta? Voi vi ri-
cordate che aspetto aveva. S, ve lo ricordate. La chiamavate Fulmine, o
Guizzo, o Lampo? Chi vi ha portato via quella bicicletta e dov' finita?
Non ve lo siete mai chiesti?
- Voglio mostrarti una cosa, Cory - disse il signor Sculley e mi tocc
sulla spalla. - Per di qua.
Pap e io lo seguimmo in un altro locale, lontano dalla pressa delle bici-
clette. Una finestra con il vetro sporco lasciava entrare una debole luce
verdastra che si aggiungeva al bagliore della lampadina sospesa al soffitto.
In quel locale c'era la scrivania e lo schedario del signor Sculley. Apr un
armadietto e si mise a cercare qualcosa sullo scaffale pi alto. - Non lo
mostro a chiunque - ci disse - ma pensavo che vi facesse piacere veder-
lo. - Frug qui e l, spostando delle scatole e poi disse: - Trovato - e
la sua mano emerse nuovamente alla luce.
Aveva in mano un pezzo di legno, con la corteccia sbiancata cui erano
ancora attaccati dei molluschi secchi. Infilata nel legno c'era qualcosa che
sembrava un sottile pugnale d'avorio lungo poco pi di dieci centimetri. Il
signor Sculley lo alz verso la luce, gli occhi scintillanti dietro alle lenti.
- Vedete? Che cosa vi sembra?
- Non ne ho idea - disse pap. Io scossi la testa.
- Guardatelo pi da vicino. - Tenne il pezzo di legno con il pugnale
d'avorio davanti al mio viso. Vedevo buchi e segni sulla superfcie dell'a-
vorio e i suoi bordi erano seghettati come un coltello da pesca.
-  un dente - disse il signor Sculley. - O, pi probabilmente, una
zanna.
- Una zanna? - chiese pap aggrottando la fronte, guardando ora il si-
gnor Sculley, ora il pezzo di legno. - Deve essere stato un gran bel ser-
pente!
- Non era un serpente, Tom. Ho tagliato questo pezzo di legno da un
tronco che ho trovato sulla riva del fiume tre estati fa, mentre andavo in
cerca di bottiglie. Vedete le conchiglie? Deve provenire da un albero molto
vecchio, che probabilmente  restato a lungo sul fondo. Credo che sia e-
merso dal fango con l'ultima inondazione. - Fece correre un dito piano
piano sul bordo frastagliato. - Io credo di avere l'unica prova esistente.
- Non vorr dire... - fece pap, ma io gi sapevo.
- S. Questa  una zanna della bocca del Vecchio Mos. - La tenne
nuovamente davanti al mio viso, ma io mi tirai indietro. - Forse la sua vi-
sta non  pi quella di una volta - riflett il signor Sculley. - Forse  an-
dato dietro a quel tronco pensando che fosse una grossa tartaruga. O forse
quel giorno era solo arrabbiato e addentava tutto ci che il suo muso in-
contrava. - Batt col dito sull'orlo frastagliato della zanna. - Non oso
pensare che cosa potrebbe fare a un essere umano. Non sarebbe piacevole,
vero?
- Posso vederlo? - chiese pap, e il signor Sculley glielo fece prende-
re in mano. Il signor Sculley and alla finestra e guard fuori, mentre pap
esaminava quello che aveva in mano e dopo un momento disse: - Diami-
ne, credo che lei abbia ragione!  proprio un dente.
- Te l'ho detto che lo era - gli ramment il signor Sculley. - Io non
dico bugie.
- Lei deve mostrarlo a qualcuno! Allo sceriffo Amory o al sindaco
Swope! Diamine, deve vederlo il governatore!
- Swope l'ha gi visto - disse il signor Sculley. -  stato lui a consi-
gliarmi di metterlo in un armadio e di chiuderlo a chiave.
- E perch? Una cosa simile  una notizia da prima pagina!
- Non secondo il sindaco Swope. - Si allontan dalla finestra e io vidi
che i suoi occhi si erano fatti scuri. - All'inizio Swope pensava che fosse
un falso. L'ha fatto vedere al dottor Parrish, e il dottor Parrish ha chiamato
il dottor Lezander. Tutt'e due hanno convenuto che  la zanna di un rettile.
Poi ci siamo seduti a parlare nell'ufficio del sindaco, a porte chiuse. Swope
ha detto che aveva deciso di tenere la cosa segreta. Ha detto che poteva
trattarsi di una zanna o di una frode, ma non valeva la pena di spaventare
la gente. - Prese il pezzo di legno dalle mani di mio padre. - Allora io
gli ho detto: Luther Swope, non pensi che la gente potrebbe voler vedere
la prova tangibile che c' un mostro nel Tecumseh River? Lui mi ha
guardato con la sua dannatissima pipa in bocca e mi ha detto: La gente lo
sa gi. La prova li spaventerebbe soltanto. E comunque se c' un mostro
nel fiume,  il nostro mostro e non vogliamo dividerlo con nessuno. Ed 
finita l. - Poi, rivolto a me: - Vuoi toccarlo, Cory? Solo per poter dire
di averlo fatto?
E cos lo toccai, con un dito, guardingo. La zanna era fredda, come mi
immaginavo dovesse essere il fondo fangoso del fiume.
Il signor Sculley rimise a posto sullo scaffale il pezzo di legno con la
zanna e chiuse lo sportello. Fuori, la pioggia aveva ripreso a cadere forte,
picchiando sul tetto di metallo. - Con tutta quest'acqua che viene gi -
disse il signor Sculley - il Vecchio Mos deve essere contento.
- Io sono ancora convinto che dovrebbe farlo vedere a qualcuno - gli
disse pap. - Per esempio, a qualcuno del giornale a Birmingham.
- Lo farei, Tom, ma forse Swope ha ragione. Forse il Vecchio Mos 
il nostro mostro. Forse, se lasciamo che anche gli altri lo sappiano, potreb-
bero cercare di portarcelo via. Catturarlo con una rete, metterlo in una
grossa vasca di vetro da qualche parte come un pesce gatto troppo cresciu-
to. - Il signor Sculley aggrott la fronte e scosse la testa. - No, non vor-
rei che accadesse. E neanche la Signora, lo vorrebbe, credo. Gli ha dato da
mangiare ogni Venerd Santo, da che mi ricordo. Questo  stato il primo
anno che non ha gradito il cibo.
- Non ha gradito il cibo? - chiese pap. - E cosa significa?
- Non hai visto la parata quest'anno? - Il signor Sculley attese che pa-
p dicesse di no, quindi prosegu. - Questo  stato il primo anno che il
Vecchio Mos non ha dato un colpetto al ponte con la coda, come per dire:
Grazie per la roba da mangiare. E una cosa veloce, passa subito, ma
quando lo si  sentito per tanti anni, si riconosce il suono. Quest'anno non 
successo.
Mi ricordai quanto fosse sembrata preoccupata la Signora quando aveva
lasciato il ponte delle garguglie quel giorno, e come tutta la processione
fosse stata cos cupa, tornando verso Bruton. Doveva essere perch la Si-
gnora non aveva sentito il Vecchio Mos colpire il ponte con la coda. Ma
cosa significava una tale mancanza di buone maniere?
- E difficile dire cosa significhi - disse il signor Sculley, come se mi
avesse letto nel pensiero. - Alla Signora non  piaciuto, questo  certo.
Fuori stava cominciando a diventare buio. Pap disse che avremmo fatto
meglio a tornare verso casa e ringrazi il signor Sculley per averci mostra-
to dov'era finita la bicicletta. - Non  stata colpa sua - gli disse pap,
mentre il signor Sculley procedeva zoppicando davanti a noi, per indicarci
la strada. - Lei stava solo facendo il suo lavoro.
- Gi. Stavo solo aspettando un'ultima bicicletta. Come ho detto, quella
bici non poteva essere riparata in alcun modo.
Avrei potuto dirlo anch'io a mio padre. Anzi, gliel'avevo detto, ma una
delle cose tristi dell'essere un ragazzino  che gli adulti non ti stanno a sen-
tire.
- Ho sentito della macchina che  finita nel lago - disse il signor Scul-
ley mentre ci avvicinavamo alla porta. La sua voce echeggiava nel locale
cavernoso e sentii che mio padre si irrigidiva. - Brutto modo per morire,
senza neanche una sepoltura cristiana - prosegu il signor Sculley. - Lo
sceriffo Amory ha qualche indizio?
- Non che io sappia. - La voce di pap era un po' scossa. Ero sicuro
che vedesse la macchina che affondava e il corpo ammanettato al volante
ogni volta che si coricava a letto e chiudeva gli occhi.
- Mi sono fatto un'idea di chi fosse e di chi lo ha ucciso - disse il si-
gnor Sculley. Raggiungemmo l'uscita, ma la pioggia stava ancora cadendo
forte sulle montagne di vecchie cose morte e l'ultima luce del sole era di-
ventato verde. Il signor Sculley guard mio padre e si appoggi allo stipite
della porta. - Era qualcuno che ha schiacciato i piedi al clan dei Blaylock.
Non doveva essere di queste parti perch chiunque abbia un po' di buon
senso sa che Wade, Bodean e Donny Blaylock sono pi pericolosi dei ser-
penti a sonagli con le corna. Hanno delle distillerie nascoste nei boschi qui
in giro. E quel loro padre, Biggun, potrebbe insegnarne una persino al dia-
volo. Sissignore,  colpa dei Blaylock se quel tipo ora  in fondo al lago,
puoi starne sicuro.
- Credo che lo sceriffo ci abbia gi pensato.
-  probabile. L'unico problema  che nessuno sa dove si nascondano i
Blaylock. Escono fuori di quando in quando, per compiere le loro mascal-
zonate, ma scovarli nella loro tana  un'altra cosa. - Il signor Sculley
guard fuori della porta. - La pioggia sta un po' calando. Immagino non
vi dispiaccia bagnarvi.
Ci avviammo faticosamente nel fango verso il camioncino di pap. Pas-
sando, lanciai ancora un'occhiata al cumulo di biciclette e vidi qualcosa
che non avevo notato prima: tra il metallo contorto era nato del caprifoglio
e tra la ruggine stavano spuntando i piccoli dolci calici bianchi.
L'attenzione di mio pap fu attirata da qualcos'altro che giaceva sopra al-
le biciclette, qualcosa che non avevamo visto entrando. Si ferm a osser-
varlo e anch'io mi fermai, mentre il signor Sculley che procedeva zoppi-
cando davanti a noi intu che ci eravamo fermati e si volt.
- Mi domandavo dove l'avessero portata - disse pap.
- Gi. Dovr tirarla gi uno di questi giorni. Devo fare spazio per l'al-
tra roba, sai.
In realt, non si poteva vedere molto. Era solo una massa arrugginita di
metallo accartocciato, ma su alcune parti di metallo c'era ancora la vernice
originale nera. Il parabrezza non c'era pi, il tetto era schiacciato. Ma re-
stava una parte di cofano, e su di esso si scorgeva dipinta una lingua di
fiamme.
Quella s che aveva sofferto.
Pap si volt e io lo seguii sul camioncino. Molto da vicino, devo dire.
- Tornate quando volete! - ci disse il signor Sculley. I cani da caccia
abbaiarono e la signora Sculley usc sul portico, questa volta senza carabi-
na. Pap e io ci avviammo verso casa lungo la strada popolata di fantasmi.
6
Il Vecchio Mos si fa vivo
Era stata la mamma a rispondere al telefono, quella sera dopo le dieci,
circa una settimana dopo la nostra visita al signor Sculley.
- Tom! - disse, e la sua voce aveva una nota frenetica - J.T. dice che
la diga ha rotto gli argini a Lake Holman! Stanno radunando tutti al palaz-
zo di giustizia!
- Oh, Ges! - Pap si alz di scatto dal divano dove era seduto a
guardare il telegiornale, e si mise le scarpe. - Ci sar un'inondazione di
sicuro! Cory! - chiam. - Vestiti!
Dal suo tono capii subito che avrei fatto meglio a fare in fretta. Misi da
parte la storia che stavo cercando di scrivere sul dragster nero con un fan-
tasma al volante e saltai letteralmente nei jeans. Quando i tuoi genitori so-
no spaventati, il cuore comincia a correrti a centocinquanta chilometri al
minuto. Avevo sentito pap pronunciare la parola inondazione. L'ultima si
era verificata quando avevo cinque anni e non aveva fatto un gran danno, a
parte tirare su i serpenti dalla palude. Ma sapevo, da quello che avevo letto
su Zephyr, che nel 1938 il fiume aveva allagato le strade con pi di un me-
tro d'acqua, e nel 1930 l'alluvione di primavera era arrivata quasi ai tetti di
alcune case a Bruton. Proprio cos, la mia citt aveva precedenti di inonda-
zioni, e con tutta la pioggia che noi e il resto del Sud avevamo avuto dall'i-
nizio di aprile, non si poteva prevedere cosa sarebbe potuto succedere
quell'anno.
Il Tecumseh River era alimentato dal lago Holman, che si trovava circa
sessanta chilometri a nord della nostra citt. Cos, visto che tutti i fiumi
vanno verso il mare, noi c'eravamo in mezzo.
Mi assicurai che Rebel fosse al sicuro nel suo recinto dietro la casa, e
quindi mia mamma, mio pap e io ci stringemmo nel camioncino e ci av-
viammo verso il palazzo di giustizia, un vecchio edificio gotico che si tro-
vava in fondo a Merchants Street. Quasi tutte le luci erano accese, la voce
si stava spargendo rapidamente. Ora stava piovigginando, ma l'acqua arri-
vava gi al bordo dei cerehioni del camioncino a causa della rete fognaria
intasata, e le cantine di molte case erano gi allagate. Il mio amico Johnny
Wilson e i suoi erano dovuti andare a stare in casa di parenti a Union
Town proprio per quella ragione.
Il parcheggio del palazzo di giustizia si stava riempiendo di macchine e
camioncini. In lontananza, i lampi attraversavano il cielo e illuminavano le
nuvole basse. Le persone venivano indirizzate nell'aula principale del pa-
lazzo di giustizia, una grossa sala con un affresco sul soffitto che ritraeva
angeli che svolazzavano qui e l portando balle di cotone. Era un retaggio
di quando le aste del raccolto di cotone si tenevano in questa sala, vent'an-
ni prima, prima che la sgranatrice e il deposito del cotone fossero spostati a
Union Town, al riparo da alluvioni. Trovammo da sedere su una delle vec-
chie gradinate piene di schegge, il che fu una fortuna perch, al ritmo con
cui stavano arrivando le persone, presto non ci sarebbe stato spazio suffi-
ciente neanche per respirare. Qualcuno ebbe tanto buon senso da accendere
i ventilatori, ma l'aria calda che emanava dalle bocche della gente sembra-
va inesauribile. Kattie Yarbrough, una delle pi grandi chiacchierone in
citt, si sedette vicino alla mamma e inizi a ciarlare tutta eccitata, mentre
suo marito, che faceva anche lui il lattaio alla Green Meadows, accalappi
mio padre. Vidi entrare Ben con il signore e la signora Sears, ma si sedet-
tero dall'altra parte della sala. Il Demonio, i cui capelli sembravano appena
pettinati con il grasso, entr al seguito della sua mostruosa madre e dell'al-
lampanato padre. Trovarono posto vicino a noi e io tremai quando il De-
monio colse il mio sguardo schifato e mi sorrise. Il reverendo Lovoy arriv
con la sua famiglia e poi entrarono anche lo sceriffo Amory con la moglie
e le figlie, e poi i Branlin, e il signor Parlowe, il signor Dollar, Davy Ray
con i suoi genitori, la signorina Blue Glass e la signorina Green Glass, e
molti altri che non conoscevo bene. Il posto era pieno zeppo. - Silenzio!
Fate silenzio! - Wynn Gillie, il vicesindaco, era salito sul podio dove an-
ni addietro stavano i banditori delle aste del cotone, e dietro di lui, seduti a
un tavolo, c'erano il sindaco Luther Swope e il comandante dei pompieri,
Jack Marchette, che era anche il capo della Protezione Civile. - Silenzio!
- tuon il signor Gillie, con le vene che pulsavano sul collo magro. Tutti
si zittirono e il sindaco Swope si alz in piedi per parlare. Era alto e ma-
gro, sulla cinquantina, e aveva una faccia triste, con la mascella allungata,
e i capelli grigi pettinati all'indietro che partivano da un ciuffo sulla fronte.
Tirava sempre boccate da una pipa di radica, come una locomotiva che
brucia carbone su una salita particolarmente lunga e ripida, e portava cal-
zoni dalla piega perfetta e camicie con le sue iniziali sul taschino. Aveva
l'aria di un uomo d'affari di successo, cosa che poi era: possedeva sia lo
Stagg Shop for Men che la Zephyr Ice House, che erano di propriet della
sua famiglia da anni. Sua moglie, Lana Jean, era seduta vicino al dottor
Curtis Parrish e alla moglie di questi, Brightie.
- Immagino che ormai tutti abbiano sentito la brutta notizia - inizi il
sindaco Swope. Aveva l'aspetto del sindaco, ma parlava come se avesse la
bocca piena di porridge. - Non abbiamo molto tempo, gente. Il coman-
dante Marchette mi dice che il fiume sta per straripare. Quando l'acqua del
lago Holman arriver qui, avremo un grosso problema. Potrebbe essere la
peggior inondazione che abbiamo mai avuto. Il che significa che per prima
si allagher Bruton, perch  pi vicina al fiume. Vandy, dove sei? - Il
sindaco si guard in giro, e il signor Vandercamp Senior alz la mano mal-
ferma. - Il signor Vandercamp aprir il negozio di ferramenta - ci disse
il sindaco Swope. - Ha delle pale e sacchetti di sabbia che possiamo usa-
re per iniziare a costruire un argine di contenimento tra Bruton e il fiume, e
forse riusciremo a tenere indietro il grosso dell'acqua. Il che significa che
dovremo lavorare tutti: uomini, donne e pure i bambini. Ho chiamato la
Robbins Air Force Base, e manderanno degli uomini ad aiutarci. Sta arri-
vando della gente anche da Union Town. Quindi, chiunque sia in grado di
lavorare deve andare a Bruton e prepararsi a spalare.
- Aspetta un minuto, Luther!
L'uomo che aveva parlato si alz in piedi. Non poteva passare inos-
servato. Credo che un libro su una balena bianca abbia preso il titolo da
lui. Dick Moultry aveva una faccia grassa e colorita e portava i capelli ta-
gliati cortissimi, cos che la sua testa assomigliava a un puntaspilli marro-
ne. Indossava una T-shirt della misura di una tenda da campeggio e un
paio di jeans in cui avrebbero potuto stare mio pap, il comandante Mar-
chette e il sindaco Swope, tutti assieme. Alz un braccio enorme e punt
un dito in direzione del sindaco. - Quello che ci stai dicendo, mi sembra,
 che dobbiamo dimenticarci delle nostre case! Sissignore: dimenticarci
delle nostre case e andare a lavorare per salvare un pugno di negri!
Questo commento apr una spaccatura nell'assemblea. Alcuni gridarono
che il signor Moultry aveva torto, altri urlarono che aveva ragione.
- Dick - disse il sindaco Swope, infilandosi la pipa in bocca - tu sai
che se il fiume straripa, comincia sempre da Bruton. L la terra  pi bassa.
Se riusciamo a contenerlo l, possiamo...
- E dov' la gente di Bruton? - chiese il signor Moultry, e la sua gros-
sa testa quadrata gir a destra e a sinistra. - Io non ne vedo di facce scure
qui dentro! Dove sono? Com' che non sono qui a chiederci di aiutarli?
- Perch loro non chiedono mai aiuto. - Il sindaco sbuff fuori un
pennacchio di fumo azzurrino: il motore della locomotiva stava iniziando a
girare. - Ti garantisco che in questo momento sono tutti sulle rive del
fiume, a cercare di costruire un argine, ma non ci chiederebbero aiuto ne-
anche se l'acqua gli arrivasse al tetto delle case. La Signora non lo permet-
terebbe. Ma hanno bisogno del nostro aiuto, Dick. Proprio come l'ultima
volta.
- Se avessero un po' di buon senso, si trasferirebbero qui! - insistette
il signor Moultry. - Diamine, sono stufo di quella dannata Signora! Chi
pensa di essere, una regina?
- Siediti, Dick - gli disse il comandante Marchette. Il comandante dei
pompieri era un uomo dall'ossatura robusta, un viso che sembrava tagliato
con lo scalpello e penetranti occhi azzurri. - Non c' tempo per discutere
di questo.
- Al diavolo! - Il signor Moultry aveva deciso di essere ostinato. La
faccia gli stava diventando rossa come un idrante. - Lasciamo che la Si-
gnora venga in territorio bianco e ci chieda aiuto! - Quelle parole causa-
rono un putiferio di urla di assenso e dissenso. La moglie del signor
Moultry, Feather, si alz di fianco a lui e grid: - S, al diavolo! - Ave-
va capelli biondo platino ed era un po' pi pesante di una piuma. Il signor
Moultry url al di sopra del baccano: - Io non vado a farmi il culo per i
negri!
- Ma, Dick - disse il sindaco Swope con aria sconcertata - sono i
nostri negri!
Le grida e le urla proseguirono, con alcuni che dicevano che era da cri-
stiani impedire che Bruton venisse allagata e altri che dicevano di sperare
che l'alluvione fosse di quelle buone e si portasse via Bruton una volta per
tutte. I miei genitori rimasero in silenzio, come la maggior parte dei con-
venuti: quella era una guerra per gli spacconi.
Improvvisamente, per, si fece silenzio. Cominci dal fondo, dove le
persone erano ammucchiate intorno alla porta. Qualcuno rise, ma la risata
fu subito soffocata. Si sentirono brontolii e mormorii. Quindi un uomo si
fece strada nella sala e sembrava che le acque del Mar Rosso si stessero
aprendo, mentre la gente si faceva indietro per lasciarlo passare.
L'uomo sorrideva. Aveva un viso giovanile e i capelli castano chiaro gli
formavano una specie di cresta sulla fronte.
- Cosa sono tutte queste urla? - chiese. Aveva un accento del Sud, ma
si capiva che era un uomo colto. - C' qualche problema, sindaco Swope?
- Uh... no, Vernon. Nessun problema, vero Dick?
Il signor Moultry aveva un'aria terribilmente schifata. La faccia di sua
moglie si era fatta rossa come una barbabietola, sotto i riccioli color plati-
no. Sentii ridacchiare i Branlin, ma qualcuno li zitt.
- Spero che non ci siano problemi - disse Vernon, sempre sorridendo.
- Sapete che pap odia i problemi.
- Sedetevi! - intim il sindaco Swope ai Moultry e loro obbedirono.
Quasi sfondarono il sedile con i loro didietro.
- Io percepisco una certa... discordia, qui dentro - disse Vernon. Sen-
tii un risolino nascermi in gola, ma mio padre mi prese per un polso e me
lo strinse cos forte che pass. Alcune persone si mossero a disagio sulle
loro sedie, specialmente alcune delle donne vedove pi anziane. - Sinda-
co Swope, posso salire sul podio?
- Signore aiutaci - sussurr mio padre e mia madre sussult, scossa
da una risata silenziosa.
- Hmm... io credo... di s, Vernon. Certo. Vieni su. - Il sindaco Swope
fece un passo indietro, il fumo della pipa che gli saliva a spirale intorno al-
la testa.
Vernon Thaxter sal sul podio e si rivolse all'assemblea. Era molto palli-
do sotto il bagliore delle luci. Era tutto pallido.
Era completamente nudo, nudo come un verme.
Il pisello e le palle gli pendevano in bella vista. Era magro come un
chiodo, probabilmente perch andava sempre a piedi. Doveva avere le
piante dei piedi dure come il cuoio. La sua pelle bianca brillava e i capelli
erano lucidi per la pioggia. Mi ricordava la fotografia di uno scuro ind
dall'aria mistica che avevo visto su National Geographic solo che, natu-
ralmente, lui non era n scuro n ind. Veramente, pensandoci bene, non
era neanche mistico. Vernon Thaxter era assolutamente, completamente,
totalmente fuori di testa.
Naturalmente, andarsene in giro per la citt nudo come mamma l'aveva
fatto non era una novit per Vernon Thaxter. Lo faceva spesso, quando il
tempo diventava un po' pi caldo, ma non lo si vedeva molto in autunno
avanzato o in inverno. Quando faceva la prima uscita in primavera era
sempre una sorpresa. A luglio, nessuno lo degnava di una seconda occhia-
ta. Con ottobre, le foglie morte erano pi interessanti di lui. E poi veniva
nuovamente primavera, ed ecco ancora Vernon Thaxter con i genitali e-
sposti al pubblico.
Voi vi domanderete perch lo sceriffo Amory non si alz subito e non
trascin Vernon in galera con l'accusa di esibizionismo. Il motivo per cui
non lo fece era Moorwood Thaxter, il padre di Vernon. Moorwood Thaxter
era proprietario della banca. Era proprietario anche del Caseificio Green
Meadows e della Zephyr Real Estate Company. Quasi ogni casa di Zephyr
era ipotecata dalla banca di Moorwood Thaxter. Era proprietario del terre-
no su cui sorgeva il Lyric, e della terra sulla quale era stato costruito quel
palazzo di giustizia. Era proprietario di ogni pietra di Merchants Street. Era
proprietario delle baracche di Bruton e aveva una casa di ventotto stanze in
cima a Temple Street. La paura di Moorwood Thaxter, che aveva passato i
settant'anni e si vedeva raramente in giro, era ci che aveva tenuto lo sce-
riffo Amory seduto e il quarantunenne Vernon nudo in giro per le strade
della citt. Era sempre stato cos, per quanto io potessi ricordare.
La mamma mi aveva raccontato che Vernon prima era normale, ma poi
aveva scritto un libro ed era andato a New York e un anno dopo era tornato
a casa e da allora se ne andava in giro svestito e svitato.
- Signori e signore - inizi Vernon - e bambini, naturalmente. -
Allung le braccia fragili e afferr il bordo del podio. - Qui abbiamo una
situazione molto seria.
- Mamma! - sbrait improvvisamente il Demonio. - Guarda, gli si
vede il pise...
Una mano dalle nocche pelose le chiuse la bocca. Immagino che il vec-
chio Thaxter fosse proprietario anche della loro casa.
- Una situazione molto seria - ripet Vernon, ignaro di tutto tranne
che della propria voce. - Pap mi ha mandato qui con un messaggio. Dice
che si aspetta che gli abitanti di questa citt dimostrino vera solidariet e
spirito cristiano in questo momento di difficolt. Signor Vandercamp?
- S, Vernon? - rispose il vecchio.
- Vorrebbe essere cos gentile da fare una lista di tutti quegli uomini
validi e di sani principi che prenderanno a prestito da lei attrezzi allo scopo
di aiutare i residenti di Bruton? Mio padre gliene sarebbe grato.
- Sar felice di farlo - disse il signor Vandercamp Senior. Era ricco,
ma non cos ricco da poter dire di no a Moorwood Thaxter.
- Grazie. In questo modo pap avr una lista pronta quando saliranno i
tassi di interesse, come  facile che succeda in questi tempi travagliati. Pa-
p ha sempre pensato che gli uomini, e le donne, che sono disposti ad aiu-
tare i vicini meritino una considerazione speciale. - Sorrise, osservando il
suo pubblico. - Qualcuno ha qualcosa da dire?
Nessuno parl.  un po' difficile parlare con un uomo nudo di qualcosa
che non sia il motivo per cui non indossa vestiti, e nessuno osava affronta-
re un argomento cos delicato.
- Io credo che la nostra missione sia chiara - disse Vernon. - Buona
fortuna a tutti. - Ringrazi il sindaco Swope per averlo lasciato parlare,
quindi scese dal podio e usc dalla sala cos come era entrato. Il Mar Rosso
si apr nuovamente davanti a lui e si richiuse dietro di lui.
Per un minuto o gi di l tutti rimasero in silenzio: forse volevano essere
sicuri che Vernon Thaxter fosse fuori portata di voce. Poi qualcuno inizi
a ridere e altri fecero altrettanto, il Demonio cominci a sghignazzare forte
saltando su e gi, ma altri urlarono a quelli che ridevano di smetterla e la
sala si trasform in un felice scorcio di inferno. - Calmatevi! Calmatevi
tutti quanti! - stava urlando il sindaco Swope e il comandante Marchette
si alz in piedi e mugghi come una sirena per la nebbia perch tutti stes-
sero zitti.
-  un maledetto ricatto! - Il signor Moultry si era nuovamente alzato
in piedi. - Nient'altro che un maledetto ricatto! - Alcuni erano d'accordo
con lui, ma pap fu uno di quelli che si alzarono e dissero al signor
Moultry di chiudere la bocca e di stare a sentire il comandante dei pompie-
ri.
Ed ecco come andarono a finire le cose: il comandante Marchette disse
che tutti quelli che volevano lavorare avrebbero dovuto andare subito a
Bruton, dove il fiume scorreva lungo il confine della citt diretto al ponte
delle garguglie, mentre lui con altri volontari sarebbe andato al negozio di
ferramenta del signor Vandercamp a caricare su un camion i badili, i pic-
coni e gli altri utensili. Il potere di Moorwood Thaxter non fu mai pi evi-
dente del momento in cui il comandante Marchette concluse le sue istru-
zioni: tutti partirono in direzione di Bruton, compreso il signor Moultry.
Le strade strette di Bruton erano gi invase dall'acqua. Le galline star-
nazzavano nell'acqua e i cani nuotavano. La pioggia aveva ripreso a cadere
forte, picchiando sui tetti di latta con una musica aspra. Persone di colore
stavano portando via i loro averi dalle case in pericolo, cercando di metter-
le dove il terreno era pi alto. Le macchine e i camion che arrivavano da
Zephyr facevano onde che si propagavano nei cortili allagati e andavano a
infrangersi contro le fondamenta delle case. - Questa volta sar proprio
brutta - disse pap.
Sulla riva del fiume coperta dagli alberi, la maggior parte degli abitanti
era gi al lavoro, con l'acqua alle ginocchia. Si stava alzando un muro di
fango, ma il fiume era affamato. Lasciammo il nostro camioncino vicino a
un campo pubblico di basket al Bruton Recreation Center, dove erano par-
cheggiati molti altri veicoli, e quindi procedemmo con difficolt verso il
fiume. Folate di nebbia turbinavano sull'acqua che continuava a salire e i
fasci di luce delle torce si incrociavano nella notte. I lampi guizzavano se-
guiti dal fragore dei tuoni. Si sentivano le grida concitate degli uomini che
urlavano di lavorare pi in fretta. La mano di mia madre afferr la mia e la
tenne stretta mentre pap andava a raggiungere un gruppo di uomini di
Bruton. Qualcuno aveva scaricato un camion di sabbia sull'argine del fiu-
me, un uomo di Bruton aiut pap a salirvi in cima e tutti e due si misero a
riempire dei piccoli sacchi di sabbia che poi gettavano ad altri uomini zup-
pi di pioggia. - Qui! Qui! Presto! - grid qualcuno. - Non terr! -
grid qualcun altro. Le voci si incrociavano e si fondevano come i fasci di
luce delle torce. Erano voci spaventate. Anch'io ero spaventato.
Quando la natura sfugge al nostro controllo, c' qualcosa che scatena in
noi una paura primordiale. Noi siamo abituati a considerarci padroni del
nostro territorio e crediamo che Dio ci abbia dato questa terra perch noi la
governiamo. Abbiamo bisogno di questa illusione come di una luce che ci
illumini la notte. La verit  ben pi spaventosa: noi siamo fragili come
giovani alberi investiti da un tornado e le nostre amate case sono preda
delle alluvioni come legni portati dall'acqua. Noi mettiamo le nostre radici
nella terra tremante, viviamo dove le montagne si sono alzate e sono rica-
dute e mari preistorici si sono dissolti in vapore. Noi e le citt che abbiamo
costruito non siamo eterni; la terra stessa  un treno in movimento. Quando
l'acqua e il fango ti arrivano alla vita, senti le persone gridare nel buio e
vedi le loro figure lottare per arginare la corrente che non vuole fermarsi,
allora ti rendi conto della verit: noi non vinceremo, ma non possiamo ar-
renderci. Nessuno, su quell'argine che si stava disintegrando, sotto la piog-
gia battente, pensava che sarebbe stato possibile deviare il Tecumseh. Non
era mai stato possibile. Eppure, tutti continuavano a lavorare. Arriv il
camion carico di attrezzi e il signor Vandercamp Junior aveva un bloc-
notes su cui la gente scriveva il proprio nome quando ritirava gli attrezzi.
Vennero costruiti muri di fango e di sacchetti di sabbia, e il fiume trabocc
oltre la barricata come una minestra scura oltre una fila di denti marci.
L'acqua si stava alzando: ormai mi arrivava alla cintura.
I fulmini scendevano zigzagando dal cielo, seguiti da scoppi di tuono
cos forti che non si udivano neanche le donne gridare. -  caduto qui vi-
cino! - disse il reverendo Lovoy, che teneva in mano una pala e sembrava
un uomo di fango. - Sta andando via la luce! - grid una donna nera po-
chi secondi dopo, e infatti la corrente stava venendo a mancare a Bruton e
a Zephyr. Guardai le luci delle finestre indebolirsi e scomparire. La citt
rimase al buio e non si distingueva pi dove finisse il cielo e iniziasse l'ac-
qua. In distanza, vidi quella che sembrava la luce di una candela brillare
nella finestra di una casa molto lontano da Bruton, ma ancora entro i con-
fini di Zephyr. Mentre guardavo la luce si mosse di finestra in finestra. Mi
resi conti che stavo guardando la dimora di Moorwood Thaxter sul punto
pi alto di Temple Street.
Lo sentii prima ancora di vederlo.
Un'ombra era ferma alla mia sinistra e mi osservava. Chiunque fosse,
portava un impermeabile lungo e teneva le mani in tasca. Dal temporale ar-
riv una folata di vento sibilante che mosse le falde bagnate dell'imperme-
abile, e il mio cuore quasi si ferm perch mi ricordai della figura ferma
nei boschi di fronte al Saxon's Lake.
Poi, chiunque fosse, si fece strada diguazzando oltre mia madre e me,
verso gli uomini al lavoro. Era una persona alta - un uomo, credo - e si
muoveva con forza e decisione. Due fasci di luce sembrarono duellare nel-
l'aria per qualche secondo, e l'uomo con l'impermeabile si intromise nel lo-
ro conflitto. Le luci duellanti non rivelarono il volto dell'uomo, ma scopri-
rono qualcos'altro.
L'uomo portava un cappello di feltro fradicio e gocciolante. Il nastro del
cappello era tenuto fermo da un disco d'argento grande come una moneta
da mezzo dollaro, da cui spuntava una piccola piuma come decorazione.
Una piuma scura perch bagnata, ma una piuma con un sicuro riflesso
verde.
Come la piuma verde che avevo trovato attaccata alla suola della mia
scarpa quella mattina. La mia mente andava a mille. Potevano esserci state
due piume su quel nastro, prima che il vento ne strappasse una?
Uno dei due fasci di luce, sconfitto, si ritir. L'altro si impenn e prose-
gu. L'uomo camminava nel buio.
- Mamma? - chiamai. - Mamma?
La figura si stava allontanando da noi ed era passata a non pi di due
metri da me. Alz una mano bianca per tenersi fermo il cappello sulla te-
sta. - Mamma? - dissi di nuovo e lei finalmente mi sent al di sopra del
rumore e mi rispose. - Cosa c'?
- Credo... credo... - Ma non sapevo neanch'io cosa credevo. Non sa-
pevo se quella era la persona che avevo visto al di l della strada, o no.
La figura si stava allontanando nell'acqua scura, passo dopo passo.
Mi liberai dalla stretta di mia madre e gli andai dietro.
- Cory! - disse lei. - Cory, dammi la mano!
La sentii, ma non le diedi retta. L'acqua mi mulinava intorno. Continuai
a camminare.
- Cory! - url mia madre.
Dovevo vedere la sua faccia.
- Signore! - chiamai. C'era troppo rumore, tra la pioggia, il fiume e
gli uomini al lavoro: non poteva sentirmi. E anche se mi avesse sentito,
non si sarebbe voltato. Sentivo la corrente del Tecumseh che mi tirava.
L'acqua fredda e buia mi arrivava alla vita. L'uomo era diretto verso la riva
del fiume, dove si trovava mio padre. Le luci delle torce danzavano e si in-
trecciavano e un riflesso luminoso si alz e colp la mano destra dell'uomo,
mentre questi la stava tirando fuori di tasca. In essa brill qualcosa di me-
tallico.
Qualcosa con un bordo appuntito.
Il mio cuore si ferm di battere.
L'uomo con il cappello con la piuma verde era diretto alla riva del fiume
per incontrare mio padre. Forse era un appuntamento che aveva progettato
da tempo, da quando pap si era tuffato dietro alla macchina che affonda-
va. Con tutta quella confusione, quel rumore, in quell'oscurit fitta di piog-
gia, l'uomo con il cappello con la piuma verde non avrebbe forse potuto
trovare un'occasione per affondare quella lama nella schiena di mio padre?
Non riuscivo a vedere mio padre, non riuscivo a distinguere nessuno con
sicurezza, solo figure luccicanti che lottavano contro l'inevitabile.
Lui era pi forte di me contro la spinta della corrente. Mi stava distan-
ziando. Io mi lanciai in avanti, lottando contro il fiume, e fu allora che sci-
volai e caddi, e l'acqua limacciosa si chiuse sopra di me. Allungai una ma-
no, cercando qualcosa cui attaccarmi. Non c'era niente di solido e io non
riuscivo a puntare i piedi. La mia mente mi urlava che non sarei pi riusci-
to a risalire. Sguazzai e mi dibattei, finch qualcuno mi afferr e mi tir su,
l'acqua sporca che mi colava dalla testa.
- Ti ho preso - disse un uomo. - Va tutto bene.
- Cory! Cosa ti prende? - Quella era la voce di mia madre, che si le-
vava a nuovi livelli di terrore. - Sei impazzito?
- Credo che sia finito in un buco, Rebecca. - L'uomo mi mise gi. Ero
ancora nell'acqua fino alla cintola, ma per lo meno i miei piedi toccavano
per terra. Mi tolsi grumi di fango dagli occhi e guardai in su, verso il dottor
Curtis Parrish, che portava un impermeabile grigio e un cappello. Il cap-
pello non aveva nastro, quindi non aveva nessun disco d'argento, n piuma
verde. Mi voltai, alla ricerca della persona che avevo cercato di raggiunge-
re, ma si era confusa con le altre figure vicine all'argine del fiume. Lui e il
suo coltello.
- Dov' pap? - dissi, con la febbre che mi aumentava di un grado. -
Devo trovare pap!
- Ehi, ehi, calmati. - Il dottor Parrish mi afferr per le spalle. Con una
mano teneva una pila. - Tom  qui. - Punt il fascio di luce verso un
gruppo di uomini tutti coperti di fango. La direzione che indic non era la
stessa verso cui era andato l'uomo col cappello con la piuma verde. Ma vi-
di mio padre, che lavorava tra un nero e il signor Yarbrough. - L'hai vi-
sto?
- S, signore. - Cercai nuovamente la figura misteriosa. Scomparsa.
- Cory, non mi scappare pi in quel modo! - mi rimprover la mam-
ma. - Mi hai spaventata da morire! - Mi prese nuovamente per mano, in
una stretta d'acciaio.
Il dottor Parrish era un uomo robusto, sui quarantotto o quarantanove
anni, con una mascella ferma e quadrata e un naso schiacciato, che ricor-
dava a tutti che era stato campione di boxe quando era sergente nell'eserci-
to. Le stesse mani che mi avevano tirato su dall'acqua mi avevano fatto na-
scere dal ventre di mia madre. Aveva spesse sopracciglia scure su occhi
color dell'acciaio e, al di sotto del cappello, le tempie erano grigie. Il dottor
Parrish disse alla mamma: - Ho sentito dire dal comandante Marchette
poco fa che hanno aperto la palestra. Stanno portando lampade a olio,
qualche letto da campo e coperte. La maggior parte delle donne e dei bam-
bini stanno andando l, ora che l'acqua sta salendo cos tanto.
- E noi dovremmo andare l?
- Penso che sarebbe la cosa pi saggia. Non c' scopo che tu e Cory
stiate qui fuori in questa confusione. - Punt nuovamente la torcia, questa
volta lontano dal fiume, in direzione del campo da basket allagato dove e-
ravamo parcheggiati. - Da quella parte raccolgono tutti quelli che voglio-
no andare al riparo. Tra qualche minuto arriver probabilmente un altro
camion.
- Pap non sapr dove siamo andati! - protestai, pensando ancora al-
l'uomo con la piuma verde e il coltello.
- Glielo dir io. Tom vi vorrebbe tutti e due al sicuro e per dirti la veri-
t, Rebecca, da come vanno le cose, prima di domani mattina potremo an-
dare a pescare pesci gatto in solaio.
Non ci fu bisogno di spronarci ulteriormente. - Brightie  gi l - dis-
se il dottor Parrish. - Dovreste salire sul prossimo camion. Ecco, prendi
questa. - Diede alla mamma la torcia elettrica e noi ci allontanammo dal
Tecumseh in piena e ci avviammo verso il campo da basket. - Tienimi
sempre per mano! - mi avvis la mamma, mentre l'acqua ci mulinava in-
torno. Io mi voltai, ma riuscii a vedere soltanto le luci che si muovevano
nell'oscurit e scintillavano sulle acque in ebollizione. - Guarda dove
metti i piedi! - disse la mamma. Pi lontano, lungo la riva, oltre il punto
in cui stava lavorando mio padre, delle voci si alzarono in un coro di grida.
Allora non lo sapevo, ma un'onda spumeggiante aveva appena travolto la
parte pi alta della diga di terra e dove l'acqua ribolliva e si agitava gli
uomini si trovarono improvvisamente nei guai fino al collo mentre il fiume
straripava. Il fascio di una torcia colse l'immagine di scaglie punteggiate di
marrone nella schiuma sporca di fango e qualcuno grid: - Serpenti! -
Un attimo dopo, gli uomini furono travolti dal vortice della corrente e il si-
gnor Stellko, il direttore del Lyric, invecchi di dieci anni quando tir su
una mano per afferrarsi a qualcosa e nella turbolenza si sent sfiorare da un
qualcosa grosso come un ceppo e coperto di scaglie. Il signor Stellko rima-
se instupidito e si fece la pip addosso allo stesso tempo e, quando final-
mente ritrov la voce per gridare, il mostruoso rettile era scomparso, porta-
to dalla corrente per le strade di Bruton.
- Aiuto! Qualcuno mi aiuti!
Sentimmo una voce di donna vicino a noi e la mamma disse: - Aspetta.
Qualcuno con in mano una lampada a olio stava sguazzando verso di
noi. La pioggia sibilava cadendo sul vetro bollente della lampada e evapo-
rava. - Vi prego, aiutatemi! - esclam la donna.
- Cosa c'? - La mamma rivolse la luce verso il volto terrorizzato di
una giovane donna nera. Io non la conoscevo, ma la mamma disse: - Nila
Castile, sei tu?
- S, signora, sono Nila. Chi  lei?
- Sono Rebecca Mackenson. Venivo a leggere i libri alla tua povera
mamma.
Doveva essere prima che io nascessi, pensai.
-  mio padre, signora Rebecca! - disse Nila Castile. - Credo che il
suo cuore abbia ceduto!
- Dov'?
- In casa! Per di qua! - Indic un punto nel buio, con l'acqua che le
circondava la vita. Io ce l'avevo quasi a met petto. - Non riesce ad alzar-
si!
- Va bene, Nila. Calmati. - Mia madre, un groviglio di tanti piccoli
terrori coperti da una pelle, era incredibilmente calma quando qualcuno
aveva bisogno di essere calmato. Da come la vedevo io, faceva parte del-
l'essere adulti. Quando ce n'era proprio bisogno, mia madre riusciva a di-
mostrare qualcosa che mancava del tutto a nonno Jaybird: il coraggio. -
Facci strada - disse.
L'acqua stava invadendo le case di Bruton. La casa di Nila Castile, come
molte altre, era una stretta baracca grigia. Ci fece entrare, col fiume che sa-
liva sempre pi intorno a noi, e grid nella prima stanza: - Gavin! Sono
tornata!
La sua luce e quella della mamma si posarono su un vecchio nero seduto
su una poltrona, con l'acqua alle ginocchia e giornali e riviste che galleg-
giavano tutto intorno. Con una mano teneva stretta la camicia fradicia al-
l'altezza del cuore, e il suo viso color ebano era segnato dal dolore, gli oc-
chi chiusi. In piedi vicino a lui, c'era un ragazzino di sette o otto anni, che
gli teneva l'altra mano.
- Il nonno sta piangendo, mamma - disse il ragazzino.
- Lo so, Gavin. Pap, ho portato aiuto. - Nila Castile pos la lampada
su un tavolo. - Mi senti, pap?
- Ohhhh - gemette il vecchio. - Questa volta fa tanto male.
- Ti aiuteremo ad alzarti. Ti porteremo fuori di qui.
- No, cara. - Scosse la testa. - Le mie vecchie gambe... andate.
- Che cosa facciamo? - Nila guard mia madre, e vidi le lacrime bril-
larle negli occhi.
Il fiume stava entrando con prepotenza. Fuori, il tuono esplodeva e i
lampi si accendevano. Se quello fosse stato un film alla televisione, sareb-
be stato il momento giusto per la pubblicit.
Ma nella vita reale non ci sono pause. - Una carriola - disse mia ma-
dre. - Ne avete una?
Nila disse di no, ma si ricord che una volta l'avevano presa a prestito
dai vicini e quindi avrebbe potuto essere sotto il porticato sul retro. - Tu
resta qui - mi disse la mamma, e mi diede la lampada a olio. Ora avrei
dovuto essere coraggioso, che mi piacesse o meno. La mamma e Nila usci-
rono con la torcia elettrica e io rimasi nella stanza allagata con il ragazzino
e il vecchio.
- Io mi chiamo Gavin Castile - disse il ragazzino.
- E io Cory Mackenson - gli risposi.
 un po' difficile essere socievoli quando si  dentro nell'acqua scura fi-
no alla vita e l'unica debole luce non riesce neppure a rischiarare la stanza.
- Questo  mio nonno, Booker Thornberry - prosegu Gavin, la mano
stretta a quella del vecchio. - Non si sente bene.
- Come mai non siete scappati insieme a tutti gli altri?
- Perch - disse il signor Thornberry, irritandosi - questa  casa mia,
ragazzo. Casa mia. Io non ho paura di un dannato fiume.
- Tutti gli altri ce l'hanno - dissi io. - Tutti quelli con un po' di buon
senso, voglio dire.
- Bene, tutti gli altri sono liberi di scappare. - Il signor Thornberry,
che, mi stavo rendendo conto, aveva in comune con nonno Jaybird una ve-
na di testardaggine, fece una smorfia, colpito da un nuovo dolore. Batt
lentamente le palpebre, gli occhi scuri fissi su di me. - La mia Rubynelle
se n' andata in questa casa. Proprio qui. Io non voglio morire all'ospedale
dei bianchi.
- Lei vuole morire? - gli chiesi.
Parve rifletterci sopra. - Morir in casa mia - rispose.
- L'acqua si sta alzando - dissi. - Potrebbero annegare tutti.
Il vecchio si accigli. Poi volt il capo e guard la piccola mano nera
che stringeva la sua.
- Mio nonno mi ha portato al cinema! - disse Gavin, attaccato al ma-
gro braccio nero, mentre l'acqua gli saliva quasi alla gola. - Abbiamo vi-
sto un cartone della serie Looney Tune!
- Bugs Bunny - disse il vecchio. - Abbiamo visto il vecchio Bugs
Bunny e quel tipo balbuziente che sembra un maiale. Vero, ragazzo?
- Sissignore! - rispose Gavin e gli fece un gran sorriso. - Ne an-
dremo a vedere un altro presto, vero, nonno?
Il signor Thornberry non ripose. Gavin non moll la presa.
Allora capii cos' il coraggio.  amare qualcuno pi di quanto si ami se
stessi.
Mia madre e Nila Castile ritornarono, trascinando una carriola. - Ti
metteremo qui dentro, pap - disse Nila. - Ti possiamo spingere fin do-
ve la signora Rebecca dice che vengono a prendere la gente con i camion.
Il signor Thornberry inspir a lungo, profondamente, trattenne il respiro
per qualche secondo e poi espir. - Maledetto! - sussurr. - Maledetto
vecchio cuore di un maledetto vecchio sciocco! - La sua voce si incrin
appena nel pronunciare le ultime parole.
- Lasci che la aiutiamo - si offr la mamma.
Lui annu. - Va bene - disse. -  ora di andare, vero?
Lo misero nella carriola, ma presto mamma e Nila si accorsero che, ben-
ch il signor Thornberry fosse molto magro, avrebbero dovuto lottare per
spingerlo e tenergli la testa sollevata dall'acqua. Io capii subito il proble-
ma: fuori, subito oltre la casa sulla strada ormai sommersa, la testa di Ga-
vin sarebbe finita sott'acqua. La corrente avrebbe potuto trascinarlo via,
come il cartoccio di una pannocchia. Chi l'avrebbe tenuto?
- Dovremo tornare a prendere i ragazzi - decise la mamma. - Cory,
tu prendi la lampada e tu e Gavin salite in piedi su quel tavolo. - Il piano
del tavolo era gi bagnato, ma ci avrebbe tenuti fuori dall'acqua. Io feci
come mi aveva detto la mamma e anche Gavin si tir su. Restammo l in
piedi, insieme, su quella piccola isola di legno di pino. - Va bene - disse
la mamma. - Cory, non ti muovere da l. Se ti muovi te ne do una dose
che te la ricorderai per il resto dei tuoi giorni. Capito?
- S, mamma.
- Gavin, torniamo subito - disse Nila Castile. - Dobbiamo portare il
nonno dove qualcuno pu aiutarlo. Mi hai sentito?
- S, mamma - rispose Gavin.
- Ragazzi, date retta alle vostre madri - disse il signor Thornberry con
la voce rauca per il dolore. - Vi prender tutti e due a frustate sul sedere,
se non obbedite.
- Sissignore - rispondemmo in coro. Immaginai che il signor Thor-
nberry avesse deciso di vivere.
La mamma e Nila Castile intrapresero la loro fatica di spingere il signor
Thornberry, nella carriola, nell'acqua scura, tenendo una sbarra per una,
con la mamma che teneva anche la luce. Tirarono la carriola pi su che po-
terono e il signor Thornberry alz la testa, tendendo le vene sul collo sec-
co. Sentii mia madre gemere per lo sforzo, ma la carriola si stava muoven-
do e loro la spinsero nell'acqua che stava turbinando intorno alla porta,
fuori sul portico allagato. Ai piedi dei due gradini fatti di blocchetti di ce-
mento, l'acqua arriv fino al collo dell'uomo e gli schizz in faccia. Prose-
guirono, e la corrente alle loro spalle le aiutava a spingere la carriola. Non
avevo mai pensato a mia madre come a una persona fisicamente forte, fino
ad allora. Immagino che non si possa mai sapere cosa  capace di fare una
persona finch non viene il momento di farlo.
- Cory? - disse Gavin dopo un minuto o gi di l.
- S, Gavin?
- Non so nuotare - disse.
Si stringeva contro il mio fianco. Aveva iniziato a tremare ora che non
doveva pi essere coraggioso per il nonno. - Non c' problema - dissi
io. - Non ce ne sar bisogno.
Lo speravo.
Aspettammo. Di certo sarebbero tornate presto. L'acqua ci lambiva le
scarpe bagnate. Chiesi a Gavin se conosceva qualche canzone e lui disse
che conosceva On Top of Old Smoky, che inizi subito a cantare con una
voce stridula e tremante, ma non del tutto sgradevole.
Il suo cantare, che veramente era pi uno jodel, attrasse qualcosa che
improvvisamente arriv nuotando attraverso la porta. Nel sentire quel ru-
more, io trattenni il respiro e vi puntai contro la luce.
Era un cane marrone, tutto sporco di fango. Gli occhi, colpiti dalla luce,
brillarono selvaggi e il suo respiro si fece difficile mentre nuotava attraver-
so la stanza, verso di noi, tra i relitti di giornale e altra spazzatura. - Su,
vieni, bello! - Che il cane fosse maschio o femmina, era puramente inci-
dentale: sembrava proprio che avesse bisogno di una mano. - Su, vieni!
- Diedi la lampada a Gavin e il cane uggiol e guai mentre un'onda lenta
entr dalla porta e fece dondolare l'animale su e gi. L'acqua sbatt sui mu-
ri.
- Su, bello! - Mi accucciai per aiutare il cane in difficolt. Lo afferrai
per le zampe davanti. Il cane mi guard in faccia, la lingua rosa ciondolan-
te nella debole luce giallastra, come un cristiano risorto si rivolge al Salva-
tore.
Stavo tirando su il cane tenendolo per le zampe anteriori e lo sentii tre-
mare.
Qualcosa fece crunch.
Cos.
E poi la sua testa e le spalle uscirono dall'acqua scura, ma improv-
visamente non c'era pi cane, oltre la met della schiena, niente quarti po-
steriori, niente coda, niente zampe di dietro, niente, se non un buco spalan-
cato che inizi a vomitare un torrente di sangue nerastro e viscere fumanti.
Il cane emise un debole uggiolio. Tutto qui. Ma le sue zampe si di-
batterono e i suoi occhi erano fissi su di me, e l'angoscia che vidi in quegli
occhi rester nella mia mente per sempre.
Urlai - ma non sapr mai cosa dissi - e mollai l'ammasso che, una volta,
era stato un cane. Cadde nell'acqua, affond e torn a galla, con le zampe
che cercavano ancora di nuotare. Udii Gavin urlare qualcosa di incompren-
sibile. E poi l'acqua si mosse intorno a quella mezza carcassa, con le inte-
riora che uscivano come un'orribile coda e io vidi la pelle di qualcosa af-
fiorare alla superficie.
Era coperta di scaglie romboidali, del colore delle foglie d'autunno: mar-
rone chiaro, rosso brillante, oro e bruno fulvo. C'erano anche tutte le sfu-
mature del fiume, da volute di giallo ocra opaco a un rosa chiaro di luna.
Vidi una foresta di molluschi attaccati alla sua pelle, cicatrici come canyon
grigi e ami da pesca rossi di ruggine. Vidi un corpo grosso come una vec-
chia quercia contorcersi lentamente nell'acqua, senza fretta. Ero paralizzato
da quello spettacolo, anche se Gavin gemeva di terrore. Sapevo che cosa
stavo guardando e, anche se il mio cuore batteva forte forte e non riuscivo
quasi a respirare, pensai che fosse bello come ogni creatura di Dio.
Allora mi ricordai della zanna seghettata infilata come una lama nel pez-
zo di legno che avevo visto dal signor Sculley. Bello o no, il Vecchio Mo-
s aveva appena dilaniato un cane.
Aveva ancora fame. Tutto quanto successe cos in fretta che la mia men-
te non ebbe quasi il tempo di capirlo: due mascelle si aprirono, le zanne
luccicarono, e un vecchio stivale era l impalato su una di esse insieme a
un pesce argentato che si dibatteva. Le fauci inghiottirono la rimanente
met della carcassa del cane con un gorgoglio d'acqua e quindi si richiuse-
ro delicatamente, cos come si farebbe per gustare una caramella al limone
al Lyric. Colsi una fugace immagine di uno stretto occhio di gatto verde
chiaro grande come una palla da baseball, coperto da una membrana gela-
tinosa. A questo punto Gavin cadde gi dal tavolo nell'acqua, e la lampada
che teneva in mano si spense con un sibilo.
Non pensai al coraggio. Non pensai alla paura.
Non so nuotare.
Ecco a cosa pensai.
Saltai gi dal tavolo, verso il punto in cui era caduto Gavin. L'acqua era
densa di fango e mi arrivava alle spalle, il che significava che a Gavin arri-
vava al naso. Si dibatteva e scalciava e quando lo afferrai per la vita dovet-
te pensare che fosse il Vecchio Mos, perch poco manc che mi strappas-
se le braccia. - Gavin! Smettila di scalciare! - gli gridai e gli sollevai la
testa dall'acqua. - Humma hobba humma! - stava balbettando, come un
motore zuppo d'acqua che cercasse di mettersi in moto.
Sentii un rumore dietro di me, nella stanza scura e allagata. Il rumore di
qualcosa che usciva dall'acqua.
Mi voltai. Gavin uggiol e si attacc con tutt'e due le braccia al mio col-
lo, riuscendo quasi a strozzarmi.
Vidi la sagoma del Vecchio Mos - enorme, orribile, incredibile - uscire
dall'acqua come un tronco vivente. La testa era piatta e triangolare, come
quella di un serpente, ma penso che non fosse solo un serpente, perch
sembrava avere due piccole zampe con unghioni lunghi e sottili subito sot-
to a quello che avrebbe dovuto essere il collo. Sentii quella che doveva es-
sere la coda sbattere contro il muro cos forte che la casa trem. La testa
picchi contro il soffitto. La stretta di Gavin mi stava strozzando.
Sapevo, senza vederlo, che il vecchio Mos ci stava guardando con oc-
chi che avrebbero potuto distinguere un pesce gatto nell'acqua scura a
mezzanotte. Sentivo il suo sguardo che ci valutava, come una lama gelida
premuta contro la fronte. Speravo che noi non assomigliassimo troppo a
dei cani.
Il Vecchio Mos puzzava come il fiume a mezzogiorno: un odore acre di
palude, di vapore. Dire che rispettavo quella bestia tremenda sarebbe dir
poco. Ma in quel momento desideravo essere in un qualsiasi altro posto
sulla Terra, persino a scuola. Ma non avevo molto tempo per pensare, per-
ch la testa affusolata del Vecchio Mos cominci a scendere verso di noi
come la benna di un escavatore e sentii il sibilo delle sue mascelle che si
aprivano. Arretrai, urlando a Gavin di lasciarmi andare, ma lui non moll.
Se fossi stato in lui, neanch'io avrei mollato. La testa venne verso di noi,
ma io arretrai ancora, finendo in uno stretto corridoio - che non sapevo
proprio che ci fosse - e le mascelle del Vecchio Mos sbatterono contro gli
stipiti della porta, da tutti e due i lati. Quello sembr mandarlo su tutte le
furie. Si tir indietro e ci riprov, con lo stesso risultato, tranne che questa
volta gli stipiti andarono in frantumi. Gavin stava piangendo, faceva uno
strano rumore - whoop whoop whoop - e un'ondata di acqua schiumosa,
provocata dalle contorsioni del Vecchio Mos mi sbatt contro la faccia
sommergendomi. Qualcosa mi colp sulla spalla destra e un brivido di pau-
ra mi percorse la schiena. L'afferrai: era una scopa che galleggiava tra i de-
triti.
Il Vecchio Mos fece un rumore come di una locomotiva sul punto di
esplodere. Vidi la spaventosa sagoma della sua testa avvicinarsi all'entrata
del corridoio, allora mi venne in mente il Tarzan di Gordon Scott, lancia in
pugno, che combatteva contro un pitone gigantesco. Afferrai la scopa e,
quando il Vecchio Mos colp nuovamente la porta, gliela infilai gi per la
gola spalancata, quella gola che aveva inghiottito il cane.
Avete presente quello che succede quando vi infilate un dito in gola, ve-
ro? Bene, evidentemente succede lo stesso anche ai mostri. Il Vecchio Mo-
s emise un suono disgustoso, assordante come un tuono in un barile. La
testa schizz all'indietro, e la scopa con lei, le fibre di saggina piantate nel-
la gola. Poi, ed  il solo modo in cui posso descriverlo, il Vecchio Mos
vomit. Sono serio. Sentii il rumore del liquido e di altre cose ripugnanti
che gli uscivano dalla bocca. Dei pesci, alcuni che ancora si dibattevano,
altri morti da tempo, volarono tutt'attorno a noi, insieme a gamberi puzzo-
lenti, gusci di tartaruga, mitili, pietre viscide, fango e ossa. L'odore era...
be', ve lo potete immaginare. Era cento volte peggio di quando il vostro
compagno, a scuola, vomita il porridge che ha mangiato a colazione sul
banco davanti a voi. Cacciai la testa sott'acqua per cercare di evitare tutto
quello che mi arrivava addosso, e Gavin dovette fare lo stesso, volente o
nolente. Mentre ero sotto, pensai che il Vecchio Mos avrebbe dovuto es-
sere pi selettivo riguardo a quello che raccoglieva dal fondo del Tecum-
seh.
Venimmo sballottati dalla corrente. Tornai in superficie, Gavin respir
con un rumore strozzato e quindi url con quanto fiato aveva in corpo. A
quel punto iniziai a urlare anch'io. - Aiuto! - gridai. - Qualcuno ci aiu-
ti!
Una luce, dall'ingresso, sciabol sull'acqua che si muoveva e mi colp
sul viso.
- Cory! - Era la voce della condanna. - Ti avevo detto di non muo-
verti!
- Gavin? Gavin?
- Buon Dio! - disse mia madre. - Cos' questa puzza?
L'acqua si stava calmando. Mi resi conto che il Vecchio Mos non si
trovava pi tra noi e le nostre madri. Pesci morti galleggiavano in un limo
scuro e viscido sulla superficie, ma tutta l'attenzione della mamma era ri-
volta a me. - Te ne dar tante da farti venire il sedere rosso, Cory Ma-
ckenson! - url, avanzando nell'acqua, seguita da Nila Castile.
Quindi finirono proprio in mezzo al vomito del mostro che ancora gal-
leggiava, e, dai versi che fece, non credo che mia madre pensasse pi a
darmele.
Ero stato proprio fortunato.
7
Un invito dalla Signora
Naturalmente, nessuno dei miei amici mi credette.
Davy Ray Callan si mise a ridere, scosse la testa e disse che non avrebbe
potuto inventare una storia migliore neanche se avesse voluto. Ben Sears
mi guard come se avessi visto troppi film di mostri al Lyric. Johnny Wil-
son ci pens un po' su, in quel suo modo lento e prudente, e poi diede la
sua opinione: - No, non  successo.
- S che  successo! - dissi loro, mentre ce ne stavamo seduti al-
l'ombra del portico di casa mia, in una giornata dal cielo azzurro. -  suc-
cesso veramente, lo giuro!
- Ah, s? - Davy Ray, il pi petulante del nostro gruppo e quello che
pi facilmente si inventava storie sbalorditive, pieg la testa di lato e mi
fiss con quei suoi occhi azzurro pallido in cui c'era sempre una traccia di
selvaggio divertimento. - E allora come mai il Vecchio Mos non ti ha
mangiato? Come mai un mostro  scappato davanti a un ragazzo con una
scopa?
- Perch - risposi, eccitato e arrabbiato - non avevo la mia pistola
ammazzamostri a raggi, ecco perch! Non lo so! Ma  successo, potete
chiederlo a...
- Cory - disse calma mia madre dalla porta - io credo che adesso fa-
resti meglio a smetterla di parlare di questa cosa.
Obbedii. E capii cosa intendeva. Era inutile cercare di convincere tutti.
Neanche mia madre era riuscita a capire bene, anche se Gavin Castile ave-
va spiattellato tutta la storia a sua madre. Il signor Thornberry, incidental-
mente, stava bene. Era vivo e si rimetteva ogni giorno pi in forze, cos mi
avevano detto, perch voleva stare bene per poter portare Gavin a vedere
altri cartoni della serie Looney Tune.
I miei amici mi avrebbero creduto, per, se avessero annusato i miei ve-
stiti prima che la mamma li gettasse nella spazzatura. Gett via anche i
suoi abiti sporchi e infetti. Pap ascolt il mio racconto annuendo, seduto
con le mani appoggiate sulle gambe, i palmi e le dita tutti incerottati per
coprire le vesciche che si era fatto a furia di spalare.
- Be' - comment pap - tutto quello che posso dire  che su questa
terra accadono cose pi strane di quelle che potremmo mai comprendere
anche se vivessimo cento vite. Ringrazio Iddio che stiate bene tutti e due, e
che nessuno sia annegato durante l'inondazione. Bene. Cosa c' per cena?
Passarono due settimane. Ci lasciammo alle spalle aprile e ci inol-
trammo nei soleggiati giorni di maggio. Il Tecumseh River, dopo averci ri-
cordato chi era il padrone, ritorn nel suo letto. Un quarto delle case di
Bruton non era pi abitabile, compresa quella di Nila Castile, cos di gior-
no e di notte a Bruton si sentiva rumore di seghe e di martelli. Una cosa
positiva, per, la pioggia e l'alluvione l'avevano lasciata: sotto il sole, la
terra esplodeva di fiori e Zephyr ardeva di colori. I prati erano di un bel
verde smeraldo, il caprifoglio cresceva come una folle passione, e il kudzu
ricopriva le colline. L'estate era alle porte.
Io dedicai tutta la mia attenzione allo studio, per gli esami finali. La ma-
tematica non era mai stata il mio forte e io volevo prendere un voto alto
cos da non dover andare - il solo pensiero mi faceva star male - alla scuola
estiva.
Nelle ore di riposo, mi domandavo spesso come avevo fatto a scacciare
il Vecchio Mos con una scopa di saggina. Ero stato fortunato a infilarla
nella gola del mostro, questo era sicuro. Ma immaginavo che ci doveva es-
sere anche qualcos'altro. Il Vecchio Mos, con tutta la sua mole e la sua fu-
ria, era come nonno Jaybird: poteva gridare quanto voleva, ma alla prima
puntura si metteva a correre. O a nuotare, come in questo caso. Il Vecchio
Mos era un codardo. Forse era abituato a mangiare cose che non si difen-
devano, come i pesci gatto o le tartarughe o i cani impauriti che fuggivano
nuotando. Con quella scopa piantata in gola, il Vecchio Mos avr pensato
che c'erano prede pi facili l da dove era venuto, sul fondo del fiume, in
quella sala da pranzo fredda e fangosa dove niente si difende.
Almeno, questa  la mia teoria. Ma non vorrei doverla rimettere alla
prova.
Sognai dell'uomo con l'impermeabile lungo e il cappello con la piuma
verde. Sognai che stavo sguazzando verso di lui e, quando lo afferravo per
un braccio, lui si voltava ed era un uomo non con la pelle umana ma coper-
to di scaglie romboidali del colore delle foglie d'autunno. Aveva zanne
come stiletti e del sangue gli colava sul mento e io mi accorgevo che lo
avevo interrotto mentre mangiava un cagnolino marrone, di cui teneva an-
cora, stretta nella mano sinistra, la parte anteriore che si divincolava.
Non fu un sogno piacevole. Ma forse c'era della verit in esso. Forse.
In quei giorni ero appiedato, privo di due ruote tutte mie. Andare e tor-
nare da scuola a piedi mi piaceva, ma tutti i miei amici avevano la biciclet-
ta e io avevo perso senza dubbio un po' del mio status. Un pomeriggio sta-
vo lanciando un bastone a Rebel e mi rotolavo con lui nell'erba verde
quando udii un rumore metallico. Guardai in su, Rebel guard in su, e ve-
demmo un camioncino avvicinarsi alla nostra casa.
Conoscevo quel camioncino. Era tutto chiazzato di ruggine, le so-
spensioni avevano ceduto e faceva un tale rumore da far abbaiare i cani al
suo passaggio. Rebel si mise ad abbaiare e mi ci volle un bel po' di tempo
per farlo stare zitto. Il camioncino aveva una struttura di metallo imbullo-
nata sul pianale dalla quale pendevano, sferraglianti come dei pazzi in ma-
nicomio, un'infinit di attrezzi stupefacenti, la maggior parte dei quali
sembrava vecchia e inutile quanto il camioncino. Sulla portiera del guida-
tore c'era scritto, non molto chiaro, LIGHTFOOT RIPARATUTTO.
Il camioncino si ferm davanti alla casa. La mamma usc sul portico, al-
larmata da tutto quel fracasso, perch pap non sarebbe tornato a casa dal
lavoro ancora per un'altra ora o gi di l. La portiera del camioncino si apr
e un uomo di colore lungo e secco, con una tuta grigia coperta di polvere,
scese cos lentamente che sembrava che il movimento gli causasse dolore.
Portava un berretto grigio e la sua pelle nera era coperta di polvere. Venne
lentamente verso il portico e devo dire che, anche se un toro lo avesse cari-
cato da dietro, il signor Marcus Lighfoot probabilmente non avrebbe af-
frettato il passo.
- Buon giorno, signor Lightfoot - disse la mamma, che aveva ancora
indosso il grembiule. Stava lavorando in cucina e si pul le mani con una
salvietta di carta. - Come sta?
Il signor Lightfoot sorrise. I suoi denti, piccoli e tozzi, erano molto bian-
chi, e dal berretto sfuggivano dei capelli grigi ribelli. Ecco come parlava,
con una voce che sembrava la perdita di un tubo intasato: - Buon giorno
anche a lei, signora Mackenson. Ciao, Cory.
Quella era una conversazione gi veloce per il signor Lightfoot, che, se-
guendo le orme del padre, da pi di trent'anni era l'uomo tuttofare di
Zephyr e Bruton. Il signor Lightfoot era famoso per la sua abilit con gli
elettrodomestici e, anche se era lento come il mal di denti, riusciva sempre
a risolvere il problema, per quanto fosse difficile. - Una bellissima... -
Si ferm e guard in su, verso il cielo azzurro. I secondi passarono lenta-
mente. Rebel abbai, e io gli misi una mano sul muso.
- Giornata - concluse il signor Lightfoot.
- S, davvero. - La mamma aspett che l'uomo parlasse ancora, ma il
signor Lightfoot si limit a restare l, questa volta guardando la nostra ca-
sa. Infil una mano in una delle sue innumerevoli tasche, tir fuori una
manciata di chiodini, e li fece tintinnare, come se anche lui stesse aspet-
tando. - Hmm... - la mamma si schiar la gola. - Posso fare qualcosa
per lei?
- Passavo di qui - rispose lui, lento come la melassa calda. - Mi
chiedevo se lei - e qui fece una pausa per studiare per qualche secondo i
chiodini che aveva in mano - potesse aver bisogno di far riparare qualco-
sa?
- Be', veramente no. Non mi viene in mente... - Si ferm, e dalla sua
espressione capii che invece le era venuto in mente qualcosa. - Il tostapa-
ne. Mi ci ha mollato l'altro ieri. Volevo chiamarla, ma...
- Eh, s, lo so. - Il signor Lightfoot annu gravemente. - Il tempo vo-
la.
Torn al suo camioncino per prendere la scatola degli attrezzi, una vec-
chia meraviglia in metallo, con cassettini pieni di ogni tipo di vite e bullo-
ne esistente sulla terra, almeno cos sembrava. Indoss la cintura con altri
attrezzi, dalla quale pendevano parecchi tipi differenti di martelli, cacciavi-
ti e chiavi inglesi dall'aria vetusta. La mamma tenne aperta la porta per il
signor Lightfoot, e quando l'uomo entr in casa, lei mi rivolse un'occhiata
e si strinse nelle spalle, come per dire: "Neanch'io so perch  qui". Lasciai
a Rebel il bastone masticato ed entrai in casa anch'io, me ne andai nella
cucina fresca a bere un bicchiere di t ghiacciato e a guardare il signor Li-
ghtfoot che fissava il tostapane.
- Signor Lightfoot, posso offrirle qualcosa da bere? - chiese la mam-
ma.
- No.
- Ho dei biscotti integrali.
- No grazie tante. - Prese un pezzetto di straccio bianco pulito da u-
n'altra tasca e lo spieg. Sistem lo straccio sul sedile di una sedia di cuci-
na. Quindi stacc il tostapane dalla presa, lo pos sul tavolo insieme alla
cassetta degli attrezzi e si sedette sullo straccio bianco. Tutto questo fatto
con il suo ritmo.
Il signor Lightfoot scelse un cacciavite. Aveva le dita lunghe e ag-
graziate di un chirurgo, o di un artista. Guardarlo lavorare era una forma di
tortura per la pazienza, ma nessuno poteva dire che quell'uomo non sapeva
cosa stesse facendo. Apr la parte superiore del tostapane e rimase a guar-
dare le resistenze esposte. - Hmm - disse, dopo un lungo momento di
silenzio. - Hmm.
- Cos'ha? - disse la mamma da sopra le sue spalle. - Si pu riparare?
- Vede qui? Quel piccolo filo rosso vecchio? - Gli diede un colpetto
con la punta del cacciavite. - Si  staccato.
-  quello che non funziona? Solo quel filo?
- Sissignora solo. - Si mise a riattaccare con cura il filo intorno al suo
morsetto, e guardarlo lavorare era come uno strano tipo di ipnosi. - Quel-
lo - concluse alla fine. Quindi rimise insieme i pezzi del tostapane, lo
colleg alla presa, spinse gi le levette del temporizzatore e restammo tutti
a guardare le resistenze che si scaldavano. - A volte - disse il signor Li-
ghtfoot. Restammo in attesa. Mi sembrava di sentir crescere i capelli.
- Sono proprio le...
La Terra fece un altro giro.
- ...piccole cose. - Inizi a ripiegare lo straccio bianco. Aspettammo,
ma questa particolare linea di pensiero era deragliata o aveva raggiunto un
punto morto. Il signor Lightfoot si guard intorno nella cucina. - Qualco-
s'altro che deve essere riparato?
- No, penso che ora siamo a posto.
Il signor Lightfoot annu, ma io capii che era alla ricerca di guasti come
un cane da caccia che fiuta la selvaggina. Fece un lento giro della cucina,
durante il quale pos delicatamente le mani sul frigorifero, la cucina eco-
nomica a quattro fuochi, il rubinetto, come per saggiare attraverso il suo
tocco lo stato di salute dell'oggetto. La mamma e io ci guardammo, per-
plessi. Il signor Lightfoot si stava proprio comportando in modo strano.
- Il frigorifero fa un brutto rumore - disse. - Vuole che gli dia u-
n'occhiata?
- No, non si preoccupi - gli rispose la mamma. - Signor Lightfoot,
si sente bene?
- Certo, signora Mackenson. Certo. - Apr l'anta di un armadietto e
ascolt il lento cigolio dei cardini. Estrasse subito un cacciavite dalla cin-
tura e strinse le viti sia di quell'anta che di quella vicina. La mamma si
schiar nuovamente la gola, questa volta nervosamente, e disse: - Hmm...
signor Lightfoot, quanto le devo per la riparazione del tostapane?
-  - disse. Prov i cardini della porta della cucina, poi and al frulla-
tore MixMaster della mamma sul bancone e prese a esaminare anche quel-
lo. - Gi pagato - concluse.
- Pagato? Ma... non capisco. - La mamma aveva gi tirato gi da uno
scaffale il vaso da conserva pieno di banconote da un dollaro e di monete.
- S signora. Pagato.
- Ma io non le ho ancora dato del denaro.
Le dita del signor Lightfoot frugarono in un'altra tasca e questa volta
emersero con una busta. La diede alla mamma e io vidi che c'era scritto in
inchiostro blu: FAMIGLIA MACKENSON. Sul retro, come sigillo, c'era
un grumo di cera bianca. - Bene - disse finalmente - credo di aver fi-
nito per - Prese la cassetta degli attrezzi. - Oggi.
- Oggi? - chiese la mamma.
- S, signora. Lei conosce... - Il signor Lightfoot si mise a guardare i
portalampada come se desiderasse sondare le loro profondit elettriche -
...il mio numero - disse lui. - Qualsiasi cosa abbia da riparare... - Ci
rivolse un sorriso - ...mi chiami.
Accompagnammo fuori il signor Lightfoot. Ci salut con la mano men-
tre si allontanava sul vecchio camioncino sferragliante, gli attrezzi appesi
ai loro ganci e i cani del vicinato che impazzivano. La mamma disse, tra
s: - Tom non ci creder. - Quindi apr la busta, tir fuori una lettera e
la lesse. - Mmm - disse - vuoi sentire cosa dice?
- S, mamma.
Me la lesse: - "Sarei onorata se voleste venire a casa mia alle sette di
venerd sera. Vi prego di portare vostro figlio." E guarda da chi  firmata.
- La mamma mi porse la lettera e io vidi la firma.
La Signora.
Quando pap arriv a casa, la mamma gli raccont del signor Lightfoot e
gli mostr la lettera prima ancora che lui avesse il tempo di togliersi il ber-
retto. - Cosa pensi che voglia da noi? - chiese pap.
- Non lo so, ma penso che abbia deciso di pagare il signor Lightfoot
perch diventi il nostro tuttofare personale.
Pap guard nuovamente la lettera. - Ha una bella scrittura, per essere
cos vecchia. Avrei pensato che dovesse essere tutta contorta. - Si morse
il labbro inferiore e mi bast guardarlo per capire che si stava innervosen-
do. - Sai, non ho mai visto la Signora da vicino. S, l'ho vista per la stra-
da, ma... - Scosse la testa. - No, non credo che andr.
- Che cosa stai dicendo ? - chiese la mamma, incredula. - La Signo-
ra vuole che andiamo a casa sua!
- Non mi interessa. - Pap le restitu la lettera. - Io non ci vado.
- Perch, Tom? Dammi una buona ragione.
- Venerd sera, alla radio, danno la partita dei Phillies contro i Pirates
- disse, ritirandosi nel comfort della sua poltrona. -  una ragione pi
che buona.
- Io non credo - disse la mamma, serrando la mascella.
Giungemmo a un fatto molto raro: i miei genitori, bench andassero
molto pi d'accordo del novantacinque per cento delle coppie di Zephyr,
avevano i loro alti e bassi. Proprio come nessuno  perfetto, allo stesso
modo nessun matrimonio tra due persone imperfette  immune da qualche
momento di attrito. Avevo visto mio padre perdere le staffe per un calzino
che non si trovava quando in realt era furioso perch non gli avevano dato
un aumento al caseificio. Avevo visto mia madre, solitamente tranquilla,
andare su tutte le furie per un'impronta di scarpa sul pavimento lucido,
quando in realt alla base del suo malumore c'era la risposta villana di una
vicina. Cos, in questo groviglio di civilt e scoppi d'ira che  la vita, sono
destinate a succedere cose come quella che stava prendendo forma in quel
momento in casa nostra.
-  perch  una donna di colore, vero? - La mamma tir il primo
colpo. - Questo  il vero motivo.
- No, non  per quello.
- Tu sei come tuo padre. Ti giuro, Tom...
- Zitta! - url lui. Persino io barcollai. Il commento riguardo a nonno
Jaybird, che era razzista fino al midollo, era stato un colpo molto basso.
Pap non odiava le persone di colore, e di questo ero certo, ma considerate
che pap era stato cresciuto da un uomo che ogni mattina salutava la ban-
diera dei Confederati e che considerava la pelle nera come il marchio del
demonio. Era un terribile fardello, quello che portava mio padre, poich
voleva bene a nonno Jaybird ma credeva profondamente, e l'aveva inse-
gnato anche a me, che l'odio verso un altro uomo, per qualsiasi motivo, era
un peccato contro Dio. Quindi la sua seguente affermazione aveva pi a
che fare con l'orgoglio che con qualsiasi altro sentimento: - E non inten-
do accettare la carit da quella donna!
- Cory - disse la mamma - non hai dei compiti di matematica da fa-
re?
Andai nella mia stanza, ma questo non significava che non potessi sen-
tirli.
Non  che urlassero, diciamo che parlavano con molta forza. Sospettavo
che tutto ci covasse da tempo, e fosse causato da una serie di cose: la
macchina nel lago, le vespe a Pasqua, il fatto che pap non potesse permet-
tersi di comprarmi una bicicletta nuova, il pericolo durante l'inondazione.
Sentendo pap che diceva alla mamma che lei non poteva mettergli una
corda al collo e trascinarlo a casa della Signora, ebbi la sensazione che tut-
to si riducesse a questo: lui aveva paura della Signora.
- Assolutamente no - disse. - Io non vado a trovare una persona che
armeggia con ossa, animali morti e... - Si interruppe, e io immaginai che
si fosse reso conto che stava descrivendo nonno Jaybird. - Non ci vengo
e basta - concluse, in tono minore.
La mamma aveva deciso che l'argomento era chiuso. Lo capii dal suo
sospiro. - Io vorrei andare a vedere cosa vuole. Ti dispiace?
Silenzio. Poi pap disse con voce pi calma: - Va bene.
- E vorrei portare Cory con me.
Questo provoc una ripresa delle ostilit. - Perch? Vuoi che veda gli
scheletri nell'armadio di quella donna? Rebecca, non so cosa vuole e non
mi interessa! Ma quella donna gioca con i pupazzetti e i gatti neri e Dio so-
lo sa cos'altro! Non credo sia bene portare Cory in quella casa!
- Lo ha chiesto lei, qui nella sua lettera, che lo portassimo. Vedi?
- Lo vedo. E non lo capisco, ma ti dico questo: non si deve scherzare
con la Signora. Ricordi Burk Hatcher? Quello che era vicedirettore al ca-
seificio nel '58?
- S.
- Burk Hatcher masticava tabacco. Ne masticava moltissimo ed era
sempre l a sputare. Divenne una brutta abitudine per lui e il pi delle volte
non sapeva neanche quello che stava facendo e, guarda bene di non dirlo a
nessuno, un paio di volte senza pensarci sput diritto nella vasca del latte.
- Oh, Tom! Non starai dicendo sul serio!
- Sicuro come la pioggia. Be', un giorno Burk Hatcher stava cam-
minando lungo Merchants Street, era appena andato a farsi tagliare i capel-
li dal signor Dollar, e aveva una testa di capelli che quasi non riusciva a
passarci il pettine, e senza pensarci sput sul marciapiede. Solo che il ta-
bacco non cadde sul marciapiede, ma fin su una scarpa dell'Uomo Luna.
In pieno. Non l'aveva fatto apposta, da quello che mi hanno detto. L'Uomo
Luna stava passando di l per caso. Be', Burk aveva uno strano senso del-
l'umorismo e la cosa gli parve ridicola e cominci a ridere proprio l, in
faccia all'Uomo Luna. E sai una cosa?
- Cosa? - chiese la mamma.
- Una settimana dopo Burk inizi a perdere i capelli.
- Ah, non ci credo!
-  vero! - La nota convinta nella voce di mio padre lasciava in-
tendere che almeno lui ci credeva. - E un mese dopo che aveva sputato
sulla scarpa dell'Uomo Luna, Burk era pi pelato di una palla da biliardo!
Cominci a portare una parrucca. Sissignora! Quasi impazz per questo! -
Mi sembrava di vedere mio padre, che si sporgeva in avanti sulla poltrona,
la faccia cos seria che mia madre doveva faticare per non mettersi a ride-
re. - Se non capisci che la Signora aveva qualcosa a che fare con questo,
allora sei pazza!
- Tom, ti giuro che non sapevo che tu avessi cos tanta fede nel-
l'occulto.
- Fede un corno! Ho visto la testa pelata di Burk! Diamine, potrei rac-
contarti un bel po' di cose che ho sentito dire su quella donna! Rane che
saltano fuori dalla gola delle persone o serpenti nella minestra e... oh, no!
Io i piedi in quella casa non ce li metto!
- E se si arrabbia perch non ci andiamo? - chiese la mamma.
La domanda rest in sospeso.
- Non potrebbe gettarci una maledizione addosso, se non le porto
Cory?
Dal suo tono di voce, capivo che mia madre lo stava prendendo un po' in
giro. Eppure, pap non rispose e probabilmente stava riflettendo sulle po-
tenziali disastrose conseguenze dell'offendere la Signora.
- Io credo che farei meglio ad andare e portare anche Cory - prosegu
la mamma. - Per farle vedere che la rispettiamo. E comunque, non sei
neanche un po' curioso di sapere perch ci vuole vedere?
- No!
- Neanche un pochino?
- Ges! - disse pap dopo un altro momento di riflessione. - Riusci-
resti a convincere un rospo di essere un principe. E probabilmente la Si-
gnora ne ha dei vasi pieni, di rospi, insieme alla polvere di mummia e alle
ali di pipistrello!
Il risultato di tutto questo fu che il venerd sera, quando il sole inizi a
calare sulla terra che si faceva sempre pi scura e un vento freddo prese a
soffiare per le strade di Zephyr, mia madre e io salimmo sul camioncino e
partimmo. Pap rimase a casa, la radio sintonizzata sulla partita di baseball
che aspettava da tempo, ma credo che col pensiero fosse con noi. Sempli-
cemente non voleva fare un errore e offendere la Signora, con un gesto o
una parola. Devo dire che neanch'io mi sentivo tanto sicuro: sotto alla ca-
micia bianca e al cravattino con l'elastico che la mamma mi aveva fatto
mettere, i miei nervi si stavano logorando molto velocemente.
A Bruton si lavorava ancora, i neri si davano da fare con sega e martello
per rimettere insieme le loro case. Attraversammo il centro commerciale di
Bruton, una piccola zona con un barbiere, un negozio di alimentari, un ne-
gozio di scarpe e abbigliamento, e altri esercizi commerciali condotti da
gente del posto. La mamma gir in Jessamyn Street, e alla fine di quella
strada si ferm davanti a una casa in cui tutte le finestre erano illuminate.
La piccola casa di legno, come ho gi detto, era dipinta in un'esplosione
di arancione, porpora, rosso e giallo. A lato della casa c'era un garage, do-
ve immaginai che fosse custodita la Pontiac coperta di strass. Il cortile era
molto ordinato e un vialetto portava dal marciapiede ai gradini del portico.
La casa non sembrava n minacciosa n la residenza di una regina, era
semplicemente una casa e, a parte i numerosi colori con cui era dipinta,
una casa molto simile a tutte le altre su quella strada. Eppure, quando la
mamma venne ad aprirmi la portiera, esitai.
- Su, vieni - mi disse. La sua voce si era fatta aspra, anche se il suo
volto non tradiva il nervosismo. Indossava uno dei suoi migliori vestiti del-
la festa, e le sue belle scarpe della domenica. - Sono quasi le sette.
Sette, pensai. Non era un numero magico del voodoo? - Forse pap a-
veva ragione - le dissi. - Forse non avremmo dovuto venire.
- Stai tranquillo. Guarda, tutte le luci sono accese.
Se quello doveva farmi sentire pi a mio agio, non funzion.
- Non c' niente di cui avere paura - disse la mamma. Questo detto da
una donna che temeva che l'isolante grigio spruzzato sul soffitto della
scuola elementare potesse essere nocivo per la respirazione.
In un modo o nell'altro salii i gradini del portico che conducevano alla
porta. La lampadina sotto il portico era stata dipinta di giallo per tenere
lontani gli insetti. Pensai che il batacchio della porta fosse un teschio con
le tibie. Invece era una manina d'argento. La mamma disse: - Via! - e
buss alla porta.
Sentimmo parole e passi soffocati. Mi pass per la mente che non ave-
vamo pi molto tempo per scappare. La mamma mi mise un braccio intor-
no alle spalle e mi parve di sentir battere il suo polso. Poi, la maniglia della
porta ruot, la porta si apr e la casa della Signora ci accolse. Un nero alto,
dalle spalle larghe, vestito con un abito blu, camicia bianca e cravatta
riempiva tutta la luce della porta. A me sembrava alto e grosso come una
quercia. Aveva delle mani tanto grandi che potevano schiacciare una palla
da bowling. Sembrava che gli avessero tagliato via un pezzetto di naso con
un rasoio. Le sue sopracciglia si univano al centro, folte come il pelo di un
lupo mannaro.
Per dirla con sette parole mistiche: me la fece fare sotto dalla paura.
- Ehm - fece la mamma e esit. - Ehm...
- Entri, la prego, signora Mackenson. - Sorrise. Con quel sorriso la
sua faccia era meno paurosa e un po' pi gradevole, ma la voce era profon-
da come quella di un timpano e mi vibr nelle ossa. Si fece da parte e la
mamma mi prese per la mano e mi trascin oltre la soglia.
La porta si richiuse alle nostre spalle.
Una giovane donna con la pelle color del latte al cacao era l ad aspettar-
ci. Aveva un viso fatto a cuore e occhi color del bronzo. Prese la mano di
mia madre e disse con un sorriso: - Sono Amelia Damaronde e sono mol-
to lieta di conoscerla. - Braccialetti a cerchio le coprivano tutti e due gli
avambracci e in ogni orecchio erano infilati cinque orecchini d'oro.
- Grazie, Questo  mio figlio Cory.
- Ah, questo  il giovanotto! - Amelia Damaronde rivolse tutta la sua
attenzione verso di me. Dal suo corpo emanava una carica che mi fece sen-
tire come se l'aria tra noi due fosse stata carica di elettricit. -  un piace-
re incontrarti. Questo  mio marito, Charles. - L'uomo alto ci rivolse un
cenno del capo. Amelia gli arrivava s e no alle ascelle. - Noi ci occu-
piamo delle necessit della Signora - disse Amelia.
- Capisco. - La mamma mi stava ancora tenendo per mano, e io ero
impegnato a guardarmi in giro. Strana cosa la mente, no? La mente inventa
tele di ragno dove non ci sono ragni e tenebre dove brillano le luci. Il salot-
to della Signora non era un tempio del demonio, n un deposito di gatti ne-
ri o calderoni fumanti. Era semplicemente una stanza con delle sedie, un
divano, un tavolino con soprammobili, scaffali che contenevano libri e, al-
le pareti, dipinti incorniciati dai colori vivaci. Uno di quei dipinti attir la
mia attenzione: ritraeva il viso di un uomo nero con la barba, gli occhi
chiusi, per angoscia o estasi, e sulla sua testa c'era una corona di spine.
Non avevo mai visto un Ges nero prima di allora, e quell'immagine mi
sconcert e allo stesso tempo apr una parte della mia mente che, non ave-
vo mai saputo, aveva bisogno di essere illuminata.
L'Uomo Luna entr improvvisamente nella stanza da un corridoio. Ve-
derlo cos da vicino fece sobbalzare sia me che mia madre. L'Uomo Luna
indossava una camicia azzurra con le maniche rimboccate e una paio di
calzoni neri con le bretelle. Quella sera portava un orologio solo e, invece
della catena d'oro con l'enorme crocifisso, spuntava il bordo di una ma-
glietta bianca. Non portava il cappello a cilindro: la chiazzata separazione
di pelle giallo pallido ed ebano continuava fin sulla fronte alta e terminava
sotto un berretto di lana bianca. La barba bianca sul suo mento era a punta
e curvata leggermente all'ins. Gli occhi scuri contornati di rughe si posa-
rono prima su mia madre e poi su di me, quindi l'uomo sorrise appena e
annu. Alz un dito magro e ci fece segno di entrare nel corridoio.
Era giunto il momento di incontrare la Signora. - Non si sente molto
bene - ci disse Amelia. - Il dottor Parrish l'ha riempita di vitamine.
- Non  niente di grave, vero? - chiese la mamma.
- La pioggia le ha preso i polmoni. Non le fa bene l'umido, ma ora che
 tornato il sole sta meglio.
Arrivammo a una porta. L'Uomo Luna la apr, fragile, e si ferm. Sentii
profumo di violette.
Amelia mise dentro la testa. - Signora? Le sue visite sono arrivate.
Si sent rumore di lenzuola che si muovevano. - Falli entrare, per favo-
re - disse una voce tremula di vecchia.
Mia madre respir a fondo ed entr nella stanza. Io dovetti seguirla per
forza, perch mi teneva ancora per mano. L'Uomo Luna rimase fuori e
Amelia disse: - Se ha bisogno di qualcosa mi chiami - dopodich chiuse
piano la porta.
Lei era l.
Giaceva su un letto dalla testiera di metallo bianca, la schiena ap-
poggiata a un cuscino di broccato, il lenzuolo di sopra tirato su a coprirle il
petto. Le pareti della stanza erano dipinte con rami e foglie verdi e, se non
fosse stato per l'educato ronzio di un ventilatore, avremmo potuto trovarci
in una giungla equatoriale. Una lampada brillava sul tavolino da notte, do-
ve erano impilati libri e riviste e, a portata di mano, un paio di occhiali con
la montatura di metallo.
La Signora ci fiss per un momento e noi fissammo lei. Era di un nero
quasi blu contro il bianco delle lenzuola e non un centimetro quadrato del
suo viso era senza rughe. Mi ricord una di quelle bambole fatte con le
mele i cui volti si raggrinziscono nell'impietoso sole di mezzogiorno. Ave-
vo visto manciate di brina bianca grattate via dai tubi della fabbrica del
ghiaccio: la soffice nuvola di capelli della Signora era ancora pi bianca.
Indossava una camicia da notte blu, le spalline le coprivano le spalle ossu-
te e la clavicola era cos sporgente sotto la pelle che sembrava quasi doves-
se farle male. E lo stesso gli zigomi: sembravano abbastanza acuminati da
tagliare una pesca. A essere sinceri, se non fosse stato per un particolare, la
Signora non sarebbe sembrata altro se non una vecchia donna nera, sottile
come una canna, la cui testa tremava per una leggera paralisi.
Ma aveva gli occhi verdi.
Non intendo gli occhi verdi dei vecchi. Intendo dire il chiaro colore degli
smeraldi, il tipo di pietre preziose che Tarzan avrebbe potuto cercare in
una delle antiche citt perdute dell'Africa. Erano luminosi, colmi di una lu-
ce ardente, e a guardare in quegli occhi ti sentivi come se il tuo io pi se-
greto potesse venire aperto come una scatola di sardine e ti venisse rubato
qualcosa. E avrebbe anche potuto non importartene nulla, avresti potuto
essere tu a volerlo. Non avevo mai visto prima occhi come quelli, e da al-
lora non ne ho mai pi visti. Mi terrorizzavano, ma non potevo distogliere
lo sguardo perch la loro bellezza era come quella di un fiero animale sel-
vaggio da cui bisogna sempre guardarsi attentamente.
La Signora sbatt le palpebre e un sorriso le aleggi sulla bocca av-
vizzita. Se non aveva pi i suoi denti, quelli erano degli ottimi denti finti.
- Come siete belli, tutti e due - disse con la sua voce tremula.
- Grazie, signora - riusc a rispondere la mamma.
- Suo marito non ha voluto venire.
- Hmm... no, lui... lui sta ascoltando una partita di baseball alla radio.
-  stata questa la sua scusa, signora Mackenson? - Aggrott le so-
pracciglia bianche.
- Io... non so cosa intende dire.
- Alcune persone - disse la Signora - hanno paura di me. Ci cre-
dereste? Hanno paura di una vecchia di centosei anni! E io sono qui a letto
e non riesco neppure a mangiare! Lei vuole bene a suo marito, signora
Mackenson?
- S. Molto.
- Bene. L'amore forte e sincero ti aiuta a superare un sacco di ostacoli.
E le dico, cara, che bisogna superarne di ostacoli prima di arrivare alla mia
et. - Quegli occhi verdi, magnifici e spaventosi, in quel volto di ebano
rugoso si accesero su di me. - Ciao, giovanotto - disse. - Aiuti la tua
mamma a fare i lavori?
- S, signora. - Era un sussurro. Avevo la gola secca.
- Le asciughi i piatti? Tieni in ordine la tua stanza? Spazzi il portico?
- S, signora.
- Bravo. Ma ci scommetto che non hai mai avuto bisogno di usare una
scopa come hai fatto a casa di Nila Castile, vero?
Deglutii a fatica. Ora mia madre e io sapevamo di che cosa si trattava.
La Signora sorrise. - Vorrei esserci stata. Vorrei proprio esserci stata!
- Nila Castile gliel'ha detto? - chiese la mamma.
- S. E ho parlato a lungo anche con il piccolo Gavin. - I suoi occhi
rimasero fissi su di me. - Tu hai salvato la vita a Gavin, giovanotto. Sai
che cosa significa per me? - Io feci di no con la testa. - La madre di Ni-
la, che Dio la guardi, era una mia buona amica. Io ho praticamente adottato
Nila e ho sempre considerato Gavin come un nipotino. Gavin ha una buo-
na vita davanti a s. Tu hai fatto in modo che ci possa arrivare.
- Io stavo solo... cercando di non farmi mangiare - dissi.
Lei rise. Era un suono chioccio. - Lo hai fatto scappare con una scopa!
Ges, Ges! Pensava di essere un vecchio mostro cos cattivo, pensava di
potersene uscire dal fiume e farsi un bel pranzetto! E tu gliel'hai riempita
la bocca, vero?
- Ha mangiato un cane - dissi.
- Gi,  da lui - disse la Signora e la sua risata mor. Intrecci le dita
sul petto. Guard mia madre. - Lei  stata molto gentile con Nila e suo
padre. Per questo motivo, ogni volta che dovr far riparare qualcosa, chia-
mi il signor Lightfoot e sar fatto. Suo figlio ha salvato la vita a Gavin e
per questo vorrei regalargli qualcosa, se me lo permette.
- Non  necessario.
- Non c' niente di necessario - disse la Signora mostrando un'ombra
di irritazione che mi fece pensare che da giovane doveva essere stata un
osso duro. -  per questo che lo faccio.
- Va bene - disse la mamma, completamente intimidita.
- Giovanotto? - Lo sguardo della Signora si pos nuovamente su di
me. - Che cosa vorresti?
Io ci pensai su. - Qualsiasi cosa? - chiesi.
- Purch ragionevole - insistette la mamma.
- Qualsiasi cosa - disse la Signora.
Io ci pensai ancora un po', ma la decisione non era molto difficile. -
Una bicicletta. Una bicicletta nuova che non sia mai stata di nessun altro
prima di me. - Una bicicletta nuova. - Annu. - Con il fanale?
- S, signora.
- E la tromba?
- Mi piacerebbe - dissi.
- E la vuoi veloce? Pi veloce di un gatto che sale su un albero?
- S, signora. - Mi stavo proprio eccitando. - Altroch!
- Allora l'avrai! Non appena potr alzarmi di qui.
-  molto gentile da parte sua - disse la mamma. - Noi la rin-
graziamo, ma il padre di Cory e io possiamo andare al negozio e...
- Non verr da un negozio - la interruppe la Signora.
- Come? - chiese la mamma.
- Non verr da un negozio. - Fece una pausa, per assicurarsi che mia
madre avesse capito. - Le biciclette che si trovano nei negozi non sono
abbastanza buone. Non sono abbastanza speciali. Giovanotto, tu vuoi una
bicicletta veramente speciale, no?
- Io... credo che prender quello che arriva, signora.
A queste parole lei rise di nuovo. - Be', sei proprio un piccolo gen-
tiluomo! Sissignore, il signor Lightfoot e io metteremo insieme le nostre
teste e vedremo cosa riusciamo a tirar fuori. Ti va bene?
Io dissi di s, ma a dire il vero non avevo ben capito come tutto quello
mi potesse portare una bicicletta nuova di zecca.
- Vieni pi vicino - mi disse la Signora. - Vieni qui, vicino vicino.
La mamma mi lasci andare la mano. Io andai a fianco del letto e quegli
occhi verdi erano proprio di fronte a me come lampade accese.
- Cosa ti piace fare oltre che andare in bicicletta?
- Mi piace giocare a baseball. Mi piace leggere. Mi piace scrivere delle
storie.
- Scrivere delle storie? - Le sue sopracciglia si sollevarono di nuovo.
- Ges, Ges! Abbiamo uno scrittore, qui!
- A Cory sono sempre piaciuti i libri - disse mia madre. - Scrive
delle piccole storie di cowboy e detective e...
- E mostri - dissi. - Qualche volta.
- Mostri - ripet la Signora. - Scriverai qualcosa sul Vecchio Mos?
- Potrei farlo.
- Pensi di scrivere un libro, un giorno? Magari su questa citt e sulle
persone che ci vivono?
Io mi strinsi nelle spalle. - Non lo so.
- Guardami - disse. Io obbedii. - Guardami bene - disse.
E io la guardai bene.
E allora accadde qualcosa di strano. Cominci a parlare e, mentre parla-
va, lo spazio tra di noi parve brillare di una iridescenza perlacea. I suoi oc-
chi avevano catturato i miei: non potevo distogliere lo sguardo. - Sono
stata chiamata un mostro - disse la Signora. - Sono stata chiamata con
nomi anche peggiori. Ho visto uccidere mia madre quando non ero molto
pi grande di te. La uccise una donna invidiosa del suo dono. Io giurai che
avrei ritrovato quella donna. Portava un vestito rosso e una scimmietta sul-
la spalla che le diceva delle cose. LaRouge, si chiamava quella donna. Mi
ci  voluta tutta una vita per trovarla. Ho vissuto con i lebbrosi, e ho rema-
to su una barca tra le grandi case allagate. - Il suo volto, attraverso quella
foschia luminescente, aveva iniziato a distendersi. Mentre la guardavo, di-
ventava sempre pi giovane. - Ho visto i morti camminare e la mia mi-
gliore amica aveva la pelle coperta di scaglie e si muoveva strisciando sul-
la pancia. - La sua faccia era ancora pi giovane e la sua bellezza comin-
ci a bruciarmi il volto. - Ho visto il creatore delle maschere, ho sputato
nell'occhio di Satana e ho danzato nei saloni dell'aldil. - Ora era una ra-
gazza con lunghi capelli neri, gli zigomi alti e orgogliosi, il mento appunti-
to, gli occhi colmi di terribili ricordi. - Ho vissuto - disse con la sua vo-
ce chiara e forte - cento vite e non sono ancora morta. Riesci a vedermi,
giovanotto?
- S, signora - risposi e udii la mia voce arrivare da molto lontano. -
S, la vedo.
L'incantesimo si ruppe, veloce come un battito del cuore. Un attimo
prima stavo guardando una bellisima giovane e un attimo dopo ecco la Si-
gnora, cos com'era realmente, con i suoi centosei anni. I suoi occhi si era-
no un po' placati, ma io mi sentivo bruciare.
- Forse un giorno scriverai la storia della mia vita - disse la Signora.
Suonava pi come un ordine che un'osservazione. - E ora, perch non vai
fuori a trovare Amelia e Charles, mentre io parlo con la tua mamma?
Dissi di s. Mi sentivo le gambe molli mentre passavo davanti alla
mamma, diretto alla porta. Il sudore mi era sceso tutto intorno al colletto.
Quando fui alla porta, un pensiero mi colp e io mi voltai verso il letto. -
Scusi, signora? - dissi, esitando. - Non avrebbe... non avrebbe qualco-
sa... che mi aiuti a passare l'esame di matematica? Voglio dire, una pozio-
ne magica o qualcosa del genere?
- Cory! - mi rimprover la mamma.
Ma la Signora si limit a sorridere. - S, giovanotto, ce l'ho. Di' ad
Amelia di farti bere la Pozione Numero Dieci. Poi va' a casa e studia tanto,
pi di quanto tu abbia mai fatto. Cos tanto da ripetere le tabelline nel son-
no. - Alz un dito. - Dovrebbe funzionare.
Uscii dalla stanza e mi chiusi la porta alle spalle, assetato di magia.
- Pozione Numero Dieci? - chiese la mamma.
- Un bicchiere di latte con un po' di noce moscata - disse la Signora.
- Amelia e io abbiamo una intera serie di pozioni pronte per le persone
che hanno bisogno di un po' pi di coraggio o fiducia in se stessi o di chis-
s cos'altro.
-  cos che fa tutte le sue magie?
- Quasi tutte. Basta dare una chiave alla gente e loro riescono ad aprire
da soli tutte le loro porte. - La Signora pieg la testa di lato. - Ma ci so-
no anche altri tipi di magia. E per questo che avevo bisogno di parlarle.
Mia madre rimase in silenzio, senza capire che cosa sarebbe venuto do-
po.
- Ho fatto dei sogni - disse la Signora. - Ho fatto dei sogni di notte e
di giorno. Le cose non vanno pi come dovrebbero, qui. E vanno male an-
che dall'altra parte.
- L'altra parte?
- S, dove vanno i morti - disse. - Dall'altra parte del fiume. Non il
Tecumseh. Il grande fiume scuro dove anch'io andr tra non molto. E allo-
ra mi volter indietro e rider e dir:  dunque tutto qui!
La mamma scosse la testa, continuando a non capire.
- Le cose vanno male - prosegu la Signora. - Nel mondo dei vivi
come nel mondo dei morti. Ho capito che qualcosa non andava quando
Damballah ha rifiutato il cibo. Jenna Velvadine mi ha detto cos' successo
nella vostra chiesa la mattina di Pasqua. Anche quella era la parola dello
spirito che si manifestava.
- Erano vespe - disse la mamma.
- Per voi, erano vespe. Per me sono un messaggio. Qualcuno dall'altra
parte sta soffrendo molto.
- Io non...
- Capisco - concluse per lei la Signora. - Lo so che non capisce.
Qualche volta neppure io ci riesco. Ma conosco le parole del dolore, signo-
ra Mackenson. Sono cresciuta parlando quella lingua. - La Signora allun-
g una mano verso il comodino, apr un cassetto e tir fuori un foglio di
bloc-notes a righe. Lo diede a mia madre. - Lo riconosce?
La mamma lo fiss. Sul foglio c'era uno schizzo a matita di una testa: un
teschio, sembrava, con delle ali che si aprivano all'altezza delle tempie.
- Nei miei sogni vedo un uomo con questo tatuaggio sulla spalla. Vedo
un paio di mani, e in una mano c' un manganello ricoperto di nastro ade-
sivo nero, noi lo chiamiamo "castigabianchi", e nell'altra c' un cavo di
metallo. Sento delle voci, ma non capisco cosa dicono. Qualcuno grida e si
sente della musica molto forte.
- Musica? - La mamma si sent un gelo dentro: aveva riconosciuto il
teschio alato per quello che pap le aveva raccontato di aver visto sul ca-
davere nella macchina.
- O  un disco - disse la Signora - o  qualcuno che sta pestando
forte su un piano. L'ho detto a Charles. E lui mi ha ricordato una storia che
avevo letto sul Journal a marzo.  stato suo marito a vedere l'uomo morto
che  finito nel Saxon's Lake, vero?
- S.
- Potrebbe avere a che fare con questo?
La mamma respir a fondo, trattenne il fiato e poi lo lasci andare. - S
- disse.
- Me lo immaginavo. Suo marito dorme bene?
- No. Lui... ha degli incubi. Con il lago e... l'uomo.
- Sta cercando di arrivare a suo marito - disse la Signora. - Sta cer-
cando di attirare la sua attenzione. Io ho solo raccolto il messaggio, come
dalla derivazione di un telefono.
- Il messaggio? - chiese la mamma. - Quale messaggio?
- Non lo so - ammise la Signora - ma quel tipo di dolore pu si-
curamente far perdere la ragione a un uomo.
Le lacrime cominciarono ad annebbiare la vista a mia madre.
- Io... io non... - Esit e una lacrima le scese sulla guancia come ar-
gento vivo.
- Gli mostri quel disegno. Gli dica di venire a trovarmi se vuole parlar-
ne. Gli dica che sa dove trovarmi.
- Non verr. Ha paura di lei.
- Lei gli dica - disse la Signora - che questa cosa potrebbe di-
struggerlo se non la risolve. Gli dica che potrei essere la migliore amica
che lui abbia mai avuto.
La mamma annu. Pieg il foglietto e lo tenne stretto in mano.
- Si asciughi gli occhi - le disse la Signora. - Non vogliamo che il
giovanotto l fuori si preoccupi. - Quando mia madre si fu abbastanza ri-
composta, la Signora fece un'espressione di approvazione. - Brava. Ora 
nuovamente bella. E ora vada a dire a quel giovanotto che avr la sua bici-
cletta nuova appena possibile. E si assicuri che studi la lezione. La Pozione
Numero Dieci non funziona senza l'aiuto di una mamma o un pap.
Mia madre ringrazi la Signora per la sua gentilezza. Disse che avrebbe
detto a pap di andare a trovarla, ma che non poteva promettere niente. -
Lo vedr quando verr - disse la Signora. - Abbia cura di lei e della sua
famiglia.
La mamma e io lasciammo la casa e salimmo sul camioncino. Agli angoli della bocca avevo ancora qualche goccia di Pozione Numero Dieci.
Mi sentivo pronto a divorare il libro di matematica.
Uscimmo da Bruton. Il fiume scorreva lento entro i suoi argini. La brez-
za della notte soffiava dolce tra gli alberi e le luci brillavano alle finestre,
mentre le famiglie finivano di mangiare. Avevo due cose in mente: la stre-
gata bellezza del volto di una giovane donna dagli occhi verdi, e una bicicletta nuova con la tromba e il faro.
Mia madre stava pensando a un uomo morto: il cadavere giaceva in fondo al lago, ma il suo spirito ossessionava il sonno di mio padre e ora anche quello della Signora.
L'estate era vicina, e il suo odore di caprifoglio e violetta profumava la terra.
Da qualche parte, a Zephyr, qualcuno stava suonando il piano.
...
.
...
FINE Parte 1.